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10.Motovun Film Festival

asyl_-_motovun_film_festivalCinema alla spina, a pressione dunque, disponibile all’aperto e in ogni formato, a volontà, online o in dvd o in 35mm, tutto nella magnifica città medievale croata di Motovun, sede di un eclettico Festival Internazionale di Cinema – diretto da Igor Mirkovic e con il brillante regista Paul Thomas Anderson di “Magnolia” nel consiglio direttivo – che quest’anno compie gli anni, siamo al decimo anniversa-rio. Inizia oggi, dunque, 28 luglio 2008, il 10th Motovun FilmFest. Perché di una festa, più che di un festival, si tratta. 5 giorni di concerti, happenings, proiezioni nei cinema aperti notte e giorno e in pubblica piazza, magari sotto le stelle, fra alcune Stelle del Cinema presenti dal vivo (oggi è arrivato, fra le viuzze lastrica-te e merlettate del Festival, il regista Pawel Pawlikowski, autore del molto amato Sum-mer of Love, ed il bizzarro e geniale Ken Russell, da molti anni assente dalle scene, presente per celebrare alcuni restauri di sue opere famose, fra cui il celeberrimo Tommy,1976) e molte altre stelle presenti su grande schermo. Fra i film: Silent Light di Carlos Reyga-das, My Winnipeg di Guy Maddin, Three Monkeys di Nuri Bilge Ceylan, e poi Ken Loach, John Carney, il regista cult-filippino Lav Diaz, molti altri ancora. Per informazione, http://www.motovunfilmfestival.com/.

motovunfilmfestival“Revanche”, di Gotz Spielmann
(Austria 2008, 121 min)

La melodrammaticamente violenta Revanche dell’austriaco Gotz Spielmann (con Johannes Krisch e Irina Potapenko) inizia borghesemente, con un fascino discreto che ben conosciamo. Una vita abbastanza benestante, una cucina alla “Funny Games”, versione sia mitteleuropea che nordamericana del regista parimenti austriaco Haneke. Un poco di poco scandaloso sesso sotto la doccia. Nudità femminili, micro-macroviolenze domestiche e ritratti di famiglia in un bordello, proprio come nel feroce (e nuovamente austriaco, e allora no, non è più un caso) cinema di Ulrich Seidl. Dialoghi a due seduti sul letto, fra seduzione e minaccia, guardando verso la macchina da presa e in controluce, come in una celebre scena di Arancia meccanica di Kubrick. Piani sequenza implacabili in automobile o lungo le strade asfaltate o sterrate, horror vacui con figure, come nel feroce Canicola del succitato Seidl. Il déjà vu e la sua riproducibilità tecnico cinematografica, nel caso della descrizione della quotidiana violenza, è l’inse-gnamento di Haneke proprio nel duplicato a fotocopia di Funny Games, non co-stituisce un problema né estetico né narrativo, poiché la violenza è sempiterna. A differenza dell’umanità errabonda e in vendita in Go Go Tales di Abel Ferrara, la storia di Alex l’autista e di Tamara la giovane prostituta venuta dall’Ucraina nella Vienna di Revanche è cadenzata da un maggior ordine narrativo e figurati-vo, anzi, si direbbe da un ritmato valzer di colpa e vendetta, delitto e spinta al castigo, sesso e sopraffazione, pistole in aria e poliziotti a terra, colpì di proiettile e di scena, senza le vie di fuga metafisiche di un Abel Ferrara, appunto. La vio-lenza delle azioni di Alex sono ad un tratto inferiori alle violenze del Caso, il più beffardo e colpevolista dei personaggi del film, sul corpo della “sua” Tamara, e da questa tragica ironia non vi è via di uscita, ne’ dal cemento di colpevolezza e desiderio di Revanche. Un provvidenzialismo alla rovescia. E allora “Nothing is happened”, non e’ successo niente, ci ripetiamo e si ripetono per difesa psicolo-gica i personaggi del film, ma sappiamo benissimo che da questo antiprovvi-denzialismo non è previsto ritorno. Ed era dai tempi dello smagliante Niente da nascondere (Caché di Haneke, sempre austriaco dunque, se pur di ambienta-zione francese) che non vedevamo proiettate su grande schermo delle luci così vivide di senso di colpa e risentimento, ponendo così Gotz Spielmann in buona compagnia – sui medesimi temi – di un Clint Eastwood o di un Ingmar Bergman, neanche a farlo apposta, a un anno esatto dalla morte di quest’ultimo.

