Dimenticare gli anni ’60. Il parere di un critico sull’atteggiamento della critica

Per un singolare quanto modaiolo snobismo culturale, che sembra caratterizzare taluni percorsi della critica cinematografica italiana contemporanea, vengono gettate, per così dire, alle ortiche i complessi tormenti della modernità, gli ormai ritenuti obsoleti, superati sperimentalismi linguistici, simbolismi, metafore storiche (di quella che si diceva “coscienza inquieta del proprio tempo”), ma ancor più quello che un tempo era o doveva essere il cosiddetto cinema politico-poetico, e non solo quello italiano, ma anche il linguaggio profondamente innovativo che si sviluppò nell’Europa centrale e in quella Occidentale.

In un’epoca in cui il soggettivismo critico impone mode effimere e tendenze faziose, non sembra esserci posto per una serena rilettura critica delle opere che di fatto appartengono a quel periodo storico e del contesto politico-sociale nel quale sono state realizzate (dell’ultimo film di Almodóvar, per esempio, è stata fatta un’analisi appunto di tendenza, direi piuttosto decontestualizzata).
Stiamo parlando di una parte consistente del cinema europeo dell’est e dell’ovest che segnò l’affermazione di un nuovo linguaggio. Uno degli argomenti di opposizione a tale proposito analitico è quello dell’ossessivo rifarsi di parte della critica, appunto, all’autorità dei classici (americani, naturalmente) secondo una prospettiva mutuata da un’equivoca lettura dei Cahiers (che esaltavano il genio peraltro condivisibile di autori come Orson Welles, John Ford, Howard Hawks etc) in una sorta di capitolazione della libertà e dell’indipendenza della critica. Da più parti si tenta, invece, e con successo, di ricondurre le espressioni contemporanee ad una centralità autoritaria stabilita dal linguaggio filmico classico inteso come verità immutabile.
E’ superfluo dare qui una definizione di classicità; tutti più o meno ne conosciamo il significato. Si può solo dire che essa viene dunque intesa come valore assoluto che per sua specifica natura esclude o ridimensiona tutte quelle opere che non rientrano in tale codice estetico. Ma si sa che ogni regola presuppone delle eccezioni corrispondenti a talune latitudini culturali geografiche di lingua francese o di moda come la Cina e l’Iran, intesi come fonti d’attualità. Al contrario, si escludono da retrospettive e analisi serie le aree, per esempio, di lingua spagnola (che non si riduce affatto alla sola figura di Pedro Almodóvar), ossia quelle cinematografie che per tradizione non possiedono una forza propositiva e commerciale sul mercato internazionale, ma che invece richiederebbero, data la loro ricchezza, ben altra attenzione.

E’ tuttora in corso una sorta di rimozione acritica del ventennio anni ’60-’70, quasi a voler procedere alla liquidazione frettolosa dello spirito di un’epoca, non lo dimentichiamo, essenziale all’evoluzione del linguaggio filmico e delle idee sulla società e sulla Storia. E mentre si rivendica al critico il diritto alla commozione e al pianto in sala (finalmente senza più sensi di colpa), e all’essere sempre più vicino al pubblico come mai prima d’ora, si fanno cadere nell’oblio intere cinematografie e autori come il Forman cecoslovacco, registi polacchi come un Zanussi, un Zulawski, un Wajda, mentre l’opera di un Tarkovskij appare già dimenticata. Se di Herzog si può forse dire che sia un eclissato, nonostante abbia presentato quest’anno un nuovo film, di Ferreri, invece, che si dirà che è troppo caustico e moderno!

In compenso quasi si sprecano parole apologetiche per un regista conservatore (sia pure dotato, ma francamente reazionario) come Clint Eastwood, che certa critica ha definito “uno dei cineasti più rigorosamente etici che l’America abbia al momento”. O infine si disserta, con spreco di acrobazie verbali, sulla simmetria elementare in “Face off”. Ed è pur prevedibile che un settore della critica avversi apertamente un autore come Lars von Trier che in quanto continuatore dell’idea di modernità è il contravveleno della stessa idea di classicità.
Ecco che agli inizi del nuovo secolo emerge l’altra tendenza dominante, antitetica ma complementare al culto del classici (nel senso proprio della modalità del racconto), quella della moda pulp che pur esaurendosi nel presunto capolavoro di Tarantino “Pulp fiction”, si perpetua in seno ad una parte della critica (inevitabilmente soggiogata dal fascino catartico esercitato dalla violenza) che non indietreggia di fronte alla banalità e al vuoto di idee, convinta forse che tutto il cinema si possa riassumere in una manciata di autori di culto appositamente mistificati (da Ford a Carpenter) e che esso infine sia una semplice questione di lessico.