Il cinema italiano dica 33 – Editoriale

In un periodo in cui il dibattito pubblico dedicato al cinema si è concentrato quasi esclusivamente sull’analisi della nuova legge, in controtendenza, insieme alla FICE, l’associazione degli esercenti d’essai, il SNCCI ha invece deciso di riaprire un confronto e una riflessione sugli aspetti creativi, linguistici, culturali della produzione nazionale. Di conseguenza si è deciso di organizzare il convegno “Dica: 33”, svoltosi a Roma lo scorso 23 marzo con lo scopo di verificare lo stato di salute del cinema italiano alla luce delle più recenti proposte distribuite in sala.

Da qui il gioco metaforico del titolo, “Dica: 33”, espressione comunemente usata dai medici durante le visite ai pazienti, ma  insieme auspicio perché il cinema italiano possa tornare a raggiungere quella quota di mercato del 33%, toccata o quanto meno sfiorata in stagioni recenti, e che nel primo trimestre 2017 appare una meta lontana, in quanto la produzione nazionale è attestata ad un deludente 21%. Insomma l’idea è stata quella di proporre un vero e proprio consulto, partendo, tanto per restare nella metafora medica, dalla diagnosi di quattro specialisti: un produttore, Riccardo Tozzi; un esercente, Domenico Di Noia; un critico, Fabio Ferzetti; un autore, Daniele Vicari.

Il SNCCI è convinto della necessità di tornare ad affrontare ed approfondire il dibattito teorico attorno al cinema. La produzione nazionale ha necessità di ritrovare slancio, originalità, di rinnovarsi e proporre autentiche novità. Non si può pensare, come sembra essere la convinzione di molti, che la nuova legge cinema sia la panacea in grado di risolvere tutti i problemi, le carenze, le difficoltà della nostra cinematografia.

Del resto qualche preoccupazione è stata espressa in questo periodo anche da parte di autorevoli cineasti. Lo ha ricordato Marco Risi: «Il cinema non esiste più. I film più interessanti, li vedono dieci persone». Lo ha ribadito sul versante della produzione più popolare Carlo Verdone: «La commedia italiana non sa più raccontare la società». Espressioni che implicitamente denunciano da una parte anche la responsabilità di un pubblico sempre più distratto e meno curioso, incapace o comunque impossibilitato a individuare ciò che vale e dall’altra il deficit di scrittura di gran parte della produzione nazionale, caratterizzata da film col fiato corto, basati su sceneggiature approssimative, che, dopo pochi minuti, hanno esaurito, senza approfondire trame e caratteri, tutto ciò che avevano da dire. Il grande cinema, indipendentemente dal genere del singolo film, è invece sempre imprevedibile e sorprendente: deve saper stupire lo spettatore, provocare spaesamento, stravolgere la tradizione, pur continuando a tenere conto di quella eredità. Nei periodi di massimo splendore, il cinema italiano ha saputo fare tutto ciò: ma oggi esiste ancora il cinema italiano o piuttosto c’è una realtà fatta di esplosione di frammenti, ovvero ci sono soltanto singoli film e singoli autori capaci di suscitare dibattito e attenzione, trasformarsi in casi. I talenti nel cinema italiano non mancano: lo dimostra il prestigio internazionale di Sorrentino, Garrone, Moretti, i premi ricevuti nelle più importanti kermesse, ma ciò che è venuto meno è il tessuto connettivo della nostra cinematografia, che finisce per penalizzare anche altri talenti potenziali. Perché un autore interessante come Francesco Munzi ha potuto girare solo tre film in dodici anni?

