Cinema italiano: parla Giuseppe Piccioni

Hanno sparato sul regista. Gli strali non hanno risparmiato nessuno, da Mancheswski a Gitai a Ken Loach. A essere colpito nel modo più feroce è stato però Giuseppe Piccioni, reo di aver diretto un film, Luce dei miei occhi, che ha deluso una parte consistente dei giornalisti in forza a Venezia, irritandone fino alla rabbia un’altra esigua ma agguerrita schiera. Le reazioni sui due fronti, nei giorni successivi, sono state opposte ed entrambe legittime. Piccioni ha chiesto di essere giudicato con più calma, lontano dalla fretta festivaliera che, dettata dagli orari delle proiezioni e dalla consegna dei pezzi, consuma tutto, anche i tempi del ragionamento; e i critici hanno risposto rivendicando il diritto a una critica libera, seppur estemporanea. Ma, allora, si è autorizzati o no a intervenire a caldo e in che termini? E soprattutto, è possibile delineare oggi la funzione della critica cinematografica? Inevitabile partire proprio da qui, e chiedere a Giuseppe Piccioni, lontano dai clamori e dalle intemperanze veneziane, quali caratteristiche dovrebbe avere un intervento critico per essere veramente illuminante e servire al regista come al lettore.

Penso che la critica sia attualmente praticata in maniera profondamente diversa da quanto accadeva ad esempio negli anni ’70, quando aveva un ruolo determinante ed era capace di filtrare gli umori che animavano la società. Ora mi sembra in parte seduta, si specchia in se stessa e finisce spesso per assumere la forma di un’intemperanza giovanile. Venezia poi, in questo senso, esalta il compiacimento della propria funzione. Personalmente non mi auguro una dimensione anni ’70 né tanto meno quella attuale, mi piace pensare a una rinnovata critica del Duemila, il cui ruolo non sia esclusivamente quello di essere giudicante, perché sarebbe riduttivo, mentre vorrei che ci fosse uno scambio continuo e prolifico tra critici e cineasti. Amerei insomma che la critica non fosse ridotta allo spazio del pezzo scritto in occasione dell’uscita di un film. Noi autori siamo stati spesso accusati di non avere abbastanza legami l’uno con l’altro, di essere chiusi in gruppi, e forse è vero. Ma se il rinnovamento che è in atto comprende anche l’uscire fuori dalle cerchie ristrette per confrontarsi, questo vorrei accadesse anche nell’ambito della critica, che deve ripensarsi e ripensare a una nuova relazione con gli autori” .

Parliamo di “Luce dei miei occhi”, come commenta l’atteggiamento negativo che si è sviluppato intorno al film?
A mio giudizio rappresenta un caso emblematico di come la critica quando è immediata e forzata e non cerca realmente di esplorare l’oggetto in esame, possa porsi in una posizione di radicale distacco rispetto all’autore e, cosa ancor più grave, rispetto al pubblico. Il film non è una commedia, non contiene aspetti di facile seduzione, eppure gli spettatori, anche a Venezia, lo hanno accolto molto bene e continuano a riempire le sale. Ecco, credo che in questo caso, al di là dei giudizi negativi che ognuno resta libero di esprimere, si sia persa l’occasione di capire quali elementi di sincerità, di verità il film conteneva, perché poi questi elementi gli spettatori li hanno trovati e non è possibile che ci sia una frattura così abissale tra critica e pubblico. Ripeto, questo sarebbe del tutto normale se si trattasse di un film comico, di un film di azione americano, ma non certo per Luce dei miei occhi. Penso che la direzione giusta sia quella di uno scambio positivo, dove le parole servano a costruire anziché demolire, perché autori e critici in fondo percorrono la stessa strada”.

