Mimmo Calopresti

Incontro con Mimmo Calopresti

Mimmo CaloprestiHai cominciato a fare cinema con documentari che avevano come protagonisti, tra gli altri, gli operai di Torino e i carcerati, poi sono venuti i film di finzione. “Volevo solo vivere” rappresenta un ritorno alle origini?

Si, è un ritorno alle origini, all’idea di fare cinema attraverso il documentario. C’è stata la richiesta della Shoah Foundation: si tratta di persone che si occupano di raccogliere , in tutto il mondo, le testimonianze dei sopravvissuti.
All’inizio la loro tensione, il loro impegno mi sembrava persino un po’ esagerato: poi, lavorando con loro, mi sono accorto che si racconta un pezzo di storia che ha coinvolto una fetta di umanità molto ampia.
Io non penso al mio come ad un film sulla Shoah ma sull’”incredibile”: inizialmente, non credevo a quello che sentivo. Pensavo: “Questo devo verificarlo!”.
Inoltre, il rapporto tra aguzzino e vittima è un tema universale: un tipo di rapporto di questo genere può esistere ancora oggi!

Che ruolo ha il cinema in tutto questo?

Il cinema è la forma di racconto più potente che c’è ed è perfetto per raccontare la storia dei singoli individui: il documentario racconta la realtà, ma anche la vita delle persone, inquadrando un momento della loro storia.
E’ tutto molto semplice: qui non ho fatto altro che ascoltare gli altri, invece di dire la mia.

Cosa ti ha colpito di più, durante la preparazione del film?

La cosa che più mi ha colpito, e mi colpisce, è la mancanza di una spiegazione logica: perché? Non riesco a fare un discorso storico o economico. Mi viene solo da pensare che si trattava di persone giovani che, improvvisamente, sono state catapultate in un mondo assurdo. Poi, anche dietro le divise delle SS c’erano uomini, ragazzi: come è stato possibile tutto ciò? La morale, per me, è che bisogna stare molto, molto, attenti ai rapporti tra gli esseri umani. Cosa posso fare io? Diventare una persona migliore. Bisogna partire da noi stessi.

Hai scelto di eliminare dal documentario ogni voce che non fosse quella dei protagonisti. Perché?

La difficoltà principale era quella di inserire la vita delle persone nel contesto storico: volevo dare più forza alle esistenze dei singoli che alla Storia. Il cinema può fare questo!
Mettendo al centro le persone, è venuto naturale ridurre al minimo le informazioni sulla Storia. Naturalmente, se avessi dovuto lavorare per “History Channel” o Rai 3 sarebbe stato diverso! Le storie di queste persone sono così incredibili: è bastato, dunque, lasciarle parlare…

Come sono state selezionate le interviste utilizzate nel documentario?

In base all’emozione che mi procuravano. Penso alla signora romana, semplice ma vera, o all’altra signora che parla di un “viaggio d’amore”. Può sembrare persino dissacrante ma ci dice che era un viaggio di morte, ma anche di vita. Significa che esistono ancora, nonostante tutto, gli esseri umani e che si può ancora sperare.
Mi è piaciuto mescolare ricchi, poveri, metterli tutti insieme, anche perché, solitamente, gli ebrei sono rappresentati tutti ricchi, tutti intellettuali. Io ho voluto inserire la signora del ghetto, la “romanaccia”, insieme alla signora borghese di Torino che andava a sciare con Primo Levi.

Nel documentario, una donna racconta di aver giocato, bambina, ad Auschwitz. Come è stato possibile?

Non esiste un’ Auschwitz, così come non esiste un solo ebreo. E’ un universo: migliaia di persone, e ognuno ha vissuto il lager secondo la propria realtà. Là dentro viveva un’umanità sovrapposta: le stesse guardiane erano ebree. Una donna racconta: “Ci picchiavano e poi il sabato pregavano”.
Le storie delle persone sono sempre diverse e così è stato anche ad Auschwitz.

Il filmato iniziale con Mussolini e la folla acclamante è la dimostrazione di una chiara responsabilità politica dell’Italia?

Il filmato con Mussolini non è del Luce, ma dell’Archivio della Resistenza; poi io l’ho richiesto all’Istituto Luce, ma non era esattamente questo.
Il fascismo ha fatto con il cinema un’operazione d’avanguardia: ha capito che il cinema di propaganda non serviva, infatti il cinema del fascismo è quello di Camerini. Ci si è concentrati, per la propaganda, solo su Mussolini e lì, veramente, c’è lo svelamento dell’Italia dell’epoca.
Tornando alla tua domanda, i tedeschi sono stati capaci di fare un film sul nazismo come “La caduta”, in Italia questo non è successo. Ci sono film su Mussolini, ma solo lateralmente. Le immagini iniziali utilizzate da me non sono un documento censurato, ma pubblico, però nessuno le usa mai. Perché? Nessuno si sente responsabile: “In Italia le leggi razziali no sono mai state applicate del tutto..” – dicono. Insomma, si trovano sempre mille scuse.
Per me, la cosa più agghiacciante non è Mussolini, ma la quantità di gente che lo applaude. Siamo un paese che non conosce responsabilità individuali, un paese che deve fare i conti con quello che è: durante il fascismo non c’è stata una voce che si è alzata per difendere gli ebrei. Chissà se oggi saremmo capaci di farlo! Più che un discorso politico, è un discorso individuale.

Cosa pensi, allora, di quelli che vedevano e facevano finta di niente?

La vita è difficile ed è difficile rispondere. Non voglio assolvere nessuno ma, forse, durante la guerra, molti pensavano che gli ebrei fossero un problema secondario.

Non hai mai pensato di scegliere, per questo lavoro, una chiave più “psicologica”?

Forse, una cosa del genere riesce a farla meglio un film di finzione: penso, per esempio, a Il pianista di Polanski. E’ vero, c’è un universo tutto da esplorare: nessuno ha mai fatto un documentario andando a guardare dall’altra parte, dalla parte dei carnefici, degli aguzzini. La Shoah Foundation non ha alcun materiale in proposito. Solo nel film del processo ad Adolf Eichmann (Uno specialista – Ritratto di un criminale moderno di Eyal Sivan), ispirato al libro di Hannah Arendt (“Eichmann in Jerusalem – A report on the Banalità of Evil”), c’è tutto questo. Ci sono i ragionamenti da buon impiegato: “in fondo facevo bene il mio mestiere!”. Manca totalmente la presa di coscienza. Forse, Hannah Arendt ha risposto a tutti noi: la banalità del male… Tornando al mio documentario, anche lì, le foto del viaggio mostrano un’idea di “normalità” che è più agghiacciante di ogni altra cosa. Forse, era tutto più “normale” e questo mi fa più paura del momento di follia. C’è qualcosa nella vita di tutti i giorni che arriva nella Shoah ed è questa la cosa più terribile.

Il cinema, oggi, cosa può fare?

Il cinema può cercare il senso delle cose, il filo che le lega. Ancora oggi, in Francia, c’è lo scontro nelle periferie tra ragazzi ebrei e arabi; pensiamo allo scontro tra palestinesi ed ebrei…Io non ho soluzioni, dico semplicemente: “Ascoltiamo!”. Le testimonianze sono educative: raccontano vari modi di essere “persona”. Uno per tutti: l’esempio della signora che, uscita dal campo, si ritrova un’arma e, accanto, il suo aguzzino senza divisa. Pensa: “Questi tornano nelle case a baciare i loro bambini, dopo aver ucciso i nostri” e, per un momento, ha la tentazione di ucciderlo. Ma poi, decide di non sparare….