Il prezzo del biglietto

La tassa di un euro sui biglietti cinematografici inserita nel decreto “Milleproroghe” ha provocato, tra l’altro, una frattura, con relativa polemica molto accesa, tra l’associazione degli esercenti (l’Agis), totalmente contraria a questo provvedimento governativo, e l’associazione dei Cento Autori, invece favorevole senza tentennamenti al provvedimento stesso. Una terza posizione, più defilata e un po’ pilatesca, è stata assunta dall’Anica (produttori e distributori cinematografici) che, sostanzialmente, è ben contenta di come sono andate le cose, in quanto il ricavato della suddetta tassazione, dovrebbe andare in larga misura a vantaggio della produzione filmica poiché permetterebbe il ripristino su base pluriennale dei crediti d’imposta. Per mitigare il proprio consenso e per non acuire l’implicito dissenso con l’Agis, l’Anica auspica (per quel che valgono gli auspici in politica…) un’estensione del provvedimento a tutti gli altri soggetti (reti televisive, pay-tv, DVD, ecc.) che traggono vantaggi economici dallo sfruttamento dei prodotti cinematografici. Insomma, a spingere le diverse categorie sulle rispettive posizioni, sono state delle motivazioni prevalentemente corporative; fermo restando che di sicuro saranno gli spettatori cinematografici a subirne maggiormente le conseguenze, o pagando di più per andare al cinema o dovendo rinunciare alla visione di alcuni film per non aumentare la loro personale spesa cinematografica. Questa vicenda è sintomatica della fase di confusione e di arretratezza che anche nel campo cinematografico stiamo attraversando, e suggerisce alcune considerazioni che provo a esporre sinteticamente per punti.

1)      Pochi mesi fa era nato, in maniera tanto spontanea quanto necessitata, un larghissimo movimento di opposizione alla politica cinematografica governativa – la dissennata “politica dei tagli” – che vedeva compartecipi tutte le categorie cinematografiche: dai produttori ai sindacati, dai distributori agli esercenti, dagli autori ai critici, dai giornalisti all’associazionismo culturale ad altre ancora. Questo movimento ebbe il suo momento di maggiore impatto mediatico, di maggiore forza contestativa e anche di maggiore sollecitazione propositiva, con l’occupazione del red carpet al Festival del cinema di Roma; ma anche successivamente diede vita ad altre manifestazioni, caratterizzate ancora dall’unità intercategoriale e dal positivo riscontro nell’opinione pubblica. In un primo tempo era parso che il governo e la maggioranza parlamentare che lo sorregge fossero del tutto sordi a questa ondata di proteste, dato che, dopo aver esternato pubblicamente alcune promesse, in sede di approvazione della legge finanziaria si guardarono bene dal mantenerle, senza dare troppa importanza alla brutta figura cui si esponevano. Le conseguenze più vistose di tutto ciò sono state, nel campo cinematografico, la frustrazione per questa pesante sconfitta e, insieme, il riemergere di spinte corporative, comportanti anche il rischio di una “guerra tra poveri”; mentre, nel campo politico-governativo, è prevalsa in un secondo tempo la decisione di fare qualcosa per accontentare, in qualche misura, almeno una parte del settore cinematografico, arrivando così alla tassazione del biglietto cinematografico e all’aumento del Fus con la cifra, tanto misera da sembrare provocatoria, di 15 milioni di euro.

2)      Entrando ora nel merito di questo provvedimento e della discussione che ha provocato, va detto per prima cosa che gli esercenti hanno in linea di principio pienamente ragione, anche se i loro argomenti, così come alcuni loro comportamenti passati, non sono del tutto esenti da osservazioni critiche. Non è giusto, infatti, che la soluzione (onerosa) per trovare un (parziale) rimedio, vada completamente a carico di una sola categoria, appunto quella degli esercenti, per avvantaggiare in tal modo alcune altre, e per di più privilegiando di fatto, ancora una volta, le televisioni, che nel settore del cinema già occupano posizioni dominanti. Ed è ancora più ingiusto – occorre ribadirlo – che alla fin fine a pagare più di tutti sia, come sempre, il cittadino, nella fattispecie lo spettatore cinematografico. Gli esercenti, tuttavia, sarebbero stati più credibili se in passato avessero dimostrato la stessa sensibilità nei confronti dei loro clienti, ad esempio, quando, anni fa, dopo aver avuto in regalo dallo Stato una sostanziosa detassazione, potevano abbassare il prezzo del biglietto e si erano guardati bene dal farlo, o quando, più recentemente, hanno aumentato lo stesso prezzo del biglietto nelle sale dove venivano proiettati film in 3D. E anche la minaccia di alcuni proprietari di multiplex di boicottare i film italiani appare dettata più dalla voglia di ritorsione, non disgiunta da qualche tratto masochistico, che da una scelta ragionata. Per quanto riguarda invece l’appoggio incondizionato dei 100 Autori alla proposta governativa, non si può non trovarlo sorprendente e anche preoccupante: perché accentua le divisioni già esistenti all’interno del comparto cinematografico, sminuendone così la forza contrattuale nei confronti della politica; perché deresponsabilizza il governo rispetto ad altri provvedimenti di ben maggiore portata che andrebbero varati per fronteggiare davvero la crisi del settore, crisi avvertibile soprattutto nelle attività che riguardano più immediatamente la cultura cinematografica, le sue valenze artistiche, la sua portata critico-conoscitiva, le sue forme di socializzazione; perché l’enfasi polemica tanto ostentata, oltre ad avallare un’ennesima tassazione tutt’altro che equa, distoglie l’attenzione dalle vere priorità e dal perseguimento di obiettivi strategici. Nel valutare, infine, i contenuti e le modalità della proposta governativa, risulta subito evidente la pericolosa illogicità dei suoi criteri di impostazione e di attuazione. Oltre a quelle già accennate, almeno un’altra riserva va subito avanzata. E’ quella che concerne l’uniformità della tassa in riferimento ai diversi soggetti tassati e alle diverse conseguenze che su questi ricadono. L’effetto si pone proprio all’opposto rispetto al principio democratico della progressività della tassazione, secondo cui i più ricchi dovrebbero pagare più tasse e meno tasse dovrebbero pagare i più poveri. Qui accade l’esatto contrario: tassare di un euro qualsiasi sala per ogni biglietto venduto a prescindere dallo prezzo del biglietto, stesso comporta che il piccolo esercizio pagherà proporzionalmente molte più tasse del grande esercizio; il che, non soltanto è iniquo, ma può risultare foriero di danni gravissimi, come la chiusura di alcuni locali, al circuito di profondità, alle sale d’essai e alle monosale di città. Di questo appare convinto pure il governo, tanto che ha esentato da questo prelevamento coatto le sale parrocchiali, alla faccia dello Stato laico, quale, anche per dettato costituzionale, dovrebbe essere il nostro.

