Contro la crisi una buona occasione – Editoriale

Dopo un periodo di discreta crescita, i più recenti dati di mercato per il cinema italiano non sono affatto incoraggianti. Nella stagione appena conclusa la quota della produzione nazionale ha perso rispetto all’anno scorso quattro punti percentuali, scendendo dal 30,7% del 2013-2014, al 26,6%.

Molte commedie di taglio esplicitamente commerciale uscite negli ultimi dodici mesi non hanno ottenuto quanto previsto, ma anche il risultato complessivo della ricca presenza italiana al Festival di Cannes è stato complessivamente inferiore alle attese.
A determinare il deludente risultato hanno contribuito alcune problematiche strutturali, una stagione sempre troppo corta, l’irrazionalità delle politiche distributive, la sparizione di una tipologia di esercizio più attenta alla cinematografia nazionale, ma anche una certa stanchezza mostrata dai nostri autori, inclini ad una eccessiva ripetitività.

Proprio per reagire ad una situazione che rischia di incancrenirsi qualcosa torna a muoversi nel cinema italiano  con l’attuazione di piccoli interventi concreti e ipotesi di riforma di sistema, perché di fatto il settore continua ad essere governato da una legge che risale esattamente a quarant’anni fa, quando la realtà dell’audiovisivo era completamente diversa dalla situazione odierna. Nell’immediato va segnalata l’approvazione di un decreto legislativo voluto e promosso dal titolare del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, finalizzato a liberare i film o quanto meno un’ampia categoria di film dai rigori del reference system per favorire un maggior sostegno e più ampie disponibilità economiche ai giovani autori, ai film di ricerca, all’animazione, alla produzione per ragazzi.
Lo scopo sembra essere quello di mettere i film di qualità nelle condizioni di affrontare meglio il mercato ed intercettare un proprio pubblico, perché oggi numerosi titoli meritevoli restano sostanzialmente invisibili. La progressiva sparizione delle sale tradizionali aggrava il problema, mentre il numero dei film realizzati è in crescita. Nel 2014 in Italia ne sono stati prodotti 201 ed è evidente che in sala non esiste uno spazio sufficiente per tutti. Ma più che tagliare il numero dei film prodotti, perché nel caso inevitabilmente verrebbero cancellati anche progetti meritevoli e diminuirebbe lo spazio di libertà degli autori, bisognerebbe convincersi che oggi il consumo di cinema può svolgersi anche con modalità diverse dalla sala.
Se il decreto Franceschini riuscirà, come negli intendimenti, a favorire una maggiore circolazione ed abbattere alcune barriere nella tempistica del consumo il risultato non sarà di poco conto.

Ma per risolvere i grandi nodi strutturali che da anni affliggono il cinema italiano occorrono interventi più ampi e, in questa logica, si muove il  disegno di legge recentemente presentato per iniziativa di una quarantina di senatori del PD con primo firmatario Rosa Maria Di Giorgi. Il DDL raccoglie una serie di proposte e suggestioni di cui nel mondo del cinema si discute da tempo. Sul modello della legislazione francese si ipotizza la creazione di un Centro Nazionale del Cinema, che dovrebbe assorbire una serie di competenze, oggi disperse fra  Ministero dei Beni Culturali, Sviluppo Economico, Istruzione.

Fra le novità più rilevanti del DDL c’è anche l’obbligatorietà dell’introduzione di un insegnamento dell’audiovisivo nella scuola di ogni ordine e grado. Suddetto Centro verrebbe finanziato con uno stanziamento pubblico di 5 milioni annui, ma soprattutto, esattamente come accade in Francia, con i proventi di un prelievo di scopo applicato sul biglietto, ma anche esteso agli editori e distributori di servizi televisivi che utilizzano il cinema, con quote percentualmente graduate in relazione alle entrate di ciascuna impresa.

Ma è chiaro che meccanismo analogo andrebbe applicato anche nei confronti di tutti i soggetti che utilizzano il cinema a cominciare dai gestori di telefonia. Raccogliere e distribuire nuove risorse per la produzione, significherebbe ridurre sensibilmente se non addirittura cancellare la posizione dominante delle emittenti televisive, perché oggi, salvo rarissime eccezioni, se un film non ha alle spalle un broadcast semplicemente non si realizza. Un’altra preoccupazione espressa nel DDL è di rendere realmente operativi gli obblighi di investimento da parte delle televisioni, prevedendo specifiche sanzioni in caso di mancati adempimenti. In poche parole si tratterebbe di rendere efficace un provvedimento teoricamente già esistente. Ovviamente tali obblighi di investimento nella cinematografia nazionale ed europea dovrebbero essere estesi anche alle televisioni a pagamento e a diffusione satellitare.

Strutturato in 42 articoli, il DDL prevede anche specifici interventi sull’esercizio, con una particolare attenzione nei confronti delle sale d’essai, sulle modalità di finanziamento ai film, attraverso assegnazioni in parte automatiche, in parte affidate a comitati di esperti, ma, senza addentrarci in singole specifiche norme, c’è da credere che lo spirito e la filosofia del provvedimento sia in larghissima parte condivisa da tutte le categorie del cinema.

Il problema piuttosto è capire su quale volontà politica possa contare un disegno di legge così ampio e complesso, in grado davvero di ridisegnare le regole di tutto il sistema audiovisivo. Da tempo immemorabile, ad intervalli regolari, proposte di questo tipo appaiono, vengono discusse nelle commissioni parlamentari e rapidamente scompaiono, senza produrre alcun risultato concreto. Proprio alla luce di queste esperienze è difficile essere ottimisti e pensare ad un rapido iter parlamentare della proposta. Tuttavia qualcosa su cui confrontarsi ora esiste e l’occasione della Mostra di Venezia può aiutare a richiamare giuste attenzioni sul provvedimento. Come Sindacato Critici Cinematografici siamo pronti ad offrire il nostro contributo.