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Nemico pubblico un film di

mann-nemico_pubblicoSono poco più di una decina i lungometraggi concepiti da Michael Mann per il grande schermo. Poi, alcuni lavori per la televisione, sia come autore che come produttore e sceneggiatore.
Mann è un cineasta che ha saputo confrontarsi in maniera intelligente non solo con lo star-system hollywoodiano ma anche con il baraccone della tv americana commerciale. Questo percorso avrebbe potuto farlo diventare uno dei molti bravi registi che l’universo statunitense sforna di anno in anno, uno dei tanti ottimi professionisti di cui spesso non si ricorda il nome ma che riempiono i cinema e tengono gli spettatori incollati davanti ai televisori. E invece Mann è andato molto oltre, è riuscito con acume a dare un’impronta al proprio lavoro in grado di sfondare i confini del marketing audiovisivo.
Se si fa riferimento a film come Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986), Heat (1995) e Collateral (2004), ci si può rendere conto dello spessore autoriale di un regista che in primo luogo è riconoscibile per uno stile visuale personale e moderno.
Ora, finalmente, arriva nelle sale italiane (con un ritardo mostruoso rispetto a ciò che è avvento nel resto del mondo) il suo ultimo lungometraggio: Nemico Pubblico.

Si tratta di un’opera ancora una volta caratterizzata da un’impronta stilistica riconducibile a un universo espressivo di rara intensità e di stampo autoriale. Ciò che colpisce anche in questo film è la contemporanea presenza in ogni sequenza di solidità compositiva e fluidità del racconto, anche in senso visivo. Mann scrive il film attraverso la macchina da presa, o meglio attraverso il suo modo di immaginare/guardare la vicenda che intende raccontare. Così, i virtuosismi si mescolano armoniosamente a inquadrature dal sapore più classico, mentre la fotografia di Dante Spinotti risulta allo stesso tempo calda e ben definita e diviene collante linguistico dell’intera operazione. L’impressione che fornisce Mann allo spettatore è quella di una grandissima precisione formale, contraddistinta da un uso funzionale della profondità di campo e da un perfetto equilibrio delle immagini. In tal senso, gli interpreti (a cominciare da Johnny Depp) sono utilizzati come elementi di un discorso espressivo in cui forma e contenuto sembrano coincidere miracolosamente. A ciò si aggiunge una sorta di alto senso della realtà degli avvenimenti (da non confondere con un’assente tendenza neorealistica) che molto probabilmente scaturisce dal pignolo e attento lavoro di Michael Mann nei riguardi di una ricostruzione visiva dei fatti che però è sempre filtrata attraverso una sua inconfondibile visione estetica. Nemico Pubblico rappresenta, di fatto, il terzo grande film della fase più recente della carriera di Michael Mann, dopo il capolavoro Collateral e la versione cinematografica Miami Vice ispirata alla omonima serie televisiva di cui fu produttore esecutivo tra il 1984 e il 1990.

Maurizio G. De Bonis

John Dillinger fu un bandito gentiluomo. Durante la Grande Depressione americana degli anni Trenta, derubava le banche e distruggeva i documenti che certificavano i debiti della gente. Fu popolare come un eroe, elegante come un dandy e feroce come un gangster; furbissimo e imprendibile, provò perfino a cancellare con l’acido le sue stesse impronte digitali per sfuggire alla caccia della nascente FBI, che non poche volte espose alla gogna mediatica. Dillinger e gli uomini della sua banda appartengono al mito del crimine americano, pionieri e fondatori di un immaginario banditesco da cui il cinema ha sempre attinto a piene mani. Ultimo, ma solo in ordine di tempo, a battere la consumata strada del gangster movie è l’americano Michael Mann, che nel suo più recente film, Nemico Pubblico, racconta una parte dell’avventurosa vita di John Dillinger. Il rischio poteva essere quello di scivolare su manierati affreschi d’epoca che ricalcavano o citavano gli illustri precedenti, ma non per uno come Mann, genio ideatore di Miami Vice e regista di film come Heat – La sfida e Collateral. Confermando, ancora una volta, la sua vocazione d’autore originale e indipendente, Mann utilizza il genere a suo uso e consumo e costruisce il film sull’ormai abituale equilibro fra azione e indagine psicologica. Dillinger si oppone al suo “cacciatore” Melvin Purvis non tanto come il ribelle alla legge, quanto come un’indole appassionata si scontra con un’intelligenza fredda e indecifrabile. I personaggi sono figure melodrammatiche che evocano a sé conflitti privati come specchio di quelli pubblici: Mann celebra in Dillinger la mitologia popolare del gangster, eroe romantico dal cuore tenero, che combatte a suon di mitra le oscurità del potere. Girata tutta in digitale, la pellicola ha il fascino crepuscolare dell’umanità desolante descritta da Edward Potter e procede per snodi narrativi essenziali e significativi, senza mai indugiare su futili particolari. Tra campi stretti e macchina a mano, il regista di Chicago esalta la personalità del protagonista, cui un sempre bravissimo Johnny Depp dà lo struggente volto del rimpianto.

Amanda Romano