Il viaggio in Italia di Martin Scorsese

A due anni dalla presentazione al Festival di Venezia de Il dolce cinema, Scorsese ha portato ha Cannes la versione aggiornata del suo personale percorso attraverso il cinema italiano, prologo ad un documentario che alla fine dovvrebbe raggiungere la durata di circa dieci ore. Tante infatti ne ha preannunciate durante il festival francese la fedele produttrice Barbara De Fina, giunta a rappresentare il regista ialoamericano impegnato in America nel non facile montaggio di Gangs of New York. Una dichiarazione che non desta sorpresa se vista alla luce di A Personal Journey with Martin Scorsese Through American Movies, l’emozionante storia del cinema americano che si dipanava per oltre sei ore tra generi classici e grandi film.

Quattro ore di immagini toccanti, un titolo che nel frattempo è diventato Il mio viaggio in Italia  omaggio al cineasta più amato da Scorsese, Roberto Rossellini -, il documentario non ha dunque per il momento una forma definitiva, ma sufficiente a farci capire la sua strana natura di oggetto difficilmente classificabile. Perché non è propriamente una storia del cinema italiano, ma molto si comprende della nostra cinematografia attraverso le sue immagini; non è un saggio critico, pur offrendo ad ogni fotogramma occasioni di ripensamento e analisi; non è un documentario che parla direttamente del cinema di Scorsese, ma più di ogni altra opera apre squarci illuminanti sulla genesi dei suoi film e molto dice delle motivazione che lo hanno fatto avvicinare alla regia.

La mia vita è stata irrimediabilmente segnata dai film del neorealismo” racconta Scorsese – in piedi di fronte alla macchina da presa che lo ferma in uno straordinario bianco e nero – con il tono risoluto e definitivo che lo contraddistingue. Un’affermazione che è una dichiarazione d’amore e di intenti, oltre che, inevitabilmente, l’inizio di un viaggio nella memoria personale oltre che cinematografica. E infatti viene evocata la famiglia di origini siciliane, chiamata a raccolta intorno all’unico televisore posseduto dal padre del regista: tutti insieme a piangere di fronte alle immagini di Sciuscià o Paisà trasmessi appositamente una volta la settimana per gli italiani di Little Italy.

Il regista va però più a fondo nel dividere con lo spettatore i propri ricordi, e mostra un sorpredente film di famiglia girato da uno zio appasionato di cinema. Sono pochi minuti senza sonoro, che testimoniano il benessere di una famiglia che in America ha trovato lavoro e tranquillità: gli zii e i genitori in occasione di alcune riunioni familiari, la nonna al mercatino di quartiere. Un frammento dell¹Italia costretta a varcare l¹oceano indissolubilmente legata all’altra Italia, quella che popola i film visti sul televisore di casa Scorsese che segneranno per sempre il piccolo Martin.

Le immagini di riferimento impresse nella memoria del regista sono le più toccanti e significative della nostra cinematografia: il partigiano ucciso dai tedeschi e lasciato andare alla deriva sulle acque del Po in Paisà; i bambini di Sciuscià, condannati dalla povertà e destinati a finire in prigione se non addirittura a morire; il piccolo Bruno di Ladri di biciclette, costretto a diventare adulto prima del tempo. Film che Scorsese racconta di aver visto e rivisto, arrivando persino a mostrarci sequenze tratte dalle differenti versioni da lui visionate: di Paisà è mostrata prima una scena scura e dall¹audio incomprensibile frutto di una copia d’epoca circolante in America, e successivamente la stessa scena tratta dall’edizione recentemente restaurata. Una passione per certi ossessiva, che ha portato Scorsese a inserire in Il mio viaggio in Italia soltanto sequenze tratte rigorosamente da copie restaurate o preservate, messe a sua disposizione dalla Fondazione Scuola Nazionale di Cinema-Cineteca Nazionale.

Sarebbe tuttavia riduttivo pensare che il cuore di Scorsese bambino palpiti esclusivamente per il neorealismo. Il suo amore per il cinema si alimenta anche dei kolossal di Blasetti, ricordato attraverso Fabiola e La corona di ferro. Sono anzi proprio i protagonisti di questi film gli eroi da lui preferiti, tanto che ispirandosi ad essi Scorsese, all¹età di dieci-dodici anni, elaborava degli elementari story board di pepla che sognava di dirigere. I disegni, mostrati per la prima volta, sono un ulteriore tassello per comprendere l’universo di un regista pieno di luci e ombre, così come l¹intero documentario offre spunti di riflessione sulla sua intera opera. La scelta di StromboliEuropa 51raccontano molto del rapporto che il cineasta italoamericano intrattiene con la religione, con una visione mistica dell¹esistenza. Sciuscià, La terra trema, Umberto D. rivelano un’adesione alla realtà che il regista non ha mai tradito, pur riletta e adeguata a una diversa cultura.
Il signor MaxGli uomini che mascalzoni fanno trapelare una passione per la commedia che non sempre ha trovato la via delle immagini, sebbene gli eroi di Scorsese posseggano spesso un lato comico-grottesco.