Incontro con Paolo Franchi

Terzo e ultimo film italiano in concorso alla settima edizione del Festival di Roma, E la chiamano estate, di Paolo Franchi , interpretato da Isabella Ferrari e Jean-Marc Barr, racconta con audacia imprudente e qualche manierismo, la relazione tormentata e non convenzionale di una coppia di quarantenni: Dino ed Anna. Con questo terzo lungometraggio, dopo La spettatrice (2004) e Nessuna qualità agli eroi (2007), Franchi conferma la sua fama di regista più “controverso” del cinema italiano contemporaneo.

Cosa volevi raccontare: la vita di una coppia fuori dal comune o un male più generale?

Volevo raccontare l’amore anche come condivisione di un dolore, al di fuori di stereotipi o modelli: l’amore come un veleno.

La canzone di Bruno Martino scelta come titolo parla di un amore ben diverso da quello rappresentato nel film. Perché questa scelta?

I titoli si possono usare anche come contrappunto…

La lettera-confessione scritta dal protagonista ad Anna viene ripetuta più volte. Perché?

E’ una reiterazione. Il tempo del film è il tempo interiore, un tempo unico in cui passato e presente si fondono in un’ unica realtà. Qui, il tempo non è longitudinale ma una linea curva che si ripete. Il film non vuole avere un’impronta realistica!

Si è parlato, nei giorni scorsi, di  un movimento cinematografico italiano. Pensi che questo film possa aiutare, in tal senso?

Un film può piacere o meno ma “cultura” significa anche diversità nella ricerca. Certo, la mia è una ricerca personale ma più ricerche ci sono, più ricca è la cultura! Soprattutto  considerando il fatto che la cultura in Italia, per via della televisione, si sta livellando sempre più.

Come pensi di arrivare al pubblico, utilizzando un linguaggio così personale?

L’arte è egoista! Io non voglio arrivare a tutti: qualcuno capirà, altri no. Capisco che possa infastidire il fatto che, nel film, non accade niente… ma poi “niente” che vuol dire? Anche un quadro, magari, non parla a cento osservatori ma in uno provoca un “rendez-vous” con se stesso, come direbbe Duchamp. E’ questo ciò che conta!

Il film è stato accolto da buona parte della stampa non positivamente: ci sono state risate e fischi durante la proiezione. Che ne pensi?

L’ho già detto: il mio è un tentativo di sperimentazione fuori dall’omologazione della televisione. Non ho mai pensato di piacere a tutti. Sono, comunque, sorpreso e amareggiato, da una reazione così grossolana e sguaiata ad un Festival Internazionale!