Cannes 2015, tra battage mediologico ed evidenti abbagli. Incontro con Pascal Thomas

Vincent Lindon e Alessandra Martines in Mercredi, folle journée ! (2011), regia di Pascal Thomas

Con l’amico  regista Pascal Thomas, specialista in commedie e gran cinefilo, a Cannes abbiamo fatto un patto: vedere insieme giorno per giorno i film della competizione, e discuterne la sera. Thomas ha accettato di buon grado di offrirci qui un suo originale bilancio conclusivo del festival 2015 sorprendente come il Palmarès.

«Le giurie si sa possono prendere degli abbagli; quella di Cannes 2015 (presieduta dai “giovanili” fratelli Coen, che non ridono mai) ci ha riservato non poche sorprese. Dei sette premi assegnati trovo condivisibili quello all’attore Vincent Lindon (avendo avuto la fortuna di dirigerlo in Mercredi folle journée penso che merita davvero una consacrazione internazionale), e ilgrand prix” all’ungherese Nemes (Il figlio di Saul), una palma d’oro ideale. Ma gli altri cinque sono tutti variamente discutibili, a cominciare dalla Palma d’oro a Jacques Audiard: questo suo film coraggioso ha il limite non indifferente di essere  il più debole fra quelli che il regista ha diretto di recente.»

«In apparenza i francesi sono usciti da Cannes “ringalluzziti” per aver collezionato ben tre premi; ma se si guarda da vicino c’è poco da stare allegri. I veri vincitori morali (a parte l’ungherese Nemes) sono stati Moretti, Sorrentino e Garrone, incredibilmente (scandalosamente) trascurati  dai Coen. Come si spiega questa clamorosa mancanza di gusto, di finezza? Evidentemente i giurati devono aver deciso di privilegiare a priori autori meno noti; ma chi ha detto che la ricerca del nuovo per il nuovo sia un criterio ideale per valutare un’opera? »

«La giurata spagnola (almodovariana) avrebbe detto che il pur riuscito film di Nanni Moretti “poteva essere fatto vent’anni fa”. E allora? Quello che conta in un’opera è l’emozione, la poesia, qualità che ritroviamo in ogni scena di questo appassionante ritratto morettiano di una Madre degno di Simenon (“Lettera a mia madre”).  Analogo discorso si può fare per il film di Sorrentino, un regista definito, da certi puristi parigini, un po’ sprezzantemente “barocco” come se fosse un’onta. Vedi la stroncatura di “Libération”, un vero regolamento di conti. (Scrive Libération: ”C’è qualcosa di corrotto, di senile nelle opere di questo cineasta esibizionista infrequentabile…Youth è una serie di quadri retorici –“pompiers – di una bruttezza e volgarità ripugnanti firmati da un regista ”infrequentabile”!”  E questa sarebbe critica cinematografica? )»

«Cosa debbono pensare i giurati stranieri di questi apprezzamenti alla piratesca  strombazzati sulle pubblicazioni  francesi e americane – “Palmoscope”, “Le film Français” – che circolano durante il festival e fanno opinione? A Cannes è difficile resistere al sistematico bombardamento quotidiano di una parte della stampa (Libération, Inrockuptibles, Cahiers du Cinéma). Dopo aver scelto già prima di scendere a Cannes i film palmabili da difendere a ogni costo, questi polemisti ad oltranza  praticano scientificamente – si direbbe – una sistematica campagna di ostruzionismo nei confronti degli avversari. Un’abitudine squisitamente parigina.  Se i fratelli Coen conoscessero un po’ meglio il cinema italiano,  e  – aggiungo – i membri della giuria fossero stati scelti più oculatamente certi inconvenienti non si sarebbero verificati. »

« Il gusto, il giudizio  estetico si formano nel tempo; mi domando quanti film classici abbiano visto in vita loro alcuni dei giurati. Come era successo in passato ad altri presidenti della giuria soprattutto americani (Spielberg ad esempio) è probabile che anche i Coen siano rimasti vittime di questo tipo di “battage” mediologico esercitato da alcuni francesi: chi ricorda più oggi le palme d’oro assegnate ai film francesi di Cantet e di Kechiche? L’ultima indiscutibile palma d’oro francese resta ahimé Sotto il cielo di Satana del grande solitario Maurice Pialat.»

«Timida proposta: per rimediare a certi inconvenienti si potrebbe  creare nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs” una contro-giuria meglio qualificata che rimedi – un anno dopo – a certi inqualificabili oblii delle giurie del Concorso.  Quando stavo alla “Quinzaine” avevamo creato il “Prix Carrosse  d’or” che aveva questo scopo, e il primo ad essere ricompensato era stato vedi caso Nanni Moretti!»

«Ma non è tutta colpa delle giurie. Anche ai critici capita di prendere delle cantonate. Quest’anno a farne le spese è stato The sea of trees di  Gus Van Sant. L’urlo di unanime disapprovazione che ha accolto la proiezione riservata ai  critici di The sea of trees è stato uno choc.  Come se per oscure ragioni i critici mondiali avessero deciso di “punire” l’autore di Elephant (una palma a suo tempo contestata). Il giorno dopo nel Palmoscope della Presse francese c’erano solo degli “zeri”! Una cosa mai vista! Rivedendola con calma in un altro contesto, questa originale, inquietante parabola purgatoriale ci potrebbe riservare non poche sorprese.»