36 Festival Internacional del Nuevo Cine Latinoamericano. I premi


Conducta (2014), regia di Ernesto Daranas

La trentaseiesima edizione del Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano de L’Avana si è conclusa con l’assegnazione del premio Coral a un film cubano non solo per la produzione ma anche i per contenuti e lo sviluppo narrativo.
Conducta (2014) è diretto dal cinquantatreenne Ernesto Daranas Serrano con particolare attenzione ed interesse nei riguardi dei toni del melodramma. Il cast comprende attori di rilievo, quali Alina Rodríguez, Amaly Junco, Miriel Cejas e Yuliet Cruz, con la piacevole sorpresa del giovanissimo Armando Valdés Freire, a cui è stato assegnato il Coral per il migliore attore protagonista maschile. Il soggetto viene svolto coi tempi di una raffinata telenovela dove ogni situazione viene raccontata con la ricerca della lacrima e dove ogni elemento deve lasciare scosso emotivamente il pubblico. Non si fa mancare nulla, cominciando dal ragazzo senza padre e con madre tossicodipendente per poi proseguire con combattimenti clandestini e violentissimi di cani, la maestra saggia che ha rinunciato ad andare in pensione per seguire i suoi alunni, la ragazzina che è a L’Avana col padre e senza permesso che dovrà andare via da scuola, insegnanti senza cuore, poliziotti che non son da meno dei docenti. Ben girato, gradevolmente interpretato, è stato scelto da una giuria che comprendeva unicamente registi e attori latino-americani.

Il successo del Festival è stato superiore alle aspettative degli organizzatori, grazie a un notevole aumento degli spettatori ma, soprattutto, a causa della presenza di giornalisti provenienti da tutto il mondo, i quali hanno fornito la conferma che il lavoro del direttore artistico Ivan Giroud è stato molto apprezzato.
Lo sforzo di dotare tutte le quindici sale coinvolte nel Festival di nuovi sistemi video ha permesso di visionare i film in buone condizioni. Problemi notevoli, invece, per i film più attesi a causa dei ritardi che si creavano ritardi per il notevole afflusso di spettatori senza biglietto.

Premio speciale della giuria a Tierra en la lengua (Terra sulla lingua) diretto dal giovane colombiano Ruben Mendoza. In parte autobiografico, quantomeno per ispirazione, il film ha molte scene di violenza anche su animali, creando tensione emotiva nello spettatore e forte disagio. Un uomo anziano e malato, che per tutta la vita ha avuto come unica religione la perfidia e l’amoralità, chiede di morire per mano di due nipoti che accettano, forse allettati dalla ricca eredità.

Migliore regia al argentino Damián Szifrón per Relatos salvajes (Storie pazzesche), film scelto per l’apertura del Festival. Ha ottenuto anche il Coral per il migliore montaggio.
Migliore interprete femminile a Geraldine Chaplin per Dólares de arena (Dollari di sabbia) diretto dai coniugi domenicani trentaquatrenni Laura Amelia Guzman e Israel Cardenas, con titoli premiati anche ai festival di Toronto e Venezia. Racconta di una bella diciottenne che accetta qualsiasi cosa pur di guadagnare: così diventa l’amante di Anne, donna straniera molto più vecchia di lei. Povertà, tristezza, ma la speranza di potere cambiare in meglio la propria vita.

Migliore sceneggiatura al film argentino La tercera orilla (La terza riva) di Celina Murga presentato in concorso all’ultima Berlinale. Si tratta del racconto di un di tradimento non soltanto all’interno della coppia ma soprattutto nei confronti dei figli considerati apparentemente in maniera umana dal fedifrago, in realtà esautorati dall’amore e anche da una certa serenità economica che invece dona alla sua nuova famiglia.

