Incontro con Abbas Kiarostami

Abbas Kiarostami, regista iraniano, è autore di opere dallo stile inconfondibile come Il sapore della ciliegia (1997), ode alla libertà individuale e, in quanto tale, denunciato dalle autorità religiose iraniane o Il vento ci porterà via (1999), storia di un gruppo di abitanti della città che va alla ricerca di qualcosa in un villaggio rurale. Un ritmo lento e contemplativo, un intreccio semplice, riferimenti alla poesia persiana e alla filosofia occidentale sono i tratti caratteristici del suo lavoro. Nel 2001, Kiarostami si è innamorato di una piccola macchina da presa digitale e, grazie ad essa, ha diretto film di diversa natura e lunghezza, che oscillano tra la finzione e il documentario: ABC Africa (2001), Dieci (2002), Five Dedicated to Ozu (2003), 10 on Ten (2004), Roads of Kiarostami (2005) e Shirin (2008). Il 2010 è l’anno di Copia conforme, con Juliette Binoche, vincitrice del premio come migliore attrice al festival di Cannes. Qualcuno da amare (2012)  ha, infine, portato Kiarostami in Giappone: un universo tutto nuovo da scoprire.

Qualcuno da amare è un film nippo-iraniano…

Anch’io credevo che fosse un film giapponese-iraniano ma, vedendolo stamattina, ho capito che è un film giapponese-iraniano-italiano!

Perché ha scelto proprio il Giappone?

Il film è ambientato in Giappone ma, nello stesso tempo, è un film universale: pensiamo, spesso, di essere differenti da altri esseri umani lontani ma, in realtà, ci assomigliamo tutti…

Il film è stato girato in giapponese?

Si, tutta la squadra di lavoro era giapponese. Per quanto riguarda gli attori, ho provato con quelli professionisti ma erano tutti abituati a recitare mentre io cercavo un’espressione naturale. Alla fine, ho scelto l’attore principale (Tadashi Okuno), quello che interpreta l’anziano professore, tra le comparse. Quando è finito il film, avevo una grande stima per lui perché ho scoperto un uomo serio e rigoroso! Alla fine, lui mi ha mandato un messaggio in cui diceva di essere stato contento di aver lavorato con me ma che voleva tornare a fare la comparsa…

Com’è il suo rapporto con il cinema italiano, anche del passato?

Non elenco i registi italiani che amo perché potrei dimenticare qualcuno… Io conosco bene l’Italia e in Italia tutto mi è familiare perché ho trascorso la mia adolescenza e la mia giovinezza passando da un cinema all’altro a vedere film italiani. Del resto, il mio cinema parte e prende spunto dal neorealismo italiano!

In quali paesi è uscito Qualcuno da amare?

Venti paesi hanno portato, o stanno portando, sullo schermo questo film. Per quanto riguarda il Giappone, ci sono state due reazioni opposte: ad alcuni è piaciuto molto mentre altri lo hanno rifiutato.

Perché, secondo lei?

Il mio cinema risente dell’influenza di grandi registi giapponesi come Ozu o Mizoguchi mentre, oggi, in Giappone il cinema guarda più ai film americani che ai registi giapponesi tradizionali.

E negli Stati Uniti, il film come è stato accolto?

Negli Stati Uniti, il film ha avuto grande successo. Sembra quasi che il Giappone e l’Europa siano più interessati al cinema hollywoodiano che al cinema d’autore, mentre in America, oggi, avviene il contrario

Qualcuno da amare è uscito in Iran?

No: io ho proposto di doppiare il film ma non è stato accettato. Comunque, in video e con i sottotitoli in inglese, gira nei mercatini.

Perché, pur non essendo “scabroso”, il film non è potuto uscire?

Non vorrei entrare nei dettagli. E’ difficile dire che rapporto c’è tra me e il governo iraniano ma non ci capiamo. Certamente, il film non ha nulla per essere fuori legge ma è così… Il mio paese ha molte difficoltà, come tanti altri paesi, o forse il mio ne ha di più!

Il tema della creatività in Iran si ripropone, con forza, ad ogni Festival…

La creatività è al di là delle condizioni sociali di un paese e oggi, nonostante i problemi, sono testimone di una grande creatività in Iran. Qualche volta, le condizioni difficili possono stimolare ulteriormente la creatività!

Ha mai pensato di chiedere il passaporto francese?

La nazionalità non è il passaporto ma il legame con il proprio paese. Io non voglio essere nazionalista ma amo il mio paese e non sento la necessità di cambiare il passaporto. Se, cambiando passaporto, potessi acquisire altri ricordi, un’altra storia, forse si.

Tornando a Qualcuno da amare, perché ha scelto di ambientare molte scene decisive in macchina?

Dal 2002 ho iniziato a portare la macchina da presa nell’abitacolo di un automobile: direi che è simile a qualsiasi altro luogo, è un posto come un altro. Non c’è nessuna differenza tra una macchina, una camera da letto, un ufficio o altro ancora. Infine, dove avrei potuto mettere due generazioni  così lontane se non in un posto così stretto?

Il film non ha un finale vero e proprio…

E’ vero, è un finale inusuale, ma non strano. Quando ho mandato la sceneggiatura al produttore francese, ho pensato che, giunto alla scena della pietra, dovevo scrivere “fine”. Poi, ho riflettuto un anno intero ma questo era il finale che mi piaceva di più. Noi entriamo nella storia e ne usciamo ma la storia non finisce, continua… La fine del film non è la fine della storia!

Le piacerebbe tornare a girare in Giappone?

Quando il film è finito, tutti hanno detto che non vi vedevano lo sguardo di uno straniero ma di un giapponese. Comunque non è stato sempre semplice! Durante le riprese, è venuta a trovarmi l’assistente di Kurosawa e mi ha detto: “Ho visto la tua stessa esperienza quando Kurosawa ha fatto

Dersu Uzala (1975) in Russia: era devastato e piangeva ogni notte”. Ho risposto “Io piango una notte sì, una no”.