I (cine)mondi perduti di Davide Manuli

Beket, regia di Davide Manuli (2008)

Il saggio su Davide Manuli è stato pubblicato sul n.72 di CineCritica

Si potrebbe almeno per una volta cominciare a descrivere l’autore Davide Manuli e un certo panorama socio-politico, per arrivare poi al suo “cinema”. Perché – caso più unico che raro! – la sua fisiognomica, così come l’attuale panorama desertificato del sociale e del culturale corrispondono attraverso una lente anamorfica ai suoi film. Un film nel film. Come se le sue opere fossero fatte non di pellicola ma di sangue, sudore e lacrime. E ciò che si vede poi sullo schermo non sono delle semplici vicende ma delle radiografie ingrandite di una smorfia che ha deciso di balbettare il proprio de profundis con l’humour di beckettiana memoria. Forse perché per essere semplicemente poeti bisogna disporre di una non comune overdose di disperazione. La difficoltà a stare al mondo – in “questo” mondo! – appare già un’impresa titanica.

Filmare l’esistente diventa una missione impossibile. In un paese come l’Italia diventa tutto ancora più avvilente, una sorta di joint venture suicida. Il sistema politico/economico/sociale è diventato un anello di Möbius, nel quale sono tutti vittime e complici allo stesso tempo. Un mostro che capovolge i dati della liberazione sociale. Una falsa onda liberatrice ha fatto in modo di rifilare a noi sudditi il fantasma del potere e della libertà. Siamo tutti complici di un potere che non esiste più. Tutti si raccontano la commedia del potere, del sociale o della cultura. Dopo la mobilitazione del lavoratore, del cittadino nel suffragio universale, ecco giunta ma ormai già collassata quella del consumatore.  Si estorce il bisogno, la spesa come un obbligo sociale, dopo avere loro estorto la parola, il voto, il sesso, la felicità. L’economico e il politico sono implosi uno dentro l’altro per mutarsi in una economia politica della deiezione, intenta nell’abiezione di “rigenerarsi” attraverso la ripulitura a secco della Storia in una prospettiva vittimistica, come se si avesse a che fare con una catastrofe già in atto, già compiuta del genere umano. Tutto accade come se ci fosse una strategia (il potere stesso che si mette in posizione vittimista), ma in realtà non c’è alcuna volontà politica. C’è una specie d’illusione feroce e di profonda idiozia a ostinarsi nel buon senso nel cambiare le cose quando non esiste senso, a voler cambiare la forma dell’equazione quando questa è uguale allo zero. La politica non è più la spiegazione della Storia. La Storia non è più la spiegazione delle nostre azioni. La politica che si gioca oggi è soltanto un ricatto alla Storia e alla Ragione storica. Il destino ineluttabile anche del cinema come dell’arte in generale è di reclinare nell’epoca della volontà debole. Caduto in disgrazia Lenin (Post Marxismo), l’Occidente (Post Liberismo), il moderno (Post Moderno) siamo ormai nel post mortem. In tale contesto Davide Manuli appare un parossista solo apparentemente indifferente, un clandestino del cinema (non solo) italiano, una sorta di incrocio tra lo sperimentalismo del new waver Faust(o), alias Fausto Rossi e la rabbia caustica ma lirica di un Piero Ciampi, volto a “suonare”  una mise en abyme del post-apocalisse. Dipingendola con svariati bianco e neri. In un contesto paesaggistico di anime morte (il deserto), noi spettatori ci riflettiamo come oggetti feticcio di un pensiero che non è più il nostro, o che ne è l’eccedenza incontrollabile. L’umano si è estinto da un pezzo. Le storie nel cinema di Davide Manuli diventano un recupero ed una riconfigurazione incessanti all’interno del museo dei suoni campionati, di fantasmi che nella musica tornano a essere corpi, a danzare, a straniarsi, lasciando intravedere la definitiva estinzione di tutti i referenti. Scrive Bruno Di Marino: «Dopo l’esordio con Girotondo, giro intorno al mondo (1998), il regista giunge a definire meglio il suo stile con il secondo lungometraggio, Beket (2008), ambientato sullo sfondo desertico della Gallura, sublime scenario rarefatto, pre-istorico o post-atomico in tutti i sensi, sul quale vengono inseriti, come decalcomanie, personaggi ritagliati da altri immaginari; schegge letterarie, citazioni filmiche, rimembranze musicali, reminescenze poetiche, derive iconografiche, frantumate e ricostruite senza una logica, se non – appunto – quella beckettiana, per cui qualsiasi sequenza diventa metafora di qualcos’altro, in una trama folle e ossessiva, fatta di ripetizioni e inversioni continue, sia verbali che visive». (1) Ma sarebbe un tragico errore rileggere il corpus filmografico di Manuli come un’evoluzione o devoluzione. Sono prima di tutto esperienze di vita irripetibili dove la macchina da presa è testimone (in)discreto di “viaggi al termine della notte” (Girotondo, giro intorno al mondo), zone liminari sull’assurdità dell’esistere (Beket) e della visione (La leggenda di Kaspar Hauser). Scrive a tal proposito Maurizio Di Rienzo: «Un girotondo attorno al mondo di Manuli. Davide lo propone dal suo primo film: giro anarchico in b/n, tra overdose di deliri-dolori e scatti di luce e musica. Strada e periferia=centro post-antropologico, solitudine distruttiva, salvezza a portata di caduta.

