50. Karlovy Vary Film Festival – Incontro con Kim Ki-duk

Il regista sudcoreano Kim Ki-duk durante l'incontro nell'ambito del 50. Karlovy Vary Film Festival. Immagine: copyright Furio Fossati

Kim Ki-duk, tanto osannato quanto discusso autore sudcoreano, ha presentato il suo ultimo film in prima mondiale alla cinquantesima edizione del Festival di Karlovy Vary. Stop può essere considerato un’ulteriore provocazione o il tentativo di esprimersi attraverso produzioni a bassissimo costo. Camera a mano da lui stesso utilizzata, sempre sua la regia, la sceneggiatura, il montaggio, la direzione artistica e la produzione; è un breve film che vuole essere denuncia dell’utilizzo dell’energia nucleare per creare elettricità usata spesso più per esigenze consumistiche che non per effettiva necessità. Il cineasta coreano giunge in anticipo all’intervista, sorridente come difficilmente capita di vederlo e, in attesa della traduttrice, scambia senza problemi qualche parola, anche con CineCriticaWeb.

Come mai fa conferenze stampa o incontri col pubblico senza Red Carpet di rito?

Parlare con una persona o al massimo due o permette di seguire un ragionamento e di rispondere in maniera più approfondita. Sentirsi chiedere se un film da me realizzato è riuscito come volevo e rispondere si o no, come capita negli incontri con decine di giornalisti, non mi piace; amo spiegare perché ho fatto o non ho fatto qualcosa, cerco di soddisfare le curiosità di persone che hanno voglia di conoscere meglio il mio lavoro. Poi, il Red Carpet è per i divi, soddisfa persone che vogliono vedere una persona nota e non necessariamente hanno l’esigenza di conoscere l’autore al cinema attraverso i suoi film.

Perché ha accettato di venire a Karlovy Vary?

Questo è un Festival per tutti, dove migliaia di giovani hanno la possibilità, con pochi soldi, di vedere film interessanti e di vivere la magia del cinema. Mi hanno chiesto di scegliere un film per me importante e io ho proposto Poetry (2010), diretto dal mio amico e  connazionale Lee Chang-dong che stimo moltissimo. Poi la richiesta della prima mondiale di Stop. Inoltre, Karlovy Vary nel 2002 ha organizzato in assoluto la mia prima retrospettiva: è una cosa che non posso dimenticare.

Stop (2015) e Real Fiction (Shilje sanghwang, 2000) hanno punti di contatto?

Certamente, sono due film assolutamente sperimentali che ho voluto realizzare per meglio esprimere il mio animo, le mie idee, il piacere di provare nuovi modi per raccontare storie. Quando ho realizzato nel 2000 questo mio quarto film sapevo i rischi che correvo: sceneggiatura scritta di getto, girato in 200 minuti veri con l’ausilio di 11 aiuto-registi e 10 telecamere. E’ stato un insuccesso ma non lo rinnego.

Ci parli di Stop, film di cui si sa ancora poco…

E’ nato per denunciare la gravità del problema, creato dagli uomini, dello scellerato sfruttamento dell’energia atomica; l’occasione è il disastro di Fukushima in Giappone. Una coppia innamorata, lei incinta col forte rischio che il figlio nasca con handicap, la difficile scelta se abortire o andare avanti nella gestazione.

È autore unico del film?

Ho scritto soggetto, sceneggiatura, ho realizzato le immagini, ho raccolto il sonoro, ho montato, ho prodotto: oltre ai due attori, sono stato l’unico a lavorarci continuativamente.

Quanto ha impiegato e quali tecniche di ripresa ha utilizzato?

Dieci giorni in tutto, compreso la post produzione. Ho adattato una videocamera ad alta definizione montando un tubolare scorrevole che in cima aveva un microfono e un piccolo riflettore che illuminava gli attori mentre li riprendevo. È stata una trovata che mi ha fatto sentire felice, giovanissimo, come un ragazzo che si avvicina al cinema senza avere soldi e scopre che con un po’ di fantasia tutto è possibile.

Dove l’ha realizzato e in che lingua?

Interamente girato a novembre in Giappone e parlato in giapponese, niente ricostruito in Corea del Sud o in altri paesi: volevo che l’atmosfera di quel disastro fosse più visibile, più comprensibile agli spettatori.

Ha girato anche a Fukushima?

No, è una zona ancora blindata dove è impossibile avvicinarsi. Ho usato un’immagine di repertorio: del resto, il film vuole essere una denuncia del dopo, non vuole descrivere il grave incidente.

Lei parla giapponese?

Assolutamente no.

Sicuro che quello che viene detto nei dialoghi sia quanto lei ha scritto?