Gabriele Barrera

Asyl – Park and Love Hotel, di Izuru Kumasaka
Japan 2007, 111 min.

Il cartello di un Love Motel interrompe il vagabondaggio visivo di una delle caracollanti protagoniste di Asyl, zaino a spalla e camera a mano, primo lungometraggio di Iziru Kumasaka, nuovo potente agente visivo corrosivo e salutarmente patogeno scoperto dall’ottimo laboratorio di analisi della Berlinale. Una visione che fa male, scardina le nostre comuni certezze visive con un uso innovativo di piani sequenza e reiterazioni armoniche nei raccordi, restituendo il punto di vista di Tsuyako e delle sue “sorelle” nipponiche. Una città modernamente antichissima, in Giappone come da noi, oggi. Facciamo un esempio. Ecco in primissimo piano, basculante, una teen-ager sperduta dagli anni verdissimi e dai capelli innaturalmente argentei. Disor-dine su disordine, fotografie su fotografie, frammenti su frammenti: il micromon-do della ragazza, così come quello delle altre ragazze-di-ogni-età del film, è se-zionato da macroingrandimenti e dettagli ossessivi, ed è quello di un Fantastico mondo di Amélie alternativo e radicato nell’Asyl della nostra realtà, e non delle favole per blockbusters, dunque più vicino alla ragazzina del Tideland di Terry Gilliam che ai tanti Juno di Reitman che piacciono al pubblico mainstream. La magia o la poesia agrodolce della realtà sono nella realtà, non spalmate sopra di essa, e basta l’amorosa camera Polaroid della ragazza di Asyl per catturarle in silenzio. Le lullabies alla Amélie scritte e suonate da Yann Tiersen? In Asyl: no, grazie. Il ritratto adolescenziale di In Between Days, anch’esso primo long feature film scoperto due anni or sono dalla Berlinale, regia di So Yong-Kim (Canada / Corea, 2006), sembra il film più vicino – fra quelli mai presentati recentemente nei festival internazionali – al disegno generazionale di Asyl, che si estende – con il minimo comun denominatore della solitudine – dalla giovinezza dei teena-gers alla vita di chi è in età più avanzata, purché tutto si riferisca e si concluda in un universo esclusivamente al femminile. Eppure, lo stesso sradicamento, la stessa sensazione di vuoto, le stesse preghiere giovanili dette da voce femmini-le over nel nero dello schermo cinematografico, le ritrovavamo – si diceva – nel pionieristico In Between Days. E invece la frenesia urbana orientale alternata a oasi di stasi era già in tutto quanto Takeshi Kitano, ad esser sinceri, oppure, sal-tando da Oriente a Oriente, in Keep Cool di Yi-mou Zhang (Cina, 1996), anche se in questo caso, quanto a frenesia metropolitana delle megalopoli, è passato del tempo, il tema riaffiora solo più a tratti – si veda la sequenza del telefonino, ad esempio, ma non solo -, ed è immancabilmente sostituita per lo più da una qiueta e disperata vertigine da periferia urbana oramai livellata e iperstruttursata e riconoscibilmente globalizzata. E perciò: squarci di palazzi e vie, scale ed ascensori, asfalto e lamiere, jogging e hotels, con l’eccezione di un improbabile locus amoenus pari ad un Asyl(um) infantile, cioè un minuzioso e sorprendente parco sul tetto come Eden per recuperare e fisicamente re-innalzare la spinta alla solidarietà (femminile) e al mutuo soccorso. Tutto ciò, contro uno sradicamento urbano che trova un cor-relativo oggettivo in alcune vicissitudini di nuovo femminili e di nuovo semios-sessive riguardanti sterilità e fecondazione (soprattutto nella seconda parte del film). Ed è in definitiva, questa, una solitudine modernissima e antica, un senti-mento straziante eppur tranquillo alla Waste Land del poeta Eliot, qualcosa di travolgente, cioè, che è in grado di rendere terribilmente simili le città del Belgio-Anno-Zero di Rosetta o de L’Enfant (Dardenne, 1999 e 2005) al Giappone o-dierno di Asyl. Come a dire: tutto il mondo è (purché in quieta e tacitamente ac-cetta e omogenea solitudine) paese.

Gabriele Barrera