Il cinema della memoria che non muore. Incontro con Robert Guediguian

Con Robert Guédiguian e con Arianne Ascaride le conferenze stampa non sono dei rituali, sono conversazioni. Lo ricorda Angelo Signorelli, direttore del Bergamo Film Festival (BFM), all’inizio dell’incontro con il regista di Marius et Jeannette (1997) e La ville est tranquille (2000) e con la sua moglie e musa ispiratrice, la bravissima Arianne Ascaride. Ed è stato così anche questa volta, con i giornalisti  tutti  seduti in circolo, in occasione della meritoria retrospettiva che l’edizione n. 31 del BFM ha dedicato al regista marsigliese e al suo cinema. Da oltre 30 anni – da Dernier été (1981) a Le nevi del Kilimangiaro (2011) – Guédiguian racconta senza sosta gli operai e le classi più umili (quell’ultimo film era addirittura ispirato al lungo poema Les pauvres gens di Victor Hugo), fotografando i cambiamenti che il lavoro e il suo senso sociale, prima ancora che lavoratori, hanno dovuto subire. La sua analisi, come del resto il suo cinema, ci restituisce infatti una serie di istantanee nitidissime di questi decenni.

“Il cinema che ho cercato di fare è stato sempre un cinema della contemporaneità. Ho seguito l’evoluzione della condizione operaia e delle classi meno favorite. Faccio spesso un esempio. Il lavoro nel cantiere è protagonista di parecchi miei film: però se nel 1980, quando giravo Dernier été, il protagonista non voleva lavorare in una cementificio, quasi venti anni dopo (in Marius et Jeannette, ed è sempre il suo fidato attore e alter ego Gerard Meylan), deve fingere di avere una gamba rotta per farsi assumere, e non come operaio, ma come guardiano del cantiere. Molte cose sono cambiate, ma la mia attenzione è rimasta costante, come pure, penso, la maniera in cui racconto quel mondo; i poveri però ci saranno sempre, ma oggi sono anche la classe degli impiegati, che finiscono spesso suicidi come quelli di France Telecom”.

Più che una scelta estetica è forse un preciso gesto etico, o ideologico, come si sarebbe detto una volta: “di solito il popolo nel cinema è una folla indistinta, una massa che resta sullo sfondo, confusa, sfumata. Io ho voluto riportare il popolo in primo piano. Per questo ho voluto dare ai miei personaggi tutti i difetti e tutte le qualità di quel mondo, quasi a volerli rendere più grandi di quanto siano”. E’  una visione idealistica dei rapporti sociali e anche della stessa ideologia comunista. Eppure Guédiguian, che comunista lo stato e lo è ancora davvero. ha una illuminante consapevolezza: “il comunismo francese, italiano, e persino spagnolo, è stato ricalcato sul cristianesimo: l’amore per il prossimo, per gli umili, ecc.;  questo ha creato un forte legame simbolico con la spiritualità e la trascendenza, come se il comunismo – i suoi pensieri e i suoi sentimenti – partecipassero più dell’ordine della fede che del materialismo”. E forse per questo, aggiungiamo noi, il disincanto e la disillusione del mondo post-ideologico, sono stati più forti, amplificati dalla violenza delle “guerre tra poveri” e dalla “crudeltà dei tempi che cambiano” (il titolo del saggio di Roberto Chiesi contenuto nella monografia a corredo della retrospettiva curata da Angelo Signorelli). Proprio  Le nevi del Kilimangiaro dava voce a questo disincanto da parte della coppia protagonista (accanto alla Ascaride, l’altra costante presenza di quel cinema, Jean-Pierre Darroussin). Un film in cui, tornando – a distanza di molti anni –  nel quartiere marsigliese e multietnico de l’Estaque, Guiediguian tenta un bilancio ormai definitivo e sicuramente amaro di decenni di lotte, politiche e sindacali. Un film dove il tema della memoria e dell’identità sociale (di classe, appunto) si accompagna alle problematiche centrali dell’oggi, quella della incomunicabilità di fondo tra le generazioni (che è pure al centro di tanto cinema politico inglese di questi anni, da Ken Loach a Mike Leigh). “I fili che legano le generazioni si sono molto allentati in questi ultimi anni e rischiano di spezzarsi; credo che il cinema può ancora contribuire a riannodare questi fili. Un film come Le nevi del Kilimangiaro cerca di capire le ragioni del conflitto tra anziani e giovani. Credo che la risposta stia  nel fatto che non vi è più una vera conoscenza reciproca, come se le loro strade si siano biforcate. In realtà, il  movimento operaio è stato per troppo tempo occupato a difendere, e strenuamente, le conquiste e i diritti acquisiti in decenni di lotte; così facendo però ha speso troppe energie, ha giocato in difesa e non più all’attacco; ha sì contribuito a frenare la disgregazione e la regressione sociale, ma ha cessato di fare nuove proposte e quindi di attirare i giovani. Inoltre, per la trasmissione della memoria e dell’identità familiari, la scuola e l’educazione non bastano: occorre la pratica e l’esperienza comuni, occorre credere e lottare per gli stessi obiettivi, manifestare e camminare fianco a fianco”.

