Dibattito: critica e cinema italiano – Incontro con il regista Guido Chiesa

La versione integrale dell’intervista al regista Guido Chiesa sarà pubblicata sul numero 21 di CineCritica

Affrontiamo il discorso sul rapporto tra la critica e il cinema italiano. Iniziamo parlando del lavoro dei critici nell’ambito dei Festival. A Venezia Il Partigiano Johnny è stato presentato in concorso. Come è stato accolto e quale riscontro hai avuto in quei giorni da parte dei critici italiani?

Partiamo da alcuni elementi precisi. Siamo andati a Venezia perché il mio produttore ci teneva. Io avrei preferito Cannes, ma il festival francese non ha preso il film; e poi sinceramente non saremmo stati pronti. Io ero preoccupato per Venezia, ma il produttore pur avendo fatto molti film non era mai riuscito ad avere un suo prodotto in concorso e così ha voluto provare.
Poi c’è un fattore concreto. Si calcola, con tutti i rischi che comporta, che la partecipazione in concorso a Venezia valga cinquecento milioni di pubblicità. Ed in effetti questa strategia ha pagato, perché se oggi il film si avvia ad avere un incasso SIAE di circa di due miliardi lo dobbiamo al Festival di Venezia.
Per me è stato utile aver partecipato alla mostra veneziana nonostante l’atteggiamento della critica in quella sede; perché fuori da quella sede le reazioni sono state opposte. Le ragioni di ciò sono state diverse: l’eccessiva quantità di film che i critici vedono in un festival. Ma non solo. Anche l’aspettativa con cui molti sono venuti a vedere il Partigiano Johnny ha influito. Un’aspettativa in parte legata al romanzo e in parte al mio nome che nel contesto del festival ha giocato contro poiché non c’era la possibilità di poter vedere questo lavoro con la necessaria calma e lucidità.
Poi bisogna dire che questa pellicola si è posta fuori dai meccanismi tipici di chi fa e consuma il cinema in Italia. In sostanza sto parlando del problema della “cinefilia”. Quando in un’opera non c’è “cinefilia” parte della critica rimane spiazzata. In secondo luogo Il partigiano Johnny cerca di collocarsi fuori da quel tipo di cinema che privilegia la deriva dei sentimenti irrazionali.
Ritornando alla “cinefilia” devo dire che non si tratta solo di un problema del cinema italiano. E’ il frutto della crisi nel mondo occidentale di ogni forma di analisi complessiva della società e della conseguente esplosione delle analisi specialistiche, parcellizzate. Ciò ha portato, nel campo del cinema, alla concezione di un cinema (e di una critica cinematografica) che usa come unico referente possibile il cinema stesso. E’ la deriva del postmoderno. Io, invece, penso che sia necessario considerare il cinema come un elemento della società, un elemento che deve dialogare con le altre arti, con la realtà politica, economica ed antropologica.
La stragrande maggioranza delle riviste di cinema di questo paese, ad esempio, non porta nulla al dibattito culturale generale. Sono l’espressione di un onanismo visivo che fa solo riferimento a se stesso. Il critico cinematografico ormai non rappresenta che se stesso e il proprio gusto. Il lettore come può essere invogliato ad andare a vedere un film se i critici rappresentano solo se stessi?
Insomma, si è frantumata la visione complessiva del mondo di cui il cinema faceva parte e la critica ne è rimasta travolta.

E la questione di quella che tu definisci la deriva dei sentimenti irrazionali ?

Secondo me è uno dei problemi generali del cinema attuale. Nella critica sta assumendo un peso sempre più grande. Non c’è più la tendenza a fare discorsi complessivi, anche per mancanza di soddisfazione nei confronti della realtà che ci circonda. Mancano discorsi di ampio respiro della critica rispetto alla società e quindi si verifica questa esigenza di rifugiarsi nelle pulsioni più nascoste della psiche. Così, spesso si sente dire: “questo film mi è piaciuto perché mi ha fatto commuovere, mi ha fatto piangere”. Oppure: “quest’opera mi ha ricordato qualcosa”. Sono sensazioni importanti ma privano il cinema della sua funzione di toccare non solo le corde dell’emozione ma anche quelle della ragione. I film di Lars von Trier, cineasta che in questo ultimi tempi ha trionfato, sono l’emblema di questa cinematografia in cui vacilla e soccombe la ragione.
Questo fenomeno in relazione al lavoro della critica mi sembra molto preoccupante, proprio perché la critica dovrebbe invece utilizzare strumenti diversi. Se un critico si abbandona ai proprio fantasmi, il lettore come si pone di fronte a questa realtà? Come può utilizzare il discorso delle critica in relazione alla propria vita? A questo punto diventerebbe necessario che i fantasmi dei lettori e quelli dei critici coincidessero.

Ma per te esiste una critica italiana in questo momento?