Sorridendo, risponde: “Per fortuna per Karlovy Vary sono stati fatti i sottotitoli in inglese e mi sembra proprio che non siano differenti da quanto dovevano essere…

Ma l’energia atomica è ormai una realtà difficilmente eliminabile…

Certo, perché chi potrebbe fare qualcosa non ha interesse di cambiare le cose. Anche in Repubblica Ceca c’è questa fonte di energia, in Francia è 80%, Usa il 95%, Cina quasi il 100%. Anche quando avvengono disastri non si pensa di chiudere quella centrale, ma di accelerare i tempi per riaprirla.

È contestata anche in Corea del Sud?

Sì, molte sono le dimostrazioni, e non solo da parte dei giovani: è un problema sentito da tutti.”

Lei partecipa a queste manifestazioni?

No, il mio contributo, spero utile, è quello di fare film.

Mi è piaciuta molto la scena in cui si vede Tokio completamente illuminata…

È un po’ la chiave di lettura del film. L’energia che continuiamo a creare senza tregua non serve solo per la sopravvivenza del uomo o, al limite, per farlo vivere in maniera più confortevole. Di notte il cielo non si vede più a causa delle luci, ogni grattacielo deve essere più illuminato di quello che gli sta vicino, è un inutile utilizzo dell’energia che crea consumi assolutamente superflui.

Il linguaggio prevalentemente utilizzato nei suoi film è l’immagine. Ha un passato da pittore a Parigi dove si manteneva vendendo i suoi quadri. Non ha mai fatto una mostra o pensato di proseguire professionalmente con questa attività?

Era un modo onesto per sopravvivere, per pagare le bollette, ma non credo di essere mai stato un gran pittore: ora non dipingo più anche se faccio spesso disegni, ma più per spiegare alla persona con cui sto parlando cosa intendo dire che non per creare qualcosa di artistico. Ad esempio, se non avessi fatto ora un disegno della trasformazione della videocamera per Stop, forse non sarei riuscito a spiegarmi bene.

Che effetto le ha fatto lavorare tanti anni senza ottenere riconoscimenti e poi, improvvisamente, essere soprattutto in Europa considerato un genio: rabbia o felicità?

Molti lavorano una vita senza mai ottenere interesse da parte degli altri. Io mi ritengo molto fortunato perché i miei film sono stati scelti da Festival importanti, sono piaciuti, mi hanno invitato ad altri Festival e così ho potuto realizzare sempre nuovi film. Io non so ‘vendere’ la mia immagine né le mie opere: è bello che qualcuno creda in te e nel tuo lavoro.

Dapprima ha vissuto in campagna, poi si è arruolato nel esercito, ha cambiato vita e ha studiato per divenire sacerdote e, finalmente, ha incontrato l’arte. Cosa c’è nel suo cinema di queste esperienze?

In tutta la mia filmografia c’è molto di autobiografico, ad esempio in Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera c’è la mia esperienza monastica, in Indirizzo sconosciuto qualcosa del mio periodo da soldato. Non si può e non si deve dimenticare il proprio passato, anche se alle volte può essere doloroso.

Il suo cinema è violento o racconta di violenza?

Racconto anche, ma non soltanto, storie violente e la mia sensibilità mi costringe ad utilizzare un linguaggio diretto, senza pensare se piacerà o no: per me è l’unica maniera di essere onesto col pubblico. Non credo di usare un linguaggio violento o, quantomeno, volutamente violento; ma, sicuramente, tra i temi maggiormente presenti nei miei film c’è violenza come, del resto, nella normale vita di tutti i giorni.

Nel 2003, con Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera molti  l’hanno considerato un poeta…

È un film un po’ differente dai precedenti, anche l’atmosfera che si respira è più tranquilla, apparentemente con meno drammi. Ma l’unica parte che mi sento di considerare poetica è quella legata alla Primavera. È bello, comunque, che ci siano persone che studino i miei film e cerchino di trovare chiavi di lettura. In questo caso possono avere ragione.

Per concludere un’altra domanda su Stop. Mi è sembrato con un tratto in parte documentaristico ma anche, nella parte legata alla decisione della coppia sul tenere il figlio o abortire, quasi un thriller. La sua opinione?

Il tema era incredibilmente vasto, non certo limitato alla storia di questa coppia ma al dramma del mondo che si rende conto di andare verso la distruzione. Per raccontare in pochi minuti questa situazione, ho utilizzato anche dati ufficiali sul problema dell’energia atomica, tanto per inserire meglio lo sfondo per la storia che poi occupa la maggior parte del film. Thriller no, ma spero tensione. Fino all’ultimo non si sa quale è stata la loro scelta e, quando viene detta, c’è ancora un piccolo colpo di scena. Stop potrà piacere oppure no, ma è sincero come, ritengo, tutte le opere che fino ad ora ho realizzato.”