Alice Rohrwacher: il film come un corpo a corpo


Corpo celeste, regia di Alice Rohrwacher

L’intervista ad Alice Rohrwacher è stata pubblicata sul n.72 di CineCritica

Nata in Toscana, vissuta in Umbria, laureata a Torino, Alice Rohrwacher fa parte di quel piccolo gruppo di “nuovi” autori che con i loro film stanno provando a rinnovare il cinema italiano dal di dentro, cercando strade diverse e modelli espressivi innovativi. La scuola dal documentario e il rapporto forte con la realtà. Un cinema impavido e rigoroso che obbliga lo spettatore a prendere posizione e non restare neutrale.

Come sei diventata regista?

Il modo in cui mi trovo qui è un arabesco di coincidenze e necessità. Coincidenze – l’amore per il documentario, gli incontri con Luciana Fina in Portogallo, Pier Paolo Giarolo e Leonardo di Costanzo in Italia, e naturalmente con il produttore Carlo Cresto-Dina, assieme alla scoperta di tanti tipi di cinema grazie al festival di Torino, la città dove ero andata ad abitare. Necessità – quella di fare un lavoro aderente alla vita, che possa elaborare creativamente l’esperienza.

E’ stato un percorso spesso sconnesso e avventuroso, e ancora non so dire dove mi porterà. Ho iniziato con un corso di drammaturgia teatrale alla Scuola Holden, studiato Lettere Antiche e lavorato come drammaturga per Radio Tre e per il teatro. La grande scuola è stata però sicuramente il lavoro di montaggio, iniziato un po’ per necessità di sopravvivenza, ma che invece mi ha rivelato la meraviglia che c’è nel vedere e rivedere un’immagine, nello scegliere cosa tenere e cosa abbandonare, nel creare un racconto accostando inquadrature.

Qual è il tuo rapporto con la macchina da presa?

È un mezzo in cui credo e che al tempo stesso mi spaventa molto, verso cui nutro un misto di attrazione e di paura. Mi sembra che abbia in sé un valore che, se usato male, può rivelarsi molto violento. E’ una macchina che registra qualcosa che sta accadendo: il grado di pericolosità aumenta per me quando si è molto riparati, quanto più si è lontani da quello che sta accadendo. Nel periodo di apertura della caccia ci sono i cacciatori nel bosco: ecco, i più pericolosi, quelli che proprio non sopporto, sono quelli che cacciano appostati nei loro rifugi, al caldo. Non è una lotta alla pari! Allo stesso modo, mi piacciono molto i film dove il regista rischia un po’, chiedendosi quale è la sua posizione rispetto a quello che vede.

Come è nata l’idea di Corpo celeste?

Ho partecipato a un documentario collettivo, Checosamanca, prodotto da Carlo Cresto Dina, che è anche il produttore di Corpo celeste. È stato lui a insistere perché provassi a scrivere qualcosa che, all’inizio, non si capiva se fosse una ricerca per un documentario all’interno delle parrocchie di Reggio Calabria oppure un film. Dopo aver raccolto tanto materiale ho pensato che non potevamo riprenderlo in forma di documentario, ma che dovevamo rimetterlo in scena.

Il nuovo cinema italiano di qualità viene quasi tutto dal documentario, ma c’è chi resta fedele al film di realtà e chi invece decide di passare al film di finzione, oppure sceglie di ibridare i due. Che cosa ha spinto te a passare dal puro documentario al cinema di finzione?

In Corpo celeste era tutto ricostruito, non c’era niente di rubato dalla realtà, neanche un’immagine. Mi sembrava più rispettoso per come è nato il progetto: se avessi voluto girare un documentario con una sceneggiatura a suo modo così chiusa, avrei dovuto manipolare la realtà, realizzare una specie di “documentario finto”. Allora meglio girare un film vero. Io però parlo per me, non dico quello che si deve fare. Anzi, le forme ibride fra documentario e finzione sono molto affascinanti e forse sono davvero il futuro del racconto.

Voi che provate a fare un cinema diverso – Frammartino, Marcello, Quatriglio – vi conoscete, vi confrontate?

Sì, ci conosciamo, e mi sembra che ci sia molta tenerezza e sostegno reciproco. Eppure non so dirti se ci sia un luogo di incontro e di confronto anche perché io abito fuori dalla città, e quindi l’incontro spontaneo è molto raro. Ci sono delle occasioni in cui più che riunirci veniamo riuniti, ma certo è un peccato non si riesca a sviluppare nient’altro. Forse non è ancora il momento giusto. Mi sembra che tutti lottino per portare avanti un percorso, con le difficoltà che ci sono tra i finanziamenti e la sopravvivenza, e questo toglie tante energie. Forse. Secondo me, più che un cinema che segue un certo autore, bisognerebbe proteggere un cinema che segua un certo processo. Un processo creativo che abbia un punto di vista specifico sulla realtà, e le persone che hai nominato fanno dei film in cui il processo è parte organica.

In Corpo celeste hai raccontato un mondo controverso ma non sei mai stata giudicante. È stata una scelta cosciente?

A me sembra di aver giudicato anche troppo!  Bisogna camminare ancora di più sul filo. La massima aspirazione sarebbe riuscire a trasmettere un brandello di realtà senza giudicarlo. Ma è un’impresa difficilissima, ci vuole tanta pazienza e tanta testardaggine.

