Del riso e del pianto nel cinema contemporaneo

Di recente qualcuno, parlando del nuovo film di Nanni Moretti ha scritto che piangere al cinema non solo è un fatto naturale, ma il segno evidente che si è di fronte ad un’opera che vale qualcosa.

In altre parole il cosiddetto “piangere come un vitello” sarebbe garanzia dell’autenticità di una storia e conseguentemente del valore di un film. Al resto ci pensano gli attori che ormai, assicurano con una buona recitano, la perfetta riuscita dell’operazione. Perché oggi spesso il cinema, anche quello italiano, non è molto più di un’operazione commerciale ben orchestrata per conquistare il pubblico. E’ lui, il pubblico con la p maiuscola, a stabilire la misura esatta della rappresentazione, con i suoi umori e i suoi codici abituali di comportamento. Ma per smuoverne la proverbiale pigrizia bisogna smuovere gli antichi meccanismi del far ridere e del far piangere, che è prerogativa del cinema hollywoodiano e di quello di genere (anche italiano) diventati ormai i soli termini con cui misurarsi. E’ tuttavia necessario che vi sia un tema nobile (la morte di un familiare, l’olocausto, l’AIDS, etc.) a cui far reagire i personaggi in una sorta di dramma o di melodramma che all’occorrenza può perfino rovesciarsi in commedia.

Far ridere è un compito difficile, ce lo rammenta il Trintignant-sceneggiatore de “La terrazza” di Ettore Scola, forse il suo film più lucido, alle prese con un produttore ostinato e volgare; il non riuscirvi può costare l’esaurimento nervoso. Conviene allora sintonizzarsi sulle onde medie della grande platea!

Intendiamoci, in questa visione, diciamo totalizzante, che ormai esclude la dimensione critica del racconto e della ricerca, ossia radicata in una certezza extrafilmica, che si manifesta nella tangibilità universale dei sedimenti elementari, non tutto suona inautentico. Di certo l’ispirazione morettiana e quella almodovariana appartengono al mondo interiore dei loro autori. Anche la commedia “chapliniana” di un Benigni che inganna la morte è operazione catartica, seppur discutibile, ma il problema resiste laddove si cerchi ad ogni costo di raccontare il dolore per sublimarlo; è un’operazione discutibile al di là dei singoli risultati, in quanto essa pretende di sostituirsi alla vita stessa stabilendo delle coordinate morali e prefigurando le reazioni emotive del pubblico, meccanismo che esclude altre ipotesi di interpretazione del reale o, se si vuole, quella emozione intellettuale che non né riso, né pianto, né distacco, ma percezione profonda delle cose che accadono.