Il cinema italiano visto da Milano – IX edizione

Il cinema italiano continua a trionfare al botteghino, ma solo se…fa ridere (e forse non serve essere psicologi per capire perchè). Ma, tranne che per pochi, non si può dire che sia proprio una “bella giornata”.  Lo testimonia, ormai da nove anni , una vetrina particolare quale Il cinema italiano visto da Milano, che la Cineteca Italiana di Milano organizza (tra lo Spazio Oberdan e  la sala Area Metropolis 2.0 di Paderno Dugnano) con un obiettivo ben preciso:  ridare voce al nostro cinema indipendente e di qualità. Per dieci giorni (l’edizione in corso terminerà domenica prossima; per il programma  rimandiamo al sito www.cinetecamilano.it),  vengono riproposti, da una parte,  film che pur dopo  apprezzate apparizioni festivaliere, privi di adeguata promozione, hanno fatto solo  fugaci apparizioni nelle sale o che, più spesso,  nelle sale non sono mai arrivati; dall’altra, si presentano nuovi autori e autrici attraverso il concorso “Rivelazioni” (opere prime o seconde mai distribuite, premiate da una giuria popolare). Insomma -e purtroppamenti- si tratta di film e registi che rischiano di  ingrossare la già folta schiera dei “Dispersi” cinematografici, italiani e non (a loro, oltre che  un volume recentemente pubblicato da  Falsopiano, sarà dedicato anche un festival, a Milano dal 9 al 13 febbraio: www.dispersival.it)

L’iniziativa della Cineteca di Milano, sin dalla nascita, cerca anche di interrogarsi sulle logiche di fondo, culturali e di mercato, che determinano la fruizione del cinema nel nostro Paese, confrontandosi con gli autori e organizzando occasioni ad hoc come un incontro  su “Cinema, scrittura e sceneggiatura” (coordinato da Enrico Nosei)  che ha visto la partecipazione, accanto a Vincenzo Consolo, di Gianni Canova,  Pasquale Scimeca e Domenico Starnone. Un critico, un regista indipendente, uno sceneggiatore che hanno dato letture e diagnosi diverse -che qui non possiamo che riportare in estrema sintesi- rispetto  a problematiche certo non nuove, ma sempre più attuali.

Secondo  Starnone, scrittore e sceneggiatore, le logiche produttive rendono proibitivo raccontare l’Italia di oggi  -attraverso il cinema, come attraverso la narrativa-  prescindendo dai modelli televisivi  che tutto inquinano e condizionano; d’altro canto, manca quasi sempre a romanzieri e sceneggiatori la fantasia e il coraggio necessari per inventare e proporre storie e linguaggi nuovi.  Per  Canova, grandi responsabilità vanno ascritte anche alla critica cinematografica e allo stesso pubblico. Critici e spettatori, anche “progressisti e di sinistra”, hanno finito per allearsi, più o meno consapevolmente, nel demonizzare tutta la tradizione del cinema “di genere” (dunque del racconto popolare) italiano, delegando questo racconto interamente alla tv e alla sua fiction; e nel coltivare poi un “feticismo degli autori”, che ha alimentato le spinte narcisistiche di questi ultimi (spinti sempre di più a scrivere oltre che dirigere i loro film, quando il grande cinema italiano si è retto per  decenni sul lavoro di squadra di sceneggiatori, soggettisti, dialoghisti, ecc.). Per Scimeca (autore di una rivisitazione  de “I Malavoglia” di Verga ispirata alle tensioni sociali contemporanee, che dovrebbe approdare a breve nelle sale distribuito da Cinecittà Luce) il punto cruciale oggi è la libertà degli autori e dunque il loro rapporto con il Potere. E poiché il cinema come forma espressiva ha bisogno di più soldi e maggiori sforzi organizzativi rispetto ad altre arti, questo rapporto investe tutte le fasi, da quella creativa a quella produttiva,  sino alla distribuzione e alla fruizione da parte del pubblico. I processi di omologazione narrativa, come pure stilistica,  sono del resto evidenti: “quando ero giovane si entrava ancora al cinema a spettacolo iniziato, ma non avevi bisogno di vedere i titoli di testa per capire se era un film di Rosi o di Antonioni. Oggi non è più così;  allo stesso modo, si fa quasi sempre fatica a distinguere, senza leggere in nome del critico, una recensione cinematografica da un’altra”.
Per ragioni di tempo il dibattito è stato aggiornato a un’altra occasione. Ma ci sembra di poter dire che “avevano tutti ragione”.