Davide mai regista provinciale, spazi interiori ed esteriori (Inuit, Beket, Kaspar) sono ispirazione e meta, causa ed effetto, per offrire cinema che sta a sé ma non contro il mondo». (2) Ma è davvero un territorio narrativo la (non) carriera di Davide: dal 1987 al 1990 è attore all’Actors Studio e al Lee Strasberg Institute di New York. Diventa assistente di Al Pacino e Charly Laughton per la CHAL productions nel 1991. È attore protagonista nel lungometraggio The Contenders prodotto da Milos Forman per la Columbia University. Nel 1993 recita nel film L’incantevole aprile del regista Mike Newell (3 candidature Oscar e vincitore di 2 Golden Globes). Nel 1995 è finalista e Borsa di studio al Premio Solinas con la sceneggiatura di Girotondo, giro attorno al mondo. Nel 1996 la pubblicazione del libro poetico-fotografico dal titolo altrettanto emblematico La mia incapacità di stare al mondo con le poesie di Davide e le fotografie di Fabio Paleari. Contestualmente realizza svariati cortometraggi, lavorando spesso e volentieri con materiali delicati come l’8 mm e il Super 8: il kennethangeriano Mental Masturbation (1990) girato a Santa Monica, California, il cassavetessiano Oh Peggy Oh!!!… Peggy YèYè (1989), il jarmushiano A Pack of smockes (1997), il seminale e profetico Entre la chair et l’ongle, il y a la crasse (1997), in Super 8 sonoro con la presa diretta, che sarà acquistato da Canal + France; il toccante e commovente Bombay: Arthur Road Prison (1998), vincitore della Vela d’Oro al Festival di Belluria, storia di due sconfitti dall’esistenza: Gianluca, un giovane rinchiuso in carcere in India e la sua amica Titti, tossicodipendente. Un inesorabile e doloroso piano sequenza sull’amica Titti dentro l’abitacolo di un’auto mentre la voce fuori campo lamentosa di Gianluca (Manuli stesso) le racconta le sue disavventure. Da questo momento in poi, Manuli passerà ai lungometraggi, senza mai dimenticarsi però “la forma breve” che riprenderà per raccontare il contatto avuto con Abel Ferrara a Roma nel 2004 del quale era assistente personale. E se Girotondo, giro attorno al mondo viene salutato come uno degli esordi più originali del cinema italiano, Inauditi – Inuit (2006) è un documentario (im)possibile sugli Inuit eschimesi residenti nel nord del Canada, a ridosso del Polo Nord, che avrebbero dovuto partecipare a un progetto di cura a distanza mai andato in porto. È attore Nelle tue mani (2008) di Peter Del Monte. Parallelamente il suo progetto più ambizioso Do???…Ping! non riesce a concretizzarsi. Disperato ma mai domo realizza Beket, per poi proseguire con La leggenda di Kaspar Hauser.

La parola ormai muore in favore di un suono/immagine in cui la musica tecno (Vitalic) diventa prolungamento dell’occhio del regista. A tal proposito non si può che essere d’accordo con le parole di Giuseppe Genna: «La colonna sonora di Vitalic, che satura le immagini e distrugge i dialoghi, esalta in realtà le interpretazioni di Gallo e di Gifuni (un prete cowboy che ciancia davanti a Kaspar Hauser dell’esistenza di un messia). Silvia Calderoni dei Motus, adrenalinica e autistica, è l’androgino Kaspar Hauser, il ragazzo venuto da fuori della civiltà e su cui essa tenta un’opera innaturale di corruzione e di espulsione dal corpo sociale, attraverso il bando dell’esclusione definitiva – la morte stessa. Una vicenda che si snoda per capitoli molto lineari, sottolineati con titoli da film muto: l’arrivo di Kaspar Hauser, l’educazione di Kaspar Hauser, la sua uccisione… Chi scrive è in una posizione di oggettività partecipativa, poiché è autore di un frammento della sceneggiatura. […]Siamo di fronte, insomma, a un regista dal talento non comune, che ci espone a una scelta radicale: dimenticare il film ed esperire il cinema. […]Qualcuno di antico ha descritto in anticipo quest’opera d’arte che è La leggenda di Kaspar Hauser: “Ecco l’equivalente del suono così come io lo intendo. L’attore non esiste più, il sé manca, siamo nell’abbandono, nella morte della significazione. L’interiorità ha eliminato la comunicazione. Tra l’attore e lo spettatore non si comunica più. L’interiorità dell’attore si precipita nell’interiorità dello spettatore. A questo stadio, la rappresentazione, le parole come volontà, Dio, la grammatica, l’anima, lo spirito, non esistono più. Sono il mai-detto, il non-detto, che parlano all’interiorità. Siamo nella sensazione. E infine è il corpo che scompare”. Questa precisa descrizione dell’opera di Manuli è stata enunciata da Carmelo Bene, in un’intervista a Thierry Lounas, sui Cahiers du Cinéma, nel 1998, l’anno in cui usciva il primo film di Davide Manuli, Girotondo, giro intorno al mondo. Era un passaggio di staffetta, nemmeno ideale». (3) Per entrare dunque nei (cine)mondi di Manuli bisogna lasciare che i morti seppelliscano i vivi.

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NOTE

(1) Bruno Di Marino, Sul confine. Le forme della sperimentazione in Italia, in Adriano Aprà (a cura di), Fuori norma. La via sperimentale del cinema italiano, Marsilio, Venezia, 2013, p. 70.

(2) Davide Manuli, Gianluca Arcopinto, Girotondo, giro attorno al mondo. La storia vera (1994-2012), auto editato, Roma, 2012, pp. 8-9.

(3) http://www.giugenna.com/2012/05/30/su-lunita-circa-il-film-di-manuli-kaspar-hauser-e-ancora-sepolto/

Il sito dedicato a Davide Manuli