Giulio Andreotti. Il cinema visto da vicino – Il documentario alla Mostra del Cinema di Venezia

Secondo la celebre definizione di Bunuel, “il cinema è un’arma magnifica e pericolosa, se a maneggiarla è uno spirito libero”. Sarà anche per questo che sin quasi dai suoi inizi il cinema è diventato una terribile e altrettanto pericolosa arma nelle mani dei dittatori. Ma anche i regimi democratici, e a tutte le latitudini, hanno assoldato schiere di burocrati incaricati di espungere dalle pellicole eventuali, fastidiosi “fantasmi della libertà”.

In Italia, la storia della censura è di poco più giovane di quella cinematografica e ha da poco superato il secolo (la prima legge italiana risale al 1913). Indagando i percorsi della censura nostrana, il progetto ‘Italia Taglia’, varato già qualche anno fa da Pier Luigi Raffaelli e coordinato ai vari livelli da Gian Luca Farinelli, Tatti Sanguineti e Anna Fiaccarini, riusciva a far comprendere meglio come anche nel nostro paese e per buona parte del secolo scorso, il cinema sia stato la cartina di tornasole dei cambiamenti sociali economici e politici. In questa storia (come in tante altre, in verità) giocò un ruolo importante Giulio Andreotti, e sin dall’immediato dopoguerra, per la precisione dal 1947 quando, a soli 28 anni, fu nominato sottosegretario del quarto governo post-liberazione di De Gasperi con delega (tra le altre) allo spettacolo.

Ecco che adesso un tassello ulteriore a questa comprensione del ruolo del cinema come modello dell’immaginario sociale ci viene dal documentario di Tatti Sanguineti presentato a Venezia 71 nella sezione “Classici-Documentari”. Giulio Andreotti. Il cinema visto da vicino è un progetto complesso che risale a molti anni fa, e il cui iter è davvero assai italiano. Il primo contatto con Andreotti di storici e critici come Alberto Farassino e lo stesso Sanguineti risale addirittura al 1989. Si concretizzerà, ma solo 15 anni dopo, tra il 2003 e il 2005 in una serie di interviste ad Andreotti condotte da Pier Luigi Raffaelli e Sanguineti (21 per l’esattezza, dove vediamo il noto uomo politico cambiare sempre mise, dal casual all’abito formale). Ma sarà solo dopo la morte dell’ex senatore a vita (nel maggio 2013, a 94 anni) che il progetto, dimenticato in qualche cassetto viene ripescato (grazie a Roberto Ciccutto) e finalizzato con l’apporto produttivo dell’Istituto Luce (che festeggia qua al Lido i suoi 90 con diverse iniziative) e di Cinecittà.

Si tratta certamente di un documento unico, ma cosa ci racconta di nuovo questo film e per cosa è degno di interesse? A nostro avviso, i motivi sono sia di metodo che di contenuto. Il metodo è il rigoroso approccio storiografico, basato sulle carte autentiche che Sanguineti & C. hanno cercato e disseppellito e che vediamo Andreotti compulsare avidamente nel film o commentare con il suo tradizionale aplomb, che se da un lato mescola abilmente reticenze e sarcasmo, dall’altro qui si arricchisce di una straordinaria capacità, davvero da “divo”, di “auto-parodia” e si concede giudizi assai poco diplomatici sull’operato dei suoi successori. Del resto, Andreotti, celebre per la sua acribia, non avrebbe mai accettato un altro metodo, anche considerando la gran mole di aneddotica e le vulgate politico-ideologiche sull’argomento. E lo stesso Sanguineti, presentando il film qua a Venezia, ha rimarcato come gli aneddoti (come la famosa frase sui “panni sporchi che si lavano in famiglia”) siano spesso fuorvianti e riduttivi rispetto alla complessità degli eventi, mentre nel pressbook del film si ricordano le parole di Rodolfo Sonego, sceneggiatore principe di Alberto Sordi: «Andreotti ha ammazzato cinque film, ma ne ha fatti fare cinquemila» (è infatti della fine del ’49 la legge di sostegno al cinema italiano che porta la sua firma, mentre il film ci ricorda la sua abilità di tessere le alleanze tra produttori, distributori ed esercenti).