Meritato il premio per la fotografia, ma che suona anche come un premio di consolazione, al film del regista argentino Diego Lerman Refugiado (Rifugiato). Potrebbe essere un testo teatrale e, in certi momenti, i dialoghi danno l’impressione che ci possa essere a monte una commedia. Un bimbo di sette anni e sua madre sono costretti ad abbandonare velocemente la casa dove vivono a causa dall’ennesimo atto di violenza del padre. Inizia così la peregrinazione alla ricerca di un luogo dove possano sentirsi sicuri e protetti. Si tratta di un road movie ben sviluppato, un dramma che non disdegna, per stemperare le scene emotivamente più intense, qualche momento narrativamente più rilassante, con in più il profumo di thriller che non stona affatto.

Migliore direzione artistica a El cerrajero (Il fabbro) diretto all’argentina Natalia Smirno e presentato in prima mondiale al Sundance Film Festival. È una commedia con precise connotazioni sentimentali ma senza inutili sdolcinatezze. Piace la semplicità narrativa, stanca la mancanza di vere idee con fabbro che non si è mai voluto impegnareo con una donna che ha un crollo quando la sua ultima fiamma gli dice di essere incinta. Inizia ad avere strane visioni mentre lavora nelle case dei clienti e questo lo porta ad essere in grado di aiutare gli altri nei loro problemi.

Il premio FIPRESCI è stato conferito a Matar a un hombre (Uccidere un uomo), una conferma della buona salute del cinema cileno che riesce a proporre sempre nuove emozioni con film di grande spessore che raccontano vicende possibili e, per questo, ancora più disturbanti. È diretto da Alejandro Fernandez Almendras con piglio deciso: concede poco al pubblico, ma molto alla drammaticità della vicenda. Uomo onesto e lavoratore viene derubato da banda di cui è a capo uno psicopatico; il figlio maggiore vuole recuperare il maltolto e viene ferito gravemente. Il malvivente è arrestato ma, quando esce di carcere, si vendica molestando anche la figlia del uomo che tenta disperatamente di essere aiutato dalla Polizia. Si fa giustizia da solo ma con dolore e, alla fine, si consegna per ricevere la giusta condanna.

Unico lavoro “dimenticato” dalle giurie è il bellissimo film cileno La voz en off (Il silenzio), diretto da Cristian Jimenez con grande capacità narrativa (giocando con toni drammatici bene amalgamati a quelli della commedia). Bella è una quarantenne vegetariana, ha due figli che ama, ma da troppo tempo ogni cosa non va per il verso giusto. Cerca la pace dopo la sua recente separazione dal marito indiano ma invano, fino a quando non decide drasticamente di staccare i contatti con il mondo che la circonda: niente telefono, niente TV, niente internet, niente letture per un anno. Ma il periodo tranquillo dura molto poco. Preso coraggio dal suo esempio, il padre decide di lasciare la moglie. I bambini sono ossessionati dal desiderio di mangiare carne, si sentono diversi e divengono più tristi. Non siamo di fronte ad una dramma a fosche tinte bensì a una commedia in cui si può anche sorridere nonostante le tematiche affrontate.

Premio alla carriera a Benicio Del Toro, il quale ha presentato Escobar: Paradise Lost (Escobar: paradiso perduto) dell’attore italiano Andrea Di Stefano qui al suo debutto dietro la macchina da presa.

Il Festival non si può sintetizzare in poche righe perché pregno di emozioni non necessariamente legate alla visione del film ma alle atmosfere che si vivono, alla gente che vuole sapere come è il cinema fuori dall’Isola, con documentatissimi spettatori che fanno mille domande agli stranieri.

Cuba vive di cinema da sempre, ha varie scuole frequentate da stranieri e con docenti di qualità che vengono anche da paesi non amici di Castro. Ottantatre giorni dopo l’inizio della Rivoluzione Cubana era nato l’ICAI (Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematográfico) che tuttora gestisce quasi tutto il cinema cubano. È uno dei settori in cui il governo investe di più e non certo in opere di regime.
Ed ora, eliminato l’embargo, il Festival cercherà di crescere ancora di più con l’impegno di divenire il più importante del cinema latino-americano.