50.Karlovy Vary Film Festival – Incontro con George A. Romero

Frame tratto da La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead), regia di George A. Romero - 1968

Il Karlovy Vary International Film Festival (KVIFF), giunto alla sua cinquantesima edizione, punta ancor più maggiormente ad avere un contatto col pubblico giovane, proponendo Master grazie ai quali autori noti  divenuti icone dell’immaginario collettivo si prestano a un inesauribile fuoco di fila di domande, con tante curiosità alle quali sono state date risposte incontrovertibili.
Primo ospite George A. Romero, il settantacinquenne regista newyorchese che ha saputo creare un nuovo modo di intendere la paura. Quasi due metri di altezza, capelli bianchi e lunghi raccolti in una coda, entra nella sala sorridente, accolto da convinti applausi. CineCriticaWeb ha partecipato all’incontro.

Quanti anni aveva quando ha realizzato La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, 1968) e come è riuscito a trovare la maniera di girarlo?

Avevo 28 anni e un paio di cortometraggi alle spalle. Come spesso capita a chi inizia, l’importanza di avere amici è indispensabile, sia che ti aiutino con denaro che con consigli che lavoro non retribuito. Il budget di questo film era di118.000 dollari e non so neppure quanto alla fine abbia incassato. Quattro coraggiosi produttori ufficiali e il contributo di tante persone che credevano nel progetto. Quello che nessuno può negare è che ha dato vita a un nuovo modo di intendere il film horror, non dico migliore ma diverso.

The Walking Dead è la Serie TV di maggior successo attualmente, dove gli zombie sono visti più come esseri in grado di sentire emozioni e amore che non come classici morti viventi. Hanno cercato anche la sua collaborazione?

Mi hanno chiesto di girare alcuni episodi, non di partecipare realmente al progetto; in questa maniera per me è impossibile neppure pensarci. The Walking Dead è una soap opera dove hanno pensato bene di inserire qualche zombie per renderlo meno monotono. Dato il successo, hanno fatto bene, ma questo prodotto ha poco da condividere con quanto realizzato da me e da John A. Russo. Per me erano personaggi che permettevano di fare satira sia sui costumi che sulla politica.

George A. Romero al Karlovy Vary Film Festival (2015) - Copyright Furio Fossati

Survival of the dead – L’isola dei sopravvissuti (2009), presentato in vari importanti Festival, tra cui anche la Mostra del Cinema di Venezia, è stato l’ultimo film da lei girato, tra l’altro non accolto in maniera entusiastica anche dagli spettatori. Ha deciso lei di non realizzare più film o trova difficoltà?

Se ti propongono sceneggiature dove nulla assomiglia a quello a cui tu hai pensato, è difficile trovare un punto di accordo. Ho rispetto per il mio pubblico, per chi ha creduto in me e che leggerebbe come un tradimento che io accettassi di trasformare gli zombie in personaggi che ne portano soltanto il nome, non le caratteristiche.

Non la disturba di essere ricordato solo per i morti viventi?

Innanzitutto ci si abitua e bisogna essere riconoscenti a chi si ricorda di te, a chi ti chiama perché racconti qualcosa di nuovo, sveli retroscena, fai conoscere meglio il tuo mondo. Ci sono tanti colleghi, pur validissimi, che hanno ottimi film ma non sono ricordati se non da pochi. Questo limite tale non è: dopo quasi cinquant’anni sento lo stesso trasporto da parte dei giovani e di chi giovane era quando il film è uscito. Mi creda, è una grande gratificazione.

Sedici lungometraggi girati per il cinema, se si esclude l’episodio The Facts in the Case of Mr. Valdemar in Due occhi diabolici (1990) realizzato assieme a Dario Argento. Come mai la scelta di portare a termine così pochi titoli?

Sembrerà strano ma non voglio scendere a troppi compromessi per girare e per questo dirigo solo quando ne sono convinto. Dario, amico vero, ogni tanto mi chiede di andare in Italia, ma anche lì non vedo grande possibilità per me e allora, scherzando, gli dico che la buona cucina italiana la posso mangiare senza spostarmi dagli Stati Uniti.

Tom Savini, suo attore in vari film, ha realizzato nel 1990 il remake de La notte dei morti viventi. Un suo giudizio?

Vuole una risposta sincera? Savini è un buon attore che conosce bene il mio cinema e lo rispetta. Ho accettato volentieri di riscrivere la sceneggiatura ma, alla fine, posso dire che guardando il film mi sono divertito per cinquanta minuti. Poi non mi sono più riconosciuto.

Che effetto le fa che gli zombi siano tanto utilizzati sia al cinema, in teatro, in televisione, nei comic spesso con pochi punti di contatto con quanto da lei creato. La disturba?

Non mi disturba né mi fa piacere. Quello che ho realizzato rimane mio, la mia roba rimane la mia roba e nessuno può distruggere quello che in certi casi è divenuto storia del costume. Utilizzo una frase del mio amico Stephen King che a una domanda sulla trasposizione non corretta di suoi romanzi nel cinema aveva risposto: “I libri non sono rovinati. Eccoli, perfetti, li vedi? Sono sullo scaffale dietro di me.

Una curiosità. Lei usa i storyboard?

Si e no. Pur essendo parte di una famiglia di artisti visivi, non sentivo soprattutto all’inizio la necessità di usarli. Poi, cambiando i budget e le responsabilità verso produttori e pubblico, alle volte li ho usati. Ma continuo a non considerarli indispensabili.

In qualche momento della sua carriera hanno cercato di convincerla a trasferirsi nel dorato mondo di Hollywood e di diventare parte di quel sistema?

Sì, è capitato molte volte e ammetto il fatto che da me non era stato scartato a priori. Per New Line ho sviluppato alcuni progetti ma non hanno mai fatto un film, MGM ha acquistato uno script, e poi Fox lo acquistò da loro, e nel frattempo, stavo facendo script per Universal e Fox. E anche in questo caso niente di niente. Nessun film è stato mai fatto. Sette anni della mia vita, e nessuno ha realizzato una mia idea. Per questo, per sentirmi vivo ho realizzato a Toronto un piccolo film chiamato Bruiser – La vendetta non ha volto (2000) finanziato da una società francese. Le grandi riviste di cinema davano per sicuro il mio arrivo a Hollywood, ma così non è stato.

Quali sono i consigli che si sentirebbe di dare a nuovi filmmaker?

Bisogna scrivere sceneggiature anche se non si è sicuri che diverranno film, gli attori che si scelgono devono essere amici o divenire tali grazie all’affiatamento con la troupe, chi si vuole occupare di horror si ricordi che non esistono mostri, ma persone normalissime che si possono trasformare in tali. Soprattutto, credere in quello che si fa, sempre.