Di che cosa parla Le meraviglie, e che salto hai fatto rispetto al film precedente?

Ho cercato di lavorare per quanto possibile, alla luce degli impegni di tutti, con le stesse persone: stessa produzione, quasi tutta la stessa troupe, girando tra il sud della Toscana e il nord del Lazio.

Il film segue le avventure di una famiglia con sei donne e un uomo che abita in campagna durante un’estate in cui accadono due eventi principali: le nuove normative europee che regolano le produzioni alimentari, e l’arrivo del concorso “Il paese delle meraviglie”, una trasmissione di promozione territoriale.

In questo momento non so dirti di che cosa parli esattamente il film oltre a questa piccola trama perché, come rabdomanti, lo stiamo ancora cercando. La sensazione che provo adesso rispetto al girato è simile a quella che provo quando guardo mia figlia, e mi chiedo: chissà com’è quando io non ci sono, quando mi giro, quando non la vedo, chissà com’è con gli altri. In questo momento mi sembra che anche il film, appena mi giro, cambi.

Adesso è come se stessimo muovendo tantissimi fili e non so quale di loro emergerà. Anche in Corpo celeste c’erano vari fili, e poi uno ha prevalso. Poteva essere la storia del rapporto tra due sorelle, e invece è emersa la storia di una bambina di fronte a Dio.

Con Le meraviglie fai un’osservazione specifica sul femminile?

In realtà racconto un uomo circondato da donne, non un gruppo di donne. Però il film è nato dall’osservazione di famiglie in cui comunque, nel bene e nel male, trionfavano degli esseri femminili.

Pensi di avere una specificità di sguardo in quanto regista donna?

Spero che ci siano sguardi specifici indipendentemente dall’essere donna o uomo. Il resto è marketing.

Ti è capitato di avere maggiori o minori difficoltà per il fatto di essere una donna regista?

Ho seguito un percorso talmente strano per cui non so misurare a che cosa siano state dovute le difficoltà che ho incontrato. Non ho nemmeno termini di paragone, non ho fatto un percorso accanto a un uomo e quindi non ho potuto vedere se lui veniva trattato in modo diverso rispetto a me. Sicuramente per Corpo celeste la troupe, che non mi conosceva e che era chiamata a fare un’opera prima con una ragazza e anche con una direttrice della fotografia donna – un’altra coincidenza, poi rivelatasi un incontro meraviglioso – aveva un po’ di diffidenza, perché comunque la regia è un lavoro faticoso e, in Italia, di tradizione maschile. Ma è una diffidenza che poi passa.

Se devo essere sincera, non credo molto nelle divisioni di genere nello sguardo, credo semmai nel fatto che l’educazione possa cambiare lo sguardo, e quindi se una donna viene educata in un certo modo da quel momento ha uno sguardo diverso. E credo poi nello sguardo della minoranza: la donna ha uno sguardo particolare anche perché è stata messa in minoranza per molto tempo, e forse ancora lo è.

Parliamo di linguaggio cinematografico: è come se alcuni registi italiani stessero riscoprendo l’importanza di ricostruire una nuova grammatica filmica.

Non mi sento di arrivare a tanto! Anzi, mi sembra di non conoscerla affatto, quella grammatica. Secondo me siamo una massa di sgrammaticati, però a volte gli errori grammaticali ti fanno capire il difetto di un popolo. Ad esempio io ho vissuto tante volte con persone straniere e quando sbagliano nell’esprimersi è come se facessero echeggiare un errore che tu involontariamente commetti senza rendertene conto, o un’abitudine del linguaggio della quale non ti accorgi più. Ma quando te la riporta uno straniero all’improvviso la noti. Ecco, sarebbe bello che noi fossimo gli stranieri del film.

Credi di aver inventato qualcosa, quanto a linguaggio cinematografico?

Assolutamente no. Non credo di aver inventato niente, semplicemente è come se mi trovassi in un paese straniero di cui non conosco la lingua e quindi devo gesticolare, cercare di imparare la lingua immaginandomela. E non credo sia una gara a chi inventa per primo, se è così non mi interessa proprio. Mi piacerebbe che fosse un desiderio di capire qualcosa rispetto alla realtà, alla nostra epoca, all’essere umano. Mi piacerebbe che dei film si parlasse anche per quello che scoperchiano, per come “grattano” una parte della nostra vita, una parte della realtà.

Forse ecco, l’unica caratteristica – che non ho certo inventato io – è che proprio non riesco a prescindere dal mio corpo, dal mio punto di vista. E quindi, ad esempio, sul set tengo la macchina in spalla anche senza muovermi, come se fossi un cavalletto, perché avendola addosso mi sembra di fare meno male. Non sono al sicuro, non sto in un luogo protetto ma lì, in mezzo, con il mio corpo.

Perché il corpo è così centrale nel tuo cinema?

Be’, il corpo è tutto. Prima ho detto che la macchina da presa mi sembra un’arma di combattimento: se è così, il film dovrebbe essere un corpo a corpo. Ho escluso tutti gli altri tipi di combattimento, ed è rimasto solo quello.