La critica cinematografica italiana esiste, però è inutile poiché non porta la gente al cinema e non rappresenta attualmente uno strumento di lettura dei testi filmici in grado di riportare in vita la discussione all’interno della società.
E’ molto difficile per i critici recuperare un rapporto con la realtà. L’eredità del postmoderno ha toccato anche il cinema. Pensiamo a tutti i “film cinefili” che sono stati fatti in Italia negli ultimi venti anni e pensiamo a tutti i film incentrati sulla deriva dell’irrazionale basati su temi come la fuga e l’amore.
Per ciò che concerne i cineasti, per ragioni collegate al loro mestiere, questo impatto in parte si sta superando con un ritorno a quello che io definisco “sporcarsi le mani”. E alcuni film dell’ultimo anno sono significativi sotto questo punto di vista. I critici cinematografici hanno maggiori difficoltà proprio per la vita quotidiana che conducono. Un regista va ad incontrare un operaio della FIAT, entra in contatto con la gente. Il critico ha più difficoltà a confrontarsi con storie e persone.
Inoltre, la critica cinematografica italiana vive una fase di transizione riguardante la produzione della critica stessa. Penso all’Università e al suo disastro. Nelle Università, ad esempio, si studiano le monografie dei registi senza prima aver studiato e soprattutto “visto” la storia del cinema nel suo complesso. Ci sono dei laureati che non hanno mai visto i film di Ejsestein e non hanno studiato i testi teorici fondamentali come quelli di Mitry e Balasz.
Lo sviluppo di Internet inoltre ha determinato nella critica cinematografica un impoverimento. Il mezzo Internet produce i peggiori rotocalchi possibili. La lettura è veloce e dispersiva. C’è una quantità mostruosa di siti e di conseguenza si verifica un abbassamento della qualità della scrittura e dell’elaborazione teorica. In futuro ci saranno solo i punteggi sui film, le chat e le piccole frasi che fanno effetto.
Io sono sinceramente preoccupato per la critica cinematografica del futuro, non vedo più critici in grado di collocare il cinema nel più ampio ambito delle arti e della realtà. Per non parlare poi di quelli che si stanno formando direttamente sulla scrittura per Internet.
Se io devo pensare ad un terreno sul quale la critica possa recuperare un ruolo, penso alla scuola e al ritorno ad una dimensione analitica dei testi che riporti il cinema fuori dall’ambito del mero consumo e dell’irrazionalità dominante. La critica dovrebbe avere una funzione formativa nei confronti dello spirito attraverso il quale i consumatori si avvicinano al cinema.

Perché, secondo te, la critica cinematografica non sostiene il cinema italiano attuale?
E cosa potrebbe fare in tal senso?

Sarebbe utile essere meno esterofili, come sarebbe opportuno riparlare di cinema in rapporto alla realtà. Tornare ad analizzare il cinema americano in un certo modo, aprendo gli occhi ai consumatori passivi. Bisognerebbe cercare il più possibile di limitare la “cinefilia”.
Ritornando al discorso della scuola, penso che la critica cinematografica italiana dovrebbe affrontare un discorso più pragmatico. E la scuola rappresenta un terreno di questo tipo. Attraverso la formazione di spettatori intelligenti si potrebbe consentire loro di consumare dei prodotti filmici con maggiore consapevolezza.
Che i critici parlino bene o male di una pellicola non serve più a nulla. Bisogna effettuare analisi complessive che riformino gli spettatori facendolo diventare spettatori attivi.
I critici dovrebbero riappropriarsi di alcune fondamentali battaglie culturali, cercando di limitare la deriva dell’irrazionale, deriva che porta ad aumentare il numero dei film considerati capolavori. Si perde completamente il senso della misura. Intorno al film di Zemeckis Le verità nascoste, ad esempio, ho notato un delirio. Non rendersi conto che quel tipo di prodotto è soprattutto merce, tutto interno alla logica dello starsystem americano, è incredibile. Perché nessuno parla più di questo?

Cosa possono fare i cineasti per dare un senso ad un possibile dibattito culturale che coinvolga il mondo della critica?

I problemi dei cineasti sono analoghi a quelli dei critici, anche se ultimamente ho notato che c’è stato da parte degli autori un tentativo di recuperare il rapporto con la realtà, nonché una maggiore coscienza degli aspetti produttivi dei film.
Penso, anche se credo che la maggioranza dei cineasti potrebbe non essere d’accordo con me, che bisognerebbe mettere in atto il superamento di questa fase della “cinefilia” e dell’irrazionalità, cercando di usare più la ragione invece della pura emozione e portando, di conseguenza, fuori il cinema da suo ghetto.
I cineasti devono avere maggiore consapevolezza riguardo al posto che il cinema potrebbe avere nel mondo attuale.
Noi produciamo film culturalmente, politicamente e socialmente poco efficaci, che suscitano un dibattito non importante nella società. Ormai produciamo soprattutto merce per questo enorme mercato dell’audiovisivo che esiste: televisione, internet, dvd, pay-tv.
Questa situazione mi preoccupa e potrebbe rappresentare un valido terreno di confronto tra la critica e il mondo del cinema.

Intervista a cura di Maurizio G. De Bonis