Dibattito: critica e cinema italiano – Cinehollywood e la capitolazione della critica

In un clima sociale ed economico in cui il mercato sembra essere il solo parametro rimasto nell’agone artistico culturale e in special modo in quello cinematografico, è perfino ovvio che vi siano evidenti contraccolpi nel mondo della critica, la quale da sempre appare divisa tra università, riviste specializzate e quotidiani, tra analisi critica del film e recensione giornalistica.
Ed è proprio in quest’ultimo contesto, il più visibile ed esposto all’attenzione e al giudizio del grande pubblico, che essa sembra capitolare all’originaria funzione, ossia quella di informare e fornire al pubblico gli strumenti necessari per orientarsi nel tessuto complesso di autori, opere e linguaggi.
L’epoca dei grandi dibattiti politico-ideologici ed estetici è ormai lontana, ed emerge sempre più in buona parte dei critici l’attitudine al rifiuto di qualsivoglia problematicità applicata alla lettura critica del film. Un atteggiamento come questo, così prezzolato da trasformarsi ormai in fenomeno di costume, tenderà a rinunciare a criteri selettivi in favore di quelli quantitativi, ossia rivolti ai valori commerciali e di rappresentatività sul mercato internazionale.

Le ragioni possono essere diverse: la prima riguarda essenzialmente una dipendenza ossequiosa e improduttiva del cinema hollywoodiano, dei suoi codici e strumenti di diffusione capillare sul mercato interplanetario. La seconda, complementare alla prima, è relativa al fenomeno del divismo che naturalmente allinea il cinema nordamericano come referente assoluto.
Una terza invece riguarderebbe il peso, che il consenso al prodotto che conta e che fa opinione, incide sulla stessa credibilità del critico e sulla sua appartenenza all’establishment.
In altre parole vi è nei critici la paura di essere fatti fuori dal gioco delle grandi roccaforti dell’informazione e della cultura di massa. Ma possono intervenire anche altri fatti di natura strutturale più che funzionale: questi riguardano soprattutto le nuove generazioni cresciute col video, spesso prive di una coscienza e di una prospettiva storico-critica capaci di dare maggiore credibilità e spessore analitico alle proprie affermazioni.

Per ciò che riguarda infine la questione relativa al cinema italiano in rapporto alla critica, la cui trattazione richiederebbe ben altro spazio, essa non è che la conseguenza di un più generale atteggiamento verso il cinema, ormai inteso non più nella propria autonomia linguistico-culturale, ma come parte di un lento processo di disintegrazione dei codici espressivi, oppure, in attesa che questa fase estrema si compia, come un semplice, ma grandioso spettacolo popolare, scatola virtuale del nostro inconscio.