Nanni Moretti. Rigore e ragione – Convegno Premio Fiesole 2008

Il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, in collaborazione con la Città di Fiesole, la Cineteca Regionale Toscana e il gruppo Toscano dello stesso Sindacato, organizza a Firenze, venerdì 11 luglio 2008, presso la “New York University in Florence” (Villa La Pietra – Via Bolognese, 120), un Incontro dal titolo Nanni Moretti. Rigore e ragione.
Il programma dei lavori convegnistici, coordinati da Bruno Torri, prevede le comunicazioni di Claudio Carabba, Jean Gili, Luca Mazzei, Gabriele Rizza, Giovanni Maria Rossi, Stefano Socci, Piero Spila e Aldo Tassone. Seguirà una discussione alla quale parteciperà lo stesso Moretti. Nel corso della manifestazione verrà presentato il volume, pubblicato per l’occasione dal SNCCI, L’intransigenza della ragione. Il cinema di Nanni Moretti curato da G. Rizza e G. M. Rossi.

Nanni Moretti. Rigore e ragione di Fabio Castelli

Il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, in collaborazione con la Città di Fiesole, la Mediateca Regionale Toscana e il Gruppo Toscano dello stesso Sindacato, ha organizzato a Firenze, lo scorso 11 luglio, presso la New York University in Florence, un Incontro dal titolo Nanni Moretti. Rigore e ragione, al quale ha partecipato anche lo stesso regista. I lavori convegnistici sono stati introdotti da Bruno Torri che, esplicitando il titolo, ha detto che il cinema di Moretti si è sempre svolto sotto il duplice segno del rigore, inteso come fattore espressivo e insieme etico, e della ragione, intesa come guida del fare artistico, ovvero, come strumento prioritario per armonizzare, per dare unità formale alle altre componenti della creatività morettina: l’ironia (e l’autoironia), la sensibilità per le più intime problematiche dell’individuo, l’impegno sociale. Torri ha poi inquadrato la figura di Moretti nel panorama del cinema italiano, individuandolo come “un fratello minore dei registi che negli anni Sessanta dettero un contributo assai rilevante all’affermazione del ‘nuovo cinema’ e alle pratiche del ‘film d’autore’, registi-autori che, come appunto farà Moretti durante tutto il periodo della sua personalissima attività creativa, hanno voluto e saputo esibire nelle loro opere, assieme e oltre la loro professionalità, una propria poetica, un proprio stile, una propria visione del mondo”. All’introduzione di Torri hanno fatto seguito sette brevi relazioni, tenute nell’ordine da Stefano Socci, Giovanni Maria Rossi, Claudio Carabba, Piero Spila, Aldo Tassone, Gabriele Rizza, Luca Mazzei, i quali, da diverse posizioni critiche, hanno esaminato il cinema morettino, ora affrontandolo sinteticamente nel suo insieme, ora soffermandosi su alcuni aspetti particolari, ora prendendo spunto da singoli film. Ognuna delle relazioni è stata, per così dire, chiosata da Moretti, il quale ha fornito chiarimenti, fatto precisazioni, apportato integrazioni relativamente a quanto affermato nelle relazioni stesse, offrendo in tal modo altri elementi di discussione e di interpretazione del suo cinema. A questa prima parte dell’Incontro, consistita sostanzialmente in un dialogo tra un gruppo di critici cinematografici e Moretti, ha fatto seguito la seconda parte che ha visto protagonista, assieme allo stesso regista, il numeroso pubblico, composto in larga maggioranza da studenti della suddetta Università. Rispondendo alle molte domande che gli sono state rivolte, Moretti ha potuto ulteriormente chiarire la propria idea di cinema, il proprio metodo di lavoro, il proprio atteggiamento nei confronti dello spettatore, la propria responsabilità, non solo di cineasta, ma anche di cittadino, evidenziando anche i cambiamenti apportati al suo cinema nel corso della sua ormai più che trentennale attività registica. Tra le molte cose dette da Moretti, e che meriterebbero di essere ricordate, ne citiamo solo alcune: “il mio lavoro di spettatore ha influenzato il mio lavoro di regista”; “all’inizio della mia attività ero più attento al come di un film, ora mi lascio prendere maggiormente dal ‘piacere del testo’ e mi lascio andare maggiormente alle emozioni”; “nei miei primi film mettevo in scena la mia insofferenza, la mia intolleranza, recitavo un personaggio, ora sono più distaccato”; “non credo che i miei film si possono spiegare in modo univoco”; “non ho mai voluto fare un cinema ripiegato su se stesso, né, d’altra parte, scegliere un tema importante solo per dare maggior peso a un mio film”; “quello della preparazione e della scrittura è per me un momento piacevole, quello delle riprese è un momento angoscioso”; “con i miei film non voglio convincere”; “i miei dieci film sono dieci capitoli di un unico romanzo”; “il mio è un cinema ancora in formazione”… L’Incontro, che si è prolungato per oltre quattro ore, è stato concluso da un lungo, caloroso applauso a Moretti Durante lo stesso Incontro è stato anche presentato il libro L’intransigenza della ragione. Il cinema di Nanni Moretti, curato da G. Rizza, G. M. Rossi, A. Tassone, e pubblicato per l’occasione dal SNCCI. Il sommario del volume (editore AIDA, pagg. 176, € 14) comprende: l’Introduzione di Bruno Torri; undici saggi originali scritti da P. Spila (Padri e figli), Mariella Cruciani (Dal Super8 al SuperIo), S. Socci (Moretti: la commedia umana), G. Rizza (Caro Michele, carissimo Nanni), C. Carabba (La costanza del dolore), Augusto Sainati (Diario su diario), Franco Vigni (“Ma quanti anni sono che parlo da solo?” i mezzi di (non) comunicazione), Edoardo Semmola (Voglia di vincere), Chiara Tognolotti (Caro diario: l’ombra dei maestri), Massimo Tria (I film sono importanti! ovvero Nanni Moretti e il cinema degli altri), Ernesto de Pascale (Talent scout delle visioni acustiche); le Testimonianze di Mario Garriba (Ricordi di foto: 1978-1964), Aldo Tassone (Inevitabilmente comico), Jean A. Gili (Nanni Moretti e la critica francese), un Autoritratto (antologia di interviste a cura di A. Tassone), un Glossario morettiano (ancora a cura di A. Tassone); una Filmografia comprendente, per ognuno dei film di Moretti, il cast, il credit, la trama, i premi ricevuti e altrettante recensioni, anch’esse originali, firmate da G. M. Rossi, G. Rizza, M. Tria, S. Socci, E. Semmola, C. Tognolotti, M Cruciani, Marco Vanelli, Cristina Randelli; una Bibliografia a cura di C. Tognolotti.

Pubblichiamo l’introduzione di Bruno Torri al libro su Nanni Moretti, pubblicato in occasione del Premio Fiesole 2008.

Ho sempre considerato Nanni Moretti un fratello minore (d’età) dei registi italiani che negli anni Sessanta diedero un contributo assai rilevante all’affermazione di quel fenomeno di dimensione internazionale conosciuto con la dizione (nozione) di “nuovo cinema”. Registi come, per fermarsi ai nomi più prestigiosi, Ermanno Olmi, Pier Paolo Pasolini, Marco Ferreri, Paolo e Vittorio Taviani, Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, i quali, pur facendo film diversissimi tra di loro, e non poteva essere altrimenti, appartenevano ad una stessa tendenza, appunto quella del “nuovo cinema”. Tendenza che aveva segnato una svolta decisiva nel campo della creazione filmica per il modo di pensare, di fare e persino di vivere il cinema, ovvero, per il modo di praticare il “cinema d’autore”, termine che, rispetto a quello di “nuovo cinema”, poteva funzionare (quasi) come un sinonimo e, ancor meglio, come traduzione operativa di una posizione teorica.
Il “nuovo cinema” ipotizzava la ricerca e la perimentazione “linguistica”, l’azzardo stilistico, l’apertura verso inesplorate aree tematiche, nuovi modi di produzione, e non raramente implicava anche l’impegno politico-ideologico; il “cinema d’autore” comportava che un regista, assieme e oltre la propria professionalità, sapesse esibire nei film che dirigeva una propria poetica, un proprio linguaggio, una propria visione del mondo: il che evidenzia subito come le categorie dell’innovazione e dell’autorialità, non solo venivano declinate assieme, ma tendevano a con-fondersi. Ebbene, già nel primo lungometraggio di Nanni Moretti, un film, per così dire, ancora cineamatoriale quanto a dimensione produttiva, tutti questi presupposti e tutte queste modalità compositive che caratterizzano e il nuovo cinema e il cinema d’autore sono ben presenti, così come, conseguentemente, appare ben delineata la spiccata originalità ispirativa e comunicativa dello stesso regista. Rispetto ai suoi colleghi qui indicati, più anziani di lui di dieci-vent’anni, Moretti, che tra i molti pregi ha avuto anche quello della precocità, esordisce dieci-quindici anni dopo, appunto nel 1976 con Io sono un autarchico, rendendosi subito riconoscibile, almeno agli sguardi critici più attenti, come uno di quella famiglia. Poi tutta la sua filmografia confermerà questa appartenenza.
Per la verità gli inizi morettiani potevano dar luogo a fraintendimenti, a equivoci, nel senso che si poteva anche non cogliere subito l’essenza, la vera ragione espressiva, del suo cinema. I suoi primi tre film – dopo la citata opera prima, Ecce bombo e Sogni d’oro – potevano anche far pensare, per certi spunti umoristici e certa satira di costume, a una qualche parentela con la cosiddetta commedia all’italiana; così come, assieme a questi stessi elementi, i risvolti autobiografici (che comunque avevano anche una portata generazionale) e, in particolare, il suo doppio ruolo di regista e attore protagonista potevano suggerire una vicinanza dello stesso Moretti al gruppo dei “nuovi comici” (Troisi, Benigni, Verdone, Benvenuti e altri) che, provenienti dal cabaret e dalla televisione, stavano passando, più o meno in quegli stessi anni, alla regia cinematografica. Invece, al di là delle poche e poco significative analogie esteriori, il percorso di Moretti andava in tutt’altra direzione, nasceva e si sviluppava interamente all’interno del cinema, senza contaminazioni e senza recare tracce di epigonismo.
Tutto questo risulterà estremamente chiaro a partire dal suo quarto lungometraggio, Bianca, che, a mio avviso, è anche il primo dei suoi capolavori. In quest’opera, seppure non mancano aspetti riscontrabili pure nei film precedenti, a cominciare dall’ulteriore riproposta del personaggio di Michele Apicella, si avverte una maggiore sicurezza nell’impiegare contemporaneamente temi e registri diversi, una maggiore compattezza e solidità della struttura narrativa, una più raffinata sensibilità nel sondare la psicologia umana, lasciandone trapelare profondità e misteri, dolori e contraddizioni, insomma si avverte una raggiunta maturità artistica. Con Bianca, opera persuasiva e commovente che sa raffigurare la nevrosi e l’infelicità come mali dell’individuo e, insieme, come riflessi interiorizzati di una società anch’essa malata e sofferente, Moretti sembra chiudere un primo ciclo, scandito proprio dalle varianti con cui viene contestualizzato e rappresentato lo stesso protagonista, per entrare contemporaneamente, ma ancora una volta senza staccarsi del tutto da una linea di continuità, in una nuova fase creativa, tra i cui tratti distintivi vi è la marcata differenza riscontrabile tra film e film, specialmente sul piano contenutistico.
Ed ecco, alternati a poche ma buone parentesi documentaristiche, altri ottimi esiti come La messa è finita, Palombella rossa, il dittico Caro Diario e Aprile, La stanza del figlio, Il caimano, titoli che completano una filmografia, quantitativamente non abbondante (dieci lungometraggi in oltre trent’anni), ma qualitativamente importantissima. E non solo perché ricca di valori cinematografici, ma anche perché è servita ad allargare il nostro orizzonte conoscitivo, a farci capire meglio il nostro tempo e la nostra storia attuale, a trasmetterci inquietudini, insofferenze, voglia di cambiamenti. Detto altrimenti: il cinema di