Nasce da tutto questo anche l’importanza che da sempre il regista assegna alla musica nel suo cinema: musica colta, da usare -pasolinianamente- come contrappunto straniante e spiazzante, ma anche musica popolare, veicolo di immaginario e, appunto, memoria collettiva essa stessa.

Infine, c’è spazio anche per Arianne Ascaride, che precisa di considerarsi comédienne più che actrice. La lingua italiana purtroppo non asseconda questa distinta accezione, che la Ascaride rende chiara: “io mi considero fondamentalmente una persona che lavora; il mio lavoro è incarnare personaggi che sono scritti sulla carta e dare loro senso e spessore; il mio problema, con i personaggi creati da Robert o da altri non è riconoscermi nei personaggi, ma renderli credibili, veri; per questo  accetto solo personaggi che riconosco interessanti e indispensabili; i personaggi sono come dei figli e nessuna altra attrice può fare il mio stesso figlio”. Sul suo lavoro svela un curioso segreto: “costruisco ogni personaggio a cominciare dai piedi; penso a come cammina, a quale può essere la sua andatura, perchè nessuno cammina allo stesso modo; così, infine, arrivo anche alle scarpe, quelle più adatte alla storia, che il personaggio dovrà usare”.

Un sodalizio, di vita e professionale, inossidabile e bellissimo, che si spiega anche così: “Quando scrive i nostri personaggi Robert – e non conosco molti registi che lo fanno – dà una enorme fiducia a noi perche scrive personaggi che possono fare tutto; questo ci dà una grande responsabilità, ma al tempo stesso una grande libertà durante le riprese. Sul set Robert è un regista-spettatore, non un regista direttivo: noi gli mostriamo le cose che facciamo ed è  straordinario per noi vedere che lui ci guarda!”.

Del resto, anche la parola regista, con quella sfumatura autoritaria che essa contiene, non esiste nella lingua francese. E Robert Guédiguian è dunque un metteur en scène – e al tempo stesso un testimone – della storia, quella privata e quella con la “esse” maiuscola. Non a caso il suo corpus filmico comprende – nel decennio appena trascorso – anche tre importanti escursioni dal set marsigliese, che sono altrettante efficaci incursioni nella storia dei popoli ai quali egli appartiene – lui armeno di madre tedesca, ma cresciuto e vissuto a Marsiglia:  la Francia che cerca di ribellarsi al nazismo de L’Armée Du Crime (2009), l’eredità umana e politica di Mitterand  (Le passeggiate al Campo di Marte, 2005), il ritorno alle radici di Le voyage en Armènie (2006).

Un viaggio, lungo 30 anni e 17 film,  per rivendicare il diritto alla memoria e all’identità.