Il nuovo cinema italiano e la necessità di una critica nuova

Louisiana - The Other Side, regia di Roberto Minervini

Riconquistare la centralità di una pratica marginale non è solo un calembour ossimorico giocato su un rovesciamento di prospettiva evocante un cortocircuito. Dovrebbe essere un imperativo critico. Operare affinché le nuove energie del cinema italiano possano essere vissute e apprezzate in un piano di con-presenza con il resto della produzione corrente. Si tratta quindi non di schierarsi secondo banali logiche di appropriazione territoriale (anche se schierarsi, ai fini di un discorso critico autenticamente fecondo, è sempre utile), ma lavorare affinché si produca un’inversione del pensiero critico e una riattivazione di dinamiche non settarie dello sguardo.
Non ragionare quindi secondo logiche che tendono a escludere in base a dimensioni produttive ed economiche, quanto compiere lo sforzo, l’unico che valga la pena di essere perseguito, di andare a cercare il cinema anche nelle pieghe di una produzione non immediatamente visibile e non sempre facilmente rintracciabile. (Come ha fatto l’ultima edizione della Mostra di Pesaro puntando i riflettori sugli esordi più interessanti degli anni Dieci). Il che, ovviamente, non significa operare un banale rovesciamento fra produzione “minore” e “maggiore”, quanto ripensare le categorie attraverso le quali immaginiamo il cinema italiano e il suo ricollocarsi all’interno di uno scenario politico, linguistico e mediale in trasformazione costante. Non è più pensabile, oggi, ma non lo era nemmeno ieri, immaginare il cinema italiano solo in relazione ai titoli (sempre più esigui) che ottengono visibilità attraverso i canali della distribuzione ufficiale sempre più angusti e meno propensi a concedere un tempo ragionevole all’esercizio “resistente” fra consumo, discussione e circuitazione. Il cinema italiano (r)esiste ancora ma è assolutamente vitale porsi il problema di come reinventare le basi di un discorso critico in grado di veicolare quanto accade oggi all’interno dei suoi numerosi perimetri.

Il cinema italiano, infatti, si è andato progressivamente frammentando, proprio come il suo pubblico. Si parla infatti di pubblici diversificati e non più di pubblico genericamente considerato come un’entità monolitica (comunque frazionata dalla televisione prima e dalla diffusione di massa delle tecnologie digitali poi). Il rapporto fra il cinema italiano e questo pubblico trasformato è uno dei nodi chiave da sciogliere, o se non altro da (ri)pensare alla luce di una sempre maggiore circuitazione di informazione e, paradossalmente, di un’autogestione di fatto del consumo cinematografico. In questa direzione di analisi spetta alla critica immaginare un suo ricollocarsi rispetto ai fenomeni in atto. Scegliere un campo e una posizione. E magari dei compagni di viaggio.
Il cinema italiano che maggiormente incuriosisce e intriga, che rischia e che si reinventa, che tenta di scompaginare equilibri e inventare nuove relazioni, si è da tempo esposto in questa direzione. E gli autori individuati da Cinecritica per questo nuovo attraversamento di un terreno in perenne movimento testimoniano di una vitalità e di una irrequietezza che meritano di essere comprese in tutte le loro articolazioni. Eleonora Danco, Laura Bispuri e Roberto Minervini, tre nomi estremamente diversi fra loro, così diversi che il fatto che si siano presentati tutti nel medesimo anno con lavori interessanti e complessi potrebbe addirittura indurre in tentazione (ma abbiamo smesso di essere così ingenui) di considerarli come espressione dell’ennesima nuova onda di un rinnovamento che c’è, ma fatica a offrirsi anche come rinnovamento strutturale. Tre autori, dunque, e, soprattutto, altrettante pratiche cinematografiche che testimoniano senza ombra di dubbio, di una evidente disaffezione nei confronti del racconto tradizionale, desiderose di esplorare l’orizzonte delle possibilità disponibili. E mettersi in gioco ancora una volta.

Se la Danco con N-capace si situa filmicamente in un terrain vague dove Pippo Del Bono dialoga con l’esperienza degli Straub/Huillet, dove il ricordo di Vittorio De Seta affiora fra le maglie di un primitivismo documentario affrontato con uno spirito arrembante, senza dimenticare Franco Maresco e Cinico Tv, la Bispuri e il suo Vergine giurata, pur restando nel territorio di un neo-naturalismo che trova nei Dardenne la sua punta espressiva, riesce ad affrancarsi da un modello ingombrante grazie a una capacità di sviare dal tracciato principale grazie a delle “distrazioni”, soffermandosi quasi tangenzialmente su sguardi e gesti che sembrano letteralmente andare oltre il perimetro di una sceneggiatura non sempre calibratissima. Eppure ciò che rende il film prezioso è la sua scontrosa sensualità, la capacità della macchina da presa di offrirsi come luogo dove il mondo e il reale riprendono a dialogare nel perimetro dell’inquadratura. Macchina da presa intesa come sonda di un territorio potenziale nel quale il corpo della protagonista possa finalmente trovare requie.

Dal canto suo Roberto Minervini, nome di punta del cinema documentario italiano, ha sviluppato una poetica inconfondibile, conservatasi intatta anche nel passaggio dalla pellicola 35mm al digitale. Louisiana – The Other Side, opera complessa e affascinante, autenticamente disturbante, riesce nell’impresa di sviluppare un discorso poetico in grado di offrirsi al tempo stesso sia come riflessione filosofica sulle potenzialità del dispositivo di riproduzione documentario che come presa di posizione politica.

Scegliere questi tre autori come sintomatici di un rinnovamento in atto nel cinema italiano, non significa volere annullare differenze e prospettive ma porre compiutamente, dati alla mano, la richiesta, non più procrastinabile, di un’inversione di rotta nel pensare il cinema italiano o, almeno, un adeguamento dello sguardo critico. È questo l’oggi del cinema italiano. Si (ri)parte da qui.

Il cinema italiano c’è. Si continua a fare e continua a porsi il problema del rinnovamento. Sia del linguaggio che della forma. Non riconoscere questo dato elementare è impossibile. Nella loro feconda diversità la Danco, la Bispuri e Minervini raccontano di un cinema tutto da fare cui contribuiscono con gli esiti di un lavoro originale e forte, impossibile da pensare se non si opera una trasvalutazione critica dei valori cinematografici esistenti.

Una sfida, dunque. Una sfida vera, appassionante, cui la critica non può sottrarsi e che anzi è chiamata a gestire. Solo in questo modo il cinema italiano può tornare sulla Terra (e il riferimento al titolo del film di Marco De Angelis e Antonio Trapani è assolutamente voluto).

*Articolo pubblicato su CineCritica n.78/79 aprile-settembre 2015