Dimentichiamo le critiche e parliamo invece dei premi. Le due Coppe Volpi attribuite a Sandra Ceccarelli e Luigi Lo Cascio, oltre a consacrare i due attori sono anche un implicito omaggio alla sua capacità di costruire personaggi penetrati, efficaci. Pensava già a loro quando ha scritto il film?
Il personaggio di Maria, ancor più di quello di Antonio, è una grande occasione per chi recita. E’ sincera fino a essere disturbante, impietosa, e Sandra Ceccarelli l’ha resa al meglio, non potevo scegliere volto più adatto. Ma quando comincio a scrivere non so chi reciterà questo o quel ruolo. All’inizio avevo solo ben chiaro di voler fare un film sui sentimenti ma non sentimentale, un’opera sincera, che esprimesse le emozioni vere di personaggi senza nulla di eccezionale. Volevo sfrondare tutto il falso sentimentalismo di cui sono pieni i prodotti televisivi, fatti di tradimenti, continui fidanzamenti e separazioni, falsi rapporti umani. E’ evidente che man mano che il film si delineava, cresceva con esso l’esigenza di attori speciali, in grado di esaltare ciò che stavamo scrivendo. Avevo visto Sandra in Tre storie, mi aveva colpito e ho voluto incontrarla perché in qualche modo sentivo che poteva essere Maria. Eravamo alla prima stesura, e nessuno dei due allora aveva la certezza di arrivare insieme sul set: io perché stavo ancora scrivendo e lei perché non sapeva se ce l’avrebbe fatta a sostenere quel personaggio. Abbiamo lavorato insieme per un anno, anche se molto era ancora da definire. Con Luigi Lo Cascio è andata diversamente, è arrivato a sceneggiatura ultimata e ha fatto un primo provino che non mi ha convinto del tutto. Poi invece ne ha affrontato un secondo con risultati del tutto opposti, e così è entrato nel cast. Se devo però dire cosa ha pertanto a un risultato finale tanto positivo, non posso fare a meno di ricordare la libertà di cui abbiamo goduto nel prepararci al primo ciak. Molti mesi dedicati alla lettura del testo, le riprese delle prove in digitale, discussioni e cambiamenti nati dal confronto continuo: tutto questo lavoro ha dato i suoi frutti e un regalo inatteso, i premi, che non sono certo programmabili”.

Il cinema italiano sta attraversando un momento particolarmente felice per quello che riguarda gli attori. Un’esplosione di volti intensi, e molti non appartengono neanche a recenti scoperte, perché accanto a Lo Cascio, Mezzogiorno, Accorsi, hanno invaso lo schermo Toni Servillo, Licia Maglietta, e persino attori sconosciuti al grande pubblico come Italo Celoro, bravissimo in” L’uomo in più” e in “Luna rossa”. Cosa è successo, si scrive finalmente per loro, o le storie sono più e meglio elaborate?
Il cinema italiano ha perso molti dei suoi aspetti ombelicali e, pur restando presente al suo interno un forte carattere personale, si è fatto più attento alle psicologie dei personaggi, felicemente inseriti in storie ben scritte e non più lasciati in balìa delle situazioni e dei sentimenti. Questo non vuol dire che soltanto ora si comincia a scrivere davvero per loro – io penso di averlo sempre fatto -ma dei cambiamenti ci sono effettivamente stati. Il cinema italiano, soprattutto quello cosiddetto giovane, è stato per un certo tempo sinonimo di viaggio all’interno di se stessi, mentre negli ultimi anni si è riappropriato della capacità di cogliere l’essenza delle cose per restituirla attraverso vicende ben articolate. Ma non è vero che prima gli attori erano meno bravi, pensiamo a Rubini, alla Buy, persone con un profilo artistico estremamente interessante, che sono riuscite a emergere in anni in cui indubitabilmente i film esibivano una maggiore piatezza nel raccontare storie e personaggi. Ora c’è un ricambio curioso e anche attori non più giovanissimi, ma che hanno magari una lunga carriera teatrale alle spalle, trovano il modo di venire fuori. Merito da parte dei registi di una rafforzata attenzione verso la recitazione, mentre prima troppi privilegiavano le atmosfere. E poi senza dubbio si scrive meglio, si cerca di dare spessore agli snodi narrativi, ai dialoghi, alle singole situazioni”.

Un’attenzione maggiore verso personaggi e storie implica spesso una più elaborata architettura registica. Nel suo film questo aspetto è evidente, si avverte un lavoro di regia molto accurato che si traduce in morbidi movimenti laterali, in primi piani mai casuali. Come sono nate certe scelte stilistiche?
”Dal punto di vista della regia, dei movimenti di macchina veri e propri, non c’è dubbio che questo film è diverso dai miei precedenti. C’è stata da subito l’intenzione di dar vita a una regia più visibile: lo consentivano la storia, il parallelo con il viaggio di Morgan, l’andamento stesso della vicenda. I movimenti di macchina sono stati studiati per essere ipnotici, per catturare lo spettatore all’interno del film. Allo stesso tempo dovevano esserci delle intermittenze di realtà, che sono state realizzate girando con la macchina fissa, senza musica, senza parole. La regia doveva continuamente realizzare la sovrapposizione dei due livelli. Per quanto riguarda invece i movimenti laterali, nascono da un’esigenza precisa. In passato ho fatto tesoro delle istanze di Zavattini che suggeriva di pedinare i personaggi – potrei citare i lunghi spostamenti in autobus di Silvio Orlando in Fuori dal mondo – ma questa volta ho sentito che non dovevo seguirei i miei protagonisti, quanto essergli a fianco. Mi piacerebbe però, in un futuro, immaginare un sentire diverso, che superi sia il pedinamento che lo stare accanto per farsi sguardo obiettivo, esterno”.