3)      La questione di fondo del nostro cinema è di trovarsi costantemente in una condizione di emergenza, senza mai poter elaborare e potersi riferire a un vero e proprio progetto. Anche in questa fase in cui alcuni film italiani (tutte commedie) fanno ottimi incassi e la quota del mercato interno occupata dal prodotto nazionale è straordinariamente alta, i problemi di sempre della nostra cinematografia, pur momentaneamente attenuati, continuano a persistere. L’indubbio miglioramento quantitativo non cancella l’esigenza di un miglioramento anche qualitativo, di cui peraltro ci sarebbero i presupposti, consistenti principalmente nelle potenzialità creative di nuovi cineasti e nell’accresciuta domanda culturale del pubblico, domanda che da tempo non riesce a trovare una risposta adeguata a causa degli attuali assetti mercantili e delle correlate difficoltà della distribuzione. Dentro questa congiuntura, a soffrire maggiormente è il cinema d’autore, specialmente quello più avanzato sul piano della ricerca espressiva e del rigore formale; mentre la prevista abolizione del Fondo di garanzia – che intanto vede ridotte continuamente le disponibilità finanziarie, e che nel prossimo futuro dovrebbe essere riservato soltanto alle opere prime e seconde – si prospetta  come un’altra grave limitazione per questo tipo di cinema. Va anche notato che si parla molto della carenza di risorse da investire nel settore cinematografico e più in generale nella cultura in conseguenza della perdurante crisi economica, ma si parla troppo poco su come si potrebbe utilizzare meglio l’intervento pubblico, quale che sia la sua consistenza finanziaria.

Da quanto detto sinora, che naturalmente corrisponde a opinioni personali, sono deducibili altre considerazioni di ordine più generale, meno legate a fatti contingenti e più aperte a possibilità future, la cui attuazione dipenderà in gran parte dalla volontà politica di chi avrà giurisdizione sul cinema.  L’intervento diretto e indiretto dello Stato nel settore cinematografico, infatti, è da ritenere indispensabile, specie se si vuole veramente sostenere e promuovere la cultura cinematografica e, pertanto, incentivare la libertà di espressione e la libertà di visione, puntando, in primo luogo, sulla qualità delle opere filmiche e, ancor più, sull’ampiezza della loro circolazione. Di conseguenza una politica cinematografica ispirata prioritariamente da queste opzioni, da questi valori, deve farsi pure carico di effettuare delle scelte selettive corrispondenti a tali finalità e, insieme, deve attivare gli strumenti più efficaci per il raggiungimento degli scopi prefissati. Per concludere ritornando all’oggi, e per contribuire a risolvere concretamente dei problemi concreti, conviene infine chiedersi se gli scarsissimi fondi pubblici destinati attualmente al settore cinematografico non debbano essere impiegati in modo diverso e con meccanismi (automatici o selettivi che siano) diversi. Per fare un solo esempio, e con una sola domanda: ora più che mai non appare urgente, sempre ai fini della produzione e della socializzazione di cultura filmica, rivedere il meccanismo dei “ristorni” per eventualmente abolirlo o, almeno, per correggerne le storture? La risposta, a mio avviso, dovrebbe basarsi sul presupposto, teorico e pratico, che tra un cinepanettone e un film d’autore ci siano molteplici differenze che riguardano e l’ambito cinematografico e la sfera pubblica, ipotizzando al contempo che l’orientamento operativo di una politica cinematografica emancipata ed emancipatrice dovrebbe favorire più questo che quello.