Feste e Festival – Un Dibattito aperto

Due idee a confronto

Se il cinema non è un panda da salvare, come ha rilevato l’immaginifico Walter Veltroni alla vigilia della Festa romana, trovando oltretutto il modo di motivare per bene e una volta di più le sue truppe, ne consegue che i festival cinematografici (comunque denominati: le discettazioni semantiche lasciano il tempo che trovano) non sono, non possono essere più soltanto, quelle nicchie protettive evocate da taluni per dare un senso al perdurare della forma festival, la cui storia risale cinematograficamente alla metà del Novecento per rifarsi ad un modello – quello delle esposizioni universali – varato addirittura un secolo prima, quale autorappresentazione del sistema produttivo capitalistico nella fase cruciale della seconda e decisiva rivoluzione industriale (esposizioni internazionali si chiamavano infatti tanto la prima Biennale d’arti figurative del 1895 quanto la prima Mostra del cinema del 1932).

Nel frattempo, come ognuno sa, è successo di tutto e, tanto per stare al cinema, dopo il riconoscimento di nobiltà artistica coincidente con gli anni della sua più marcata industrializzazione secondo il modello hollywoodiano (quasi che una cosa compensasse l’altra, nell’economia di quell’eterna doppiezza che gli è connaturata e riconosciuta, almeno da Benjamin in poi), sono venute le profonde modificazioni dell’odierna era audiovisiva, con il cinema esploso nella galassia dei nuovi supporti, canali e contenitori. È a questo cinema, ormai in buona parte fuori di sé, che dovrebbe guardare la forma festival per definire i suoi opportuni aggiornamenti, evitando di trastullarsi troppo coi ricordi del passato e puntando piuttosto con decisione a comprendere il presente per programmare il futuro.
La novità della Festa romana, diciamo pure il suo primo merito, consiste nella consapevolezza che per restituire alla forma festival un senso occorre necessariamente restituirle una socialità, la stessa socialità di cui ha bisogno il cinema per uscire dalle nicchie del panda. Questa socialità chiama in causa luoghi e destinatari dell’evento prima ancora che le sue stesse modalità, peraltro necessariamente coerenti. E se altrove, Venezia per dire, ancora ci si attarda sugli addetti ai lavori e sulle cittadelle, qui l’opzione è esplicita: il pubblico e la città, anche al prezzo di sacrificare qualcosa in termini di dispersione organizzativa. Se c’è – come ha rivendicato l’assessore all’effimero delle estati romane di trent’anni fa Renato Nicolini – una neanche troppo recondita continuità tra Massenzio e le Notti bianche, questo medesimo fil rouge transita anche per la Festa del cinema, nel senso che orienta la forma festival in direzione degli stessi protagonisti e scenari. E siccome si fa un gran parlare della concorrenza con Venezia, piace ricordare che su questi temi, in tempi decisamente non sospetti ma certo con lungimiranza, aveva cominciato a riflettere verso la metà degli anni Sessanta Luigi Chiarini, auspicando il trasferimento del festival all’Arsenale, nel corpo vivo di una Venezia insulare ancora popolare e popolata. E dire che, da destra, lo accusavano di voler fare la Mostra dei filosofi…

Roberto Ellero
(ottobre 2006)

Sono d’accordo con Roberto Ellero quando scrive, nel numero di ottobre di “Venezia News”, che è indispensabile una “nuova forma dei festival” capace di costruire un senso dove la socialità è centrale prima ancora della sua modalità intrinseca. Una forma capace di far uscire i festival e il cinema stesso dalla “nicchia del panda” e restituirlo al “mondo vero”. Tanto più questo vale per la Mostra del cinema di Venezia le cui ultime modalità non sono nemmeno protettive di una forma generalista (il cinema d’iper-autore accanto all’evento iper-mondano), ma dell’evento in sè (asfissianti barriere di controlli aeroportuali, pubblico vero ai margini che al massimo applaude le passerelle dei divi, protezione e separazione dagli altri degli addetti ai lavori). Un festival che potrebbe svolgersi più comodamente su un’astronave o su una riserva, appunto, di protezione del panda. La discussione sulla necessità di un nuovo palazzo del cinema lidense, una nuova riserva da costruire “più bella e più grande di pria”, come ironizzava Petrolini, mostra che non si vuole capire il problema. Da moltissimi anni, andiamo dicendo, sempre ascoltati con bonaria sufficienza, che se vi è salvezza per la Mostra veneziana questa è il suo diventare città, essere un festival diffuso nel tessuto urbano di Venezia, festa per tutti e non per pochi. In questo senso, Roma ha, quasi, vinto privilegiando la festa sul festival in sé, la socializzazione dell’evento sull’evento. E di questo si dovrebbe fare lezione.

Attenzione, però. E’ una lezione che ha i suoi pericoli, perché, non dimentichiamolo, gli amministratori pubblici mostrano spesso una miopia non tanto paradossale. Dimenticano, ad esempio, che la socializzazione non può essere disgiunta dalla qualità e dalla serietà della proposta cinematografica, che non si può dimenticare Straub per Clooney, che la socialità non è mondanità. Tant’è che anche seri amministratori di una grande città del nord dove si svolge un festival socializzante e serissimo sul piano delle proposte (tanto per non fare nomi, il Torino Film Festival), chiedono, dopo Roma, che ci siano più divi, più passerelle, più “eventi”. Alla fine, più lustrini e paillettés. Crediamo che il vero “lustrini e paillettés” sia riuscire a portare chiunque, festosamente, curiosamente, a vedere Straub nel cinema “della porta accanto” e magari possa poi discutere assieme agli altri chiunque seduto in un vero ristorante o tra le calli della città, e non, come succede al Lido, in piedi con un pessimo e carissimo hot-dog in mano destreggiandosi tra un chek-in e l’altro guardato come pericoloso terrorista da guardie del corpo uscite da “Men in Black”. E se poi tra quelle calli c’è anche Clooney, tanto meglio, ma non necessariamente.

Giuseppe Ghigi
Fiduciario Triveneto S.N.C.C.I.
(novembre 2006)