Quanto ai contenuti, cui qua si può solo accennare, sono divisi in 40 voci, introdotte da didascalie d’antan e da spezzoni di film, e rilevano per quantità e qualità. Essi infatti si spingono ben oltre il periodo in cui fu sottosegretario con delega (dal 1947 al 1953): Andreotti viene chiamato a esprimersi su eventi che giungono sino ai primi anni ’70 e al rogo di Ultimo Tango a Parigi (film sul quale peraltro il suo commento, fatto salvo, demo-cristianamente, il “giudizio artistico”, è lapidario: “scene simili le ho viste solo in un centro di riproduzione equina”). La censura , del resto, tocca indistintamente tutti i generi, dal “peplum” al cinema d’autore.

Se il film indugia inevitabilmente sul racconto dei tanti episodi di censura per oscenità (peraltro prevista nella Carta costituzionale all’art. 21 o per violazione del cosidetto “comune senso del pudore” (su cui si eserciteranno con ancora maggiore zelo i suoi successori , a cominciare da Oscar Luigi Scalfaro) altri aspetti ci sembrano più interessanti e attuali. In primo luogo, gli scenari interni ed internazionali (che sono quelli dell’immediato post conflitto e della “guerra fredda”) che vediamo in controluce in molte delle decisioni della censura, e l’esigenza che Andreotti interpretò al meglio di mediare tra i diversi interessi, per obiettivi di business e di “pacificazione sociale”, insomma andando sempre “avanti al centro contro gli opposti estremismi”, fascismo/comunismo, USA/URSS, ecc., rimuovendo i segni e i simboli del “comunismo”, ma anche fatti tragici come quelli di Modena (I fatti di Modena di Lizzani, 1950). In parallelo, quasi una trama onnipresente, sta l’influenza fortissima, diretta o come “moral suasion”, esercitata del Vaticano, che Andreotti ovviamente minimizza , ma che va da casi internazionali come per Le diable au corp di Autant Lara (1947) alle “doppie versioni” di film (si modificano gesti e parole anche dei film con Peppone e Don Camillo!), a incidenti diplomatici (da cui Andreotti si tira fuori sempre da par suo) come quello con Pio XII per le gambe nude del film (tolte poi dal fotoromanzo) sulla vita della beata Maria Goretti ( Il cielo sulla palude di Genina, 1949). Ma, come ricorda lo stesso Sanguineti in Belluscone. Una storia siciliana, di Franco Maresco (venezia 71-Orizzonti), la censura vaticana, ancora nel 1998 colpì Totò che visse due volte” di Ciprì e Maresco, e le cause giudiziarie non sono ancora terminate…

Un aspetto che ci sembra ancora di maggiore attualità è però la censura di quei film che osavano parlare di un’Italia povera e resistente al boom, o dove si diffondeva la corruzione, anche piccola e quotidiana, come quella delle “bustarelle”: è l’Italia della censura ad Umberto D. di De Sica (1952) e Anni facili (1953) di Zampa.

Andreotti difende qua il suo obiettivo, quello di non offuscare l’ “immagine dell’Italia all’estero”. Così l’ex senatore a vita, punto di riferimento di trame e interessi oscuri italiani per molti decenni -e per accertamenti giudiziari oltre che per giudizio polittico- da un lato evoca un’attitudine costante del potere nostrano – quella che porterà Berlusconi a criticare Saviano e oggi tanti esponenti del nuovismo politico a mostrarsi infastiditi da opere “sensibili” e potenzialmente “censurabili”, come quelle di Maresco o della Guzzanti; ma, dall’altro, spiega forse anche perchè, in Italia, così pochi autori raccontano la vita quotidiana di impiegati, pensionati, e casalinghe di Vigevano.

Forse oggi, il digitale da una parte, che rende superflui utensili ingombranti come le forbici, e dall’altra, la censura di mercato e l’autocensura preventiva, rendono più facile il compito dei censori…