Forse, come nel convegno romano ha fatto notare Riccardo Tozzi, siamo nel pieno di una seconda rivoluzione televisiva o meglio audiovisiva, destinata a cambiare la collocazione del cinema, il suo linguaggio, la sua fruibilità. Non c’è dubbio, che, non solo negli Usa, ma anche in Italia, oggi le novità e le proposte più originali vengono sperimentate dalla serialità televisiva, che gode di una libertà impensabile per le opere destinate prioritariamente ad un consumo in sala. Secondo Tozzi, la maggiore libertà nasce dal fatto che questo tipo di produzione è sganciata dalla condanna al confronto con la quantificazione immediata del pubblico, perché il vero successo di una serie televisiva si misura nel medio/lungo periodo, con le repliche, la possibilità di consumi individuali scansionati nel tempo, le fruizioni in dvd e on demand. All’interno di uno scenario mediatico radicalmente mutato, il vero competitor del cinema d’autore è diventata proprio la serialità, che, anche nel nostro paese, ha fatto registrare un grande innalzamento qualitativo.

Per un esercizio alla ricerca di proposte italiane d’autore, i problemi sono crescenti per la difficoltà a trovare un congruo numero di titoli validi. Il pubblico, abituato al consumo seriale, pretende di trovare nei film in sala la stessa qualità di messa in scena, lo stesso approfondimento di racconto. Contrariamente a quanto si pensa, un certo pubblico per le proposte difficili, per usare un’espressione contenuta nel testo della nuova legge, esiste, esistono meno i film. Il tutto complicato ed esasperato dalla condizione di un mercato asfittico, con un esercizio eccessivamente concentrato in alcune aree e del tutto assente in altre. In Calabria, ad esempio, dove, lo ha fatto rilevare Vicari nel citato convegno romano, esiste uno schermo ogni mezzo milione di abitanti.

Inoltre le modalità di distribuzione, a cominciare dalla tempistica e dalla stagionalità, sono irrazionali e irragionevoli, aggravate dall’inflazione produttiva, che rischia di nascondere in una pletora di proposte assurde e inutili, anche i film realmente interessanti. Dipende anche da questo il desolante esito economico di alcuni film più che meritevoli come Fiore di Claudio Giovannesi o La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu, per citare un paio di esempi di titoli, che stanno girando il mondo nei festival e raccogliendo una quantità di riconoscimenti.

Le contraddizioni non si contano: abbiamo un’industria che sulla carta produce oltre 200 film all’anno per la sala, poi di fatto –lo ha denunciato Dinoia, numeri alla mano- 140 di questi titoli escono in sala distribuiti con meno di dieci copie, in concreto non escono: restano invisibili. Selezionare a monte con maggior rigore i progetti meritevoli di sostegno pubblico è una indispensabile necessità. Questo consentirebbe di focalizzare maggiormente l’attenzione su quella che è la tendenza più interessante emersa nel cinema italiano delle ultime stagioni: il documentario in senso stretto e l’intreccio sempre più inestricabile fra documentazione e fiction. In questo senso il cinema italiano è davvero all’avanguardia, ma i film di questo tipo non riescono ancora ad intercettare un pubblico. La produzione di film dovrebbe tornare a essere un rischio, in primo luogo per i produttori, molti dei quali oggi il proprio guadagno lo hanno già messo in tasca nel momento in cui il film parte, indipendentemente dal successivo esito commerciale.

In definitiva ci sono enormi carenze di comunicazione da risolvere: non è pensabile che tutti i film, dai blockbuster hollywoodiani al documentario d’autore, vengano lanciati nello stesso modo e dette modalità siano in gran parte le stesse in uso da quarant’anni. C’è una carenza nei rapporti  interassociativi fra le diverse categorie, ciascuna delle quali, al di là dei buoni proponimenti, non si è dimostrata concretamente disponibile a rinunciare ai propri privilegi per aiutare a rimettere in moto l’intero sistema. C’è una carenza nei processi di alfabetizzazione all’immagine e di formazione di nuovo pubblico. Affrontare con estrema franchezza questi problemi è diventata una necessità improrogabile, a prescindere da tutto ciò che la nuova legge cinema sarà o non sarà in grado di produrre.