Cultura: valore e risorsa

E’ auspicabile che il nuovo Governo abbia il tempo di affrontare in modo organico gli annosi e gravi problemi che affliggono il settore della cultura e quindi anche quelli riguardanti, non tanto il cinema, quanto, soprattutto, la cultura cinematografica (noi siamo da sempre convinti che ci sia una netta differenza tra il cinema e la cultura cinematografica). Se potrà e vorrà farlo in maniera adeguata dovrà dare un forte segno di discontinuità rispetto al recente passato, durante il quale hanno trionfato l’inclinazione anticulturale (“con la cultura non si mangia”), la premiazione dell’incompetenza e, conseguentemente, la politica dei tagli, la lottizzazione e il clientelismo.

Il generale ambito culturale e, al suo interno, quello della cultura cinematografica dovrebbero, invece, essere considerati con un’ottica totalmente diversa, in grado di focalizzare ed esaltare le specificità della cultura stessa, inclusa quella cinematografica. E in coerenza con questa ottica, andrebbero anche trattate le evidenti connessioni della cultura con l’economia e con la politica, allo scopo di assumere le decisioni più giuste e incisive. In altri termini, vogliamo dire che a orientare le scelte politiche riguardanti la cultura, ovvero a fissare i presupposti di un’efficace politica culturale, dovrebbe essere un duplice convincimento, una duplice opzione: che la cultura è un valore e, insieme, che la cultura è una risorsa. Un valore, per il singolo e per la collettività, poiché cultura significa conservazione e valorizzazione delle tradizioni più vitali, continuo accrescimento della conoscenza, incentivazione e autonomia della ricerca, creatività ed educazione alla sensibilità estetica, sviluppo della spirito critico: è insomma, la cultura, un fattore decisivo di arricchimento personale e di crescita civile, un connotato essenziale di una società veramente democratica, nonché un mezzo, strettamente vincolato al suo fine, per vivere meglio.

Ma la cultura è pure una risorsa, da intendere come tale anche in termini economici e sociali, in quanto le più diverse attività culturali, specialmente se caratterizzate nelle loro forme più proprie, quindi più rispondenti a criteri valoriali, possono comportare dei notevoli vantaggi, appunto economici e sociali, per chi investe in questo settore, e, quel che più conta, possono garantire allo Stato, assieme allo svolgimento di compiti da ritenersi fondamentali e doverosi, la possibilità di recuperare le risorse finanziarie impiegate in questo settore e, spesso, di garantirsi notevoli margini di utile. Da tempo e da più parti si dice, sulla base di studi economici condotti da istituti specializzati, che per ogni euro investito nella cultura lo Stato ne recupera almeno cinque. Non abbiamo sufficienti competenze tecniche per affermare che questo è sicuramente vero, vale a dire sempre oggettivamente comprovabile. Ma possiamo almeno assumerlo come indicativo di una possibile linea di tendenza, e verificarne i riscontri caso per caso.

Da parte nostra lo abbiamo fatto analizzando, empiricamente, le risultanze economico-sociali della nostra attività più importante e impegnativa, la Settimana Internazionale della Critica, che da sola impiega circa l’80 per cento del contributo che annualmente viene concesso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali al nostro Sindacato (e che negli ultimi quattro anni è gradualmente sceso, provocandoci non poche difficoltà, da 125.000 a 100.000 euro). Nel corso del corrente anno, abbiamo quindi cominciato a esaminare, le “entrate” e le “uscite” finanziarie dell’edizione 2010 della SIC e abbiamo potuto verificare che il denaro pubblico utilizzato (85.000 euro) ha consentito la realizzazione di una manifestazione i cui costi, diretti e indiretti, sono ammontati complessivamente a 205.000 euro. Manifestazione che, inoltre, ha determinato un  molto consistente “indotto” (viaggi e presenze a Venezia di numerose persone richiamate dalla presentazione dei film della SIC, spese connesse alla distribuzione in Italia di alcuni di questi film acquisiti per il nostro mercato proprio a seguito della manifestazione stessa, biglietti cinematografici venduti in plurime circostanze, ecc.,). Ebbene, in rapporto a detti costi e a quelli relativi all’“indotto” (oltre un milione di euro), e attraverso diverse modalità di tassazione, lo Stato – secondo nostri calcoli approssimativi fatti sempre, e volutamente, per difetto – ha potuto conseguire, a fronte degli 85.000 euro versati al Sindacato, ricavi pari a 220.000 euro, ottenendo così, in un lasso di tempo assai limitato, un utile piuttosto significativo (e molto probabilmente inferiore a quello effettivo).

Va inoltre tenuto presente che l’organizzazione della SIC ha dato lavoro, sia pure saltuario, a non poche persone, determinando in tal modo, accanto all’utilità economica ora evidenziata, anche un’utilità sociale. Da questo esempio – piccolo, parziale ma di certo non insignificante – si può intanto trarre una conclusione: anche le attività motivate esclusivamente da ragioni culturali e promozionali, e la SIC fa sicuramente parte di questa tipologia, finiscono sempre per agire come un volano socio-economico, specialmente se possono svolgere al meglio la loro connaturata funzione culturale e promozionale. Che si possa creare un circolo virtuoso tra l’intervento statale (governativo) e l’operato delle istituzioni private che ritengono la produzione culturale e il diritto di accesso alla cultura priorità irrinunciabili per il “bene comune” è un dato di fatto che non si dovrebbe mai perdere di vista; e questo dovrebbe valere in primo luogo per chi ricopre incarichi pubblici e ha la responsabilità di usare denaro pubblico.