Alexandre Desplat, il fenomeno cinemusicale degli ultimi vent’anni

Alexandre Desplat è il fenomeno cinemusicale degli ultimi vent’anni. Parigino, 57enne, pianista precocissimo, ha iniziato a comporre musica per film a metà degli anni ’80 in patria, legandosi in particolar modo al cinema di Jacques Audiard (Regarde les hommes tomber, 1994) di cui rimarrà spesso prezioso collaboratore (Sulle mie labbra, 2004; Un sapore di ruggine ed ossa, 2012). Ma la sua carriera spicca il volo internazionale all’inizio degli anni 2000 con l’ambiguo thriller parapsicologico Birth – Io sono Sean (2004, Jonathan Glazer),, che ne rivela lo stile musicale spoglio, ossessivo, di area minimalista.

Da allora Desplat ha composto un centinaio dei 175 titoli che popolano la sua filmografia, toccando punte di produttività (dieci titoli nel solo 2011) che ricordano il Max Steiner degli anni ’40 o l’Ennio Morricone degli anni ’60. Un’efficiente frenesia creativa che è stata un viatico prezioso per la sua carriera hollywoodiana. Anche se Desplat non è certo il primo musicista francese a godere di ampio credito oltreoceano (si pensi a Michel Legrand o Georges Delerue), la sua rapidità nello scrivere diviene infatti presto proverbiale e ne fa un collaboratore affidabile e conteso da autori e produttori di ogni latitudine, senza distinzioni di genere. Lo si ritrova dunque al fianco di Stephen Frears (The Queen, Tamara Drewe) come di Kathryn Bigelow (Zero dark thirty, uno dei suoi capolavori), di David Fincher (Il curioso caso di Benjamin Button) e di Angelina Jolie (Unbroken), di Roman Polanski (L’uomo nell’ombra, Venere in pelliccia) e del nostro Matteo Garrone (Reality, Il racconto dei racconti), di Terrence Malick (The tree of life) e di Luc Besson (Valerian e la città dei mille pianeti), di Ang Lee (Lussuria) e di Ben Affleck (Argo), della saga di Harry Potter e di quella di Twilight; e soprattutto di George Clooney che a partire da Le idi di marzo lo considera il proprio musicista di fiducia, sino a dargli anche una parte come attore in Monuments men. Un’autorevolezza professionale che lo porta nel 2014 a presiedere la Giuria internazionale della Mostra del cinema di Venezia: primo caso per un compositore nella storia della manifestazione.

Ora il punto è: dinanzi a tale eclettismo e tanto iperattivismo, in un campo come quello della musica per film, è ancora possibile mantenere uno stile personale e standard qualitativi che esulino dal mero e generico arredo sonoro? La risposta, nel caso di Desplat, è tutt’altro che semplice.

C’è innanzitutto da notare una evoluzione nel suo stile compositivo. Partito con un linguaggio musicale asciutto, scarno, fatto spesso di brevi idee ripetute e di una strumentazione lieve, pulsante (di qui la definizione, abbastanza impropria, di “minimalista”), Desplat si rivolge soprattutto nelle sue fatiche hollywoodiane ad un linguaggio più aggressivo e sinfonicamente ricco; a volte lo padroneggia con esiti drammaturgici altissimi (il già citato Zero dark thirty), ma altre (l’episodio di Harry Potter e i doni della morte, il fantasy-cartoon Le 5 leggende, il remake di Godzilla) scivola in quella sommaria plastificazione musicale che affligge molta superproduzione “mainstream”. La sua personalità artistica, notevole, e il suo sofisticato fantasismo orchestrale emergono meglio in prove tutorialmente più complesse, dove vibra un’ironia amara e raffinata, come Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, che gli vale l’Oscar, o in toccanti storie di “alterità” come Philomena di Freras, Il discorso del re o The danish girl di Tom Hooper. Per non parlare di Clooney, di cui il compositore coglie alla perfezione sia la vena dolorosa e critica sia quella grottesco-macabra, come nell’ultimo Suburbicon: presentato alla scorsa Mostra veneziana insieme a The shape of water di Guillermo Del Toro, dove invece Desplat sfoggia una vena romantico-visionaria molto “vintage”.

questo artista sembra tuttora più a proprio agio in un cinema d’autore

Ne consegue che questo artista sembra tuttora più a proprio agio in un cinema d’autore ma pur sempre indirizzato ad un vasto pubblico (la linea su cui si muovono registi appunto come Clooney, o Frears e Wes Anderson), che non in megaproduzioni kolossal dove la concorrenza musicale è agguerrita e tecnicamente molto più attrezzata: senza dimenticare i due titoli di Garrone dove, soprattutto nel Racconto dei racconti, la sua tavolozza timbrica e melodica oscilla fra cupa amarezza e vitale comunicatività.

In questo inizio 2018, Desplat risulta già firmatario delle partiture di Operation Finale di Christ Weitz (di cui ha musicato La bussola d’oro e Twilight saga: New Moon), storia della cattura del criminale nazista Adolf Eichmann, L’isola dei cani del fedele Wes Anderson, bizzarro film d’animazione a quattro zampe, Kursk di Thomas Vinterberg, sulla tragedia nel 2000 del sottomarino russo, e il sequel del cartoon The secret life of pets.

Il suo tour de force sembra continuare, dunque: anche se l’impressione è che un rallentamento nei ritmi e una più accurata selezione dei progetti gioverebbero senz’altro alla carriera di questo dotatissimo e multiforme compositore.