Garrone Terra di mezzo

Incontro con Matteo Garrone

Garrone Terra di mezzoPubblichiamo un estratto da una lunga intervista che la nostra redattrice Mariella Cruciani ha effettuato con il regista Matteo Garrone

Come sei arrivato a fare cinema?

Il marito di mia madre è direttore della fotografia, mio cugino è operatore, mia madre faceva la fotografa di scena: è stato naturale! Io ho iniziato come aiuto operatore: ho capito tante cose stando sul set, soprattutto tante cose da non fare, tante situazioni in cui è meglio non trovarsi. Gestire una troupe, sul set, è una cosa molto delicata ed è bene arrivarci con le spalle forti, altrimenti rischi di non arrivare neppure a raccontare quello che hai in mente, per le tante difficoltà che ti trovi davanti. Viceversa, se arrivi a gestire una troupe più grande, quando hai già una preparazione solida, è tutto più facile!

Il tuo, può essere, senz’altro, definito cinema d’autore..

Mi fa piacere. E’ del tutto inconsapevole, non c’è una premeditazione. Quando parto per un progetto, per un’idea, non rifletto molto sull’aspetto teorico: sono molto istintivo. Credo che, lavorando con sincerità, venga fuori, naturalmente, un modo personale.

Garrore imbalsamatoreAnche L’imbalsamatore non è un semplice noir. Sei d’accordo?

A me fa molto piacere che ci sia un segno però, come dicevo, è del tutto inconsapevole. Non c’è una consapevolezza e cerco anche di non averla perché, altrimenti, diventerebbe subito maniera. Quando parti per un progetto, inizi a preparare la sceneggiatura, poi c’è la scelta dei luoghi, degli attori, dei musicisti, il montaggio, insomma migliaia di scelte da fare per le quali, quasi sempre, mi lascio guidare dall’istinto. Poi penso che, alla fine, ci sia, comunque, un filo conduttore!

A proposito di filo conduttore, in Terra di mezzo (1996) ci sono delle battute di figure minori che, per contenuto e per tono, sembrano annunciare il personaggio di Rossella in Estate Romana (2000).

C’è la scelta di raccontare delle persone a cui, comunque, sono legato: molto spesso sono amici, o amici di quel periodo, che magari adesso non vedo più tanto. Il mio è un percorso che è partito quasi come un gioco: con troupe familiari, con amici sostanzialmente, a volte anche con amici attori. Pian piano, passo dopo passo, ho imparato a conoscere meglio le potenzialità del cinema e, quindi, ad esplorare un po’ di più il suono o a lavorare su certi aspetti legati alla scenografia, al montaggio. Insomma, c’è stata una crescita.

L’imbalsamatore costituisce, in questo senso, un notevole salto produttivo…

E’ stato per me molto graduale. Anche con L’imbalsamatore ho fatto un noir, ma ho lavorato come se fosse uno dei miei film precedenti: con la stessa libertà. A me interessava sperimentare proprio questo: vedere cosa sarebbe successo lavorando come avevo fatto nei film precedenti, i quali raccontavano storie di persone, poi diventate personaggi. Volevo vedere cosa sarebbe accaduto, utilizzando lo stesso modo di lavorare all’interno di un film di genere.

La tua filosofia, riguardo agli attori, consiste, dunque, nel far sposare la persona al personaggio. Giusto?

Questo, per quel che riguarda L’imbalsamatore era, evidentemente, ancor più importante perché lì dovevamo confrontarci con una trama abbastanza solida. Nei film precedenti, in qualche modo, c’era un procedimento inverso: partire dalla persona e dalle atmosfere e, attraverso un percorso, spesso lasciato al caso, costruire una storia.

Questo tuo modo di lavorare, di mescolare realtà e fiction, ha fatto sì che qualche critico, ai tempi di Terra di mezzo, ti accusasse di voyeurismo e di cinismo. Che ne pensi ora?

Anche questo fa parte del percorso: può succedere che, a distanza, si possano capire cose che da un primo film è difficile cogliere. Io mi rendo perfettamente conto che possa dare adito a dei sospetti il raccontare una storia di immigrazione e il fatto che a raccontarla sia un ragazzo benestante, borghese. Anch’io se sentissi di un regista borghese che si mette a raccontare storie di immigrati che fanno fatica a vivere, avrei un po’ di diffidenza! In realtà, poi, io ho rivisto, a distanza, Terra di mezzo e penso che vi si possa riconoscere uno sguardo che ho mantenuto nei film successivi, fino all’ultimo. E’ questo che conta: lo sguardo che hai sulle cose, sulla realtà. Si può affinare lo stile, possono cambiare tante cose, però c’è qualcosa che lega tutti i film che uno fa. Poi, c’è un altro aspetto: si pensa sempre che gli immigrati siano i veri protagonisti ma, in realtà, sono anche lo specchio in cui si riflettono gli italiani. Quindi, c’è un tentativo, anche documentaristico, da parte mia di raccontare l’Italia, gli italiani a confronto con gli immigrati. Questo, più o meno, in tutti i film: in Ospiti(1998) e anche in Estate Romana. In Estate Romana, per esempio, quando i protagonisti vanno al mare, sono loro a confronto con una realtà che cambia. C’è sempre, da parte mia, il desiderio di raccontare il momento in cui vivo, attraverso delle situazioni abbastanza autobiografiche. Per L’imbalsamatore, il discorso è differente: lì c’è proprio il tentativo di creare una realtà sospesa, fuori dal tempo. I riferimenti sono altri: il film di genere, il noir, la fiaba nera. Di conseguenza, anche la realtà attorno ai protagonisti è meno documentaristica, più “inventata”.