Incontro con Paolo Sorrentino

In This must be the place ci sono tanti temi: cosa volevi raccontare?

Una serie di cose! Penso che ogni film sia un’occasione per mettere “più carne al fuoco”. Per me, in questo film, ci sono molteplici motivi di interesse: il carattere del protagonista, l’assenza di un rapporto affettivo tra padre e figlio, lo sfondo storico dell’Olocausto, affrontato, però, attraverso lo sguardo di un uomo di oggi. C’è, inoltre, l’idea di raccontare la musica… Come se non bastasse, volevo raccontare tutto questo con una struttura rara e pericolosa al cinema: la divisione del film in due segmenti. A qualcuno può venire l’idea, alla fine, di aver visto due film diversi, altri possono, invece, apprezzare due segmenti diversi che convivono in unico film!

Perché hai scelto il tema dell’Olocausto?

Sarebbe errato dire che è un film sull’Olocausto: si muove su quello sfondo e racconta delle cose ma non in maniera completa. L’Olocausto, per me, è importante come ventaglio di osservazione sul comportamento umano e sulle sue degenerazioni. Io penso che l’argomento sia di tale complessità che trovare una spiegazione univoca sia molto difficile: avere certezze o trovare una ragione su questo tema è impossibile.

E la scelta del titolo?

Mi piace la canzone This must be the place dei Talking Heads e penso che sia pertinente con il film che racconta la ricerca di un posto preciso…

Come hai lavorato con Sean Penn?

Il lavoro con lui ha ricalcato il lavoro fatto con altri attori, con la variante che, con lui, hai la sensazione che sia in grado di fare tutto. Così si aprono scenari anche pericolosi perché la massima libertà non dà sempre il massimo effetto. In sceneggiatura c’era già, molto preciso, il carattere del personaggio, poi Penn ha portato moltissimo perché ha la capacità di mettere tutto ciò che in sceneggiatura non si può inserire, per esempio la voce in falsetto o il modo di camminare del personaggio sono sue idee. Si tratta di sofisticate attenzioni che solo i grandi attori possono portare!

C’è un qualche legame tra il personaggio di Cheyenne interpretato da Penn e il personaggio di Tony Pagoda, protagonista del tuo libro Hanno tutti ragione?

Cheyenne è un autentico, involontario portatore di gioia. No, tranne il fatto che sono entrambi cantanti, non vedo altri elementi in comune.

Come è nata la collaborazione con David Byrne?

Ci siamo visti in camerino, prima di un suo concerto a Torino: lui disse di sì ma quasi per togliermi di torno. Poi, quando il film è diventato più concreto, ci siamo rifatti avanti. C’era l’idea di far fare a lui canzoni di diciottenni di oggi e questo gli è piaciuto molto!

Quando lui canta This must be the place, c’è la scenografia che si muove…

Quella è un’idea mia, plausibile con quello che Byrne fa: poteva anche essere un’idea sua! Il meccanismo doveva essere silenzioso perché lui voleva registrare dal vivo e, per questo, c’è stato un lavoro lungo. Per quanto riguarda le riprese, mi sembrava giusto fare un’unica inquadratura per restituire calma alla musica, alla performance dal vivo.

Byrne è anche regista: ti ha influenzato, in qualche modo?

Il suo film, da regista, a me piace moltissimo: può essere che, tra le tante influenze, sia entrata anche questa. Dal punto di vista musicale, c’è una vera dittatura di Byrne ma anche il suo film mi è piaciuto quindi sono possibili analogie, anche se non volontarie.

Il cast del film è internazionale, la colonna sonora è internazionale. In cosa si riconosce “l’italianità” del film?

I produttori sono italiani, gli sceneggiatori sono italiani, il direttore della fotografia è italiano, il film è stato concepito da italiani. E, poi, cosa è l’”italianità”? Per me vuol dire, semplicemente, che siamo nati tutti qua…

E’ lecito definire This must be the place come la tua versione di Viaggio in Italia di Rossellini o  di A straight story di Lynch?

Sono due grandi film: io spero, nel mio piccolo, di aver fatto un bel film. A straight story di Lynch ci interessava molto per la lentezza che, spesso, è nemica del cinema.

Nei tuoi film precedenti, hai sempre raccontato personaggi prigionieri del proprio passato, Cheyenne, invece, si libera: c’è, dunque, un’evoluzione?

Non so dirlo, perché non mi piace guardare indietro, fare analisi o bilanci. Il film virava in maniera spontanea verso un finale di questo tipo. Rispetto ad altri miei film come Il divo, volevo muovermi con maggiore semplicità: forse avevo bisogno di una vacanza. Questo film è stato una bella, lunga, lussuosa vacanza!

Hai voglia di esperienze analoghe o tornerai a girare in Italia?

Si ha sempre voglia di vacanza! A parte questo, la realtà italiana è sempre foriera di novità ed è un serbatoio ricco di spunti per raccontare. Chi fa questo lavoro trova nelle cose italiane un panorama attraente. Per questo credo che il cinema italiano sia destinato a diventare più importante di quanto lo sia adesso. Quando se lo potrà permettere!