E ora? I festival cinematografici dopo Cannes

The Assassin, regia di Hou Hsiao-hsien (Concorso 68. Festival di Cannes)

Il processo di selezione di un festival è la sua politica. Quanto accaduto a Cannes quest’anno, ironicamente l’edizione 68, è la conferma di un processo di restaurazione che investe il mondo dei festival. Sulla Croisette, infatti, è stato possibile osservare da almeno una decina di anni a questa parte, una graduale involuzione della forma festival la quale è andata di pari passo con un sempre maggiore accentuato e rivendicato gigantismo mediatico.

Ora se nessuno è più così ingenuo da protestare per l’eccesso di glamour, non si può continuare a fare a meno di ignorare quanto è ormai sotto gli occhi di tutti gli osservatori. Cannes, nel passaggio dalla presidenza Jacob a quella targata Lescure, è come se avesse bruscamente tagliato i residui legami con il suo passato. Scorrere i nomi e i titoli della competizione ammiraglia 2015 è estremamente istruttivo. In questo senso sarebbe davvero sciocco considerare le polemiche francesi per l’esclusione di Garrel e Desplechin, come una lite di cortile fra quanti sono ancora aggrappati alla politica degli autori in rotta di collisione con Fremaux nel ruolo del rottamatore di turno. No. Le cose sono un po’ più complesse di così.

Se sinora il fascino chiaroscurale di Cannes è sempre stato nascondere fra le pieghe degli abiti da sera e del tappeto rosso del cinema in grado di fare problema, con la 68esima edizione, come se si trattasse di una dichiarazione d’intenti, anche gli ultimi residui di questo gioco delle parti sono venuti meno. La Cannes secondo Lescure-Fremaux, ha fatto quasi completamente piazza pulita di una certa idea di cinema, con i soli  Hou Hsiao-hsien  e Jia Zhang-ke a testimoniare un altro cinema possibile.

Esemplare, in questo senso, per capire cosa accaduto domenica sera, il verdetto emesso dalla giuria di Moretti nel 2012, dove Haneke è stato preferito a Carax. Come dire: le posture del neo-cinema d’autore universalista contro l’idiosincrasia e la creatività di uno sguardo riluttante alla normativizzazione. Intendiamoci: non si grida al complotto tanto meno alla manipolazione. Si tratta semplicemente di osservare come le onde di oscillazione dei processi di selezione, unitamente ai verdetti delle giurie (non solo di Cannes), abbiano progressivamente esiliato sempre più alla periferia dei ragionamenti il cinema meno accomodante.

Provocando, inevitabilmente, delle drammatiche oscillazioni del gusto e, soprattutto, nella percezione e descrizione del cinema eccedente la misura del tweet o della recensione standard. Esemplare, in questo senso, la polemica di Dumont nei confronti di Fremaux. Polemica violenta e franca, che comunque non ha impedito all’eccezionale P’tit Quin Quin di essere presentato alla Quinzaine piuttosto che in concorso. E se nel 2012 a provocare dubbi era la presenza di titoli come Coogan, Lawless, On the Road, The Paperboy, la cui unica giustificazione era la presenza della star sul tappeto rosso, tre anni dopo il rapporto percentuale fra titoli discutibili e il resto è drammaticamente invertito. Al punto che ci si chiede che ci facessero Hou e Jia in concorso al fianco di Trier, Maiwenn, Audiard, Franco, Donzelli, Nicloux, Villeneuve e così via. Non si tratta, ben inteso, di insegnare a Fremaux a fare il suo mestiere. Semplicemente di dissentire dalle logiche politiche e culturali che hanno condotto a questa forma attuale del festival di Cannes. Un festival che volutamente elimina il cinema dalla propria equazione, per fare sistema (politico-produttivo), e così facendo ridisegnare gli equilibri del cinema (e del gusto). Come non considerare, certo romanticamente, Jacob come ultimo argine a difesa di un cinema e di una sua idea ancorata una tradizione testuale (impossibile immaginare Béla Tarr in concorso nella Cannes di Lescure…).

Nel panorama dei produttori transalpini, non restano che l’Arte guidata da Olivier Pere (da più parti indicato come possibile e prossimo sostituto di Frémaux) e un corsaro come Vincent Maraval che pur muovendosi fra contraddizioni apparentemente insanabili è uno dei pochi che parla ancora “cinema”. Non a caso c’è Pére dietro la trilogia di Gomes. Non a caso c’è Maraval dietro il Godard 3D e dietro Gaspar Noé. Cannes 68, dunque, al di là delle considerazioni riguardanti la compagine italiana, lancia un segnale inequivocabile e inquietante, annunciando di fatto la fine di un’era. (Basti pensare a come è stato relegato Manoel de Oliveira e il suo film postumo Visita in sala Buñuel, invece che celebrarlo in Lumiere). Il rischio, ovviamente, se questo processo fosse confermato dalle prossime edizioni del festival di Cannes, è di provocare una reazione a catena. Una reazione che cancelli, nel tentativo di emulare Cannes, modelli di fare e pensare festival, già ampiamente messi in crisi da politiche locali e manageriali e che invece, con ogni evidenza, nonostante le inevitabili scosse di assestamento, dovute e necessarie, sono ancora gli unici luoghi nei quali si può e si deve continuare a pensare il cinema.