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Carlo Mazzacurati, poeta degli umili e degli irregolari

LinguadelSantoQuando si parla di cinema italiano spesso si allude ad un tipo di provicincialismo che parrebbe indulgere sui vizi e i limiti culturali della cosiddetta civiltà italica; a fronte di ciò l’opera del veneto Carlo Mazzacurati costituisce un’eccezione in quanto essa è squisitamente provinciale quanto radicata universalmente nel mondo degli umili e degli irregolari. Di questa poetica minimalista, sospesa tra presente e passato, è testimone ed anche ispiratore certo romanzo italiano degli anni cinquanta (v. Il prete bello di Goffredo Parise), col suo paesaggio peculiare di sobrie e linde città di provincia e di malinconiche campagne segnate dal lavoro dell’uomo (Notte italiana) o dal mito dell’infanzia e dell’adolescenza (Il prete bello).
Nei film di Mazzacurati, da Notte italiana (1987) a La lingua del santo (2000) è la ragione dei perdenti a condurre il gioco, sia essa affidata alla rabbia picaresca dei due ladri crepuscolari di sacre icone o all’ostinata solitudine di Vesna, la giovane ceca che non si rassegna al proprio destino, che è di tornare, sconfitta, al proprio paese. Opporsi al mondo che la respinge, fuggire dall’uomo che l’ha accolta nella sua casa sono atti comunque estremi che Mazzacurati scandisce senza sovrapporvi un punto di vista sulla realtà estraneo alla natura e alla cultura della protagonista.

Quello di Mazzacurati è uno stile che appunto definiamo minimalista, al pari forse di quello di un Silvio Soldini prima di Pane e tulipani (1999), consapevole del fatto che le sue ascendenze non riflettono per nulla la tradizione americana, che è perlopiù basata sulla poetica dell’io narrativo per cui è possibile parlare più di realismo minimalista.
Sia che si pongano fuori dalla legge degli uomini e della morale (Il prete bello, Vesna va veloce), sia che si contrappongano a talune forme di violenza o di sopraffazione (Notte italiana), i personaggi di Mazzacurati sono ugualmente destinati a soccombere in un mondo spesso cinico e ipocrita. E’ la moralità degli umili che non si schierano dalla parte di coloro che detengono il potere, e in questa sorta di utopia mancata risiede l’originalità del pensiero di questo regista troppo spesso sottovalutato da una critica disattenta.

In Un’altra vita (1992) è un dentista piccolo borghese, un ignavo forse, ad essere sopraffatto dalla bellezza malata di una ragazza slava, un’irregolare, e dai suoi amici balordi. Qui i termini di confronto tra normalità borghese e i cosiddetti esclusi si capovolgono: è il protagonista a dover soccombere ad un mondo sconosciuto di cui ignora le regole e a cui contrappone la propria inadeguatezza. Nella bellissima sequenza finale, tra le più ispirate di tutto il suo cinema, appare fin troppo evidente lo smarrirsi del protagonista nell’inquietudine di un io incerto, incapace di dare un ordine logico a ciò che accade. Tutti i personaggi del cinema di Mazzacurati attendono che un nuovo ordine morale rivendichi, legittimandoli, i loro gesti, le loro azioni in nome di un’idea di libertà tanto più necessaria quanto affidata a margini esigui di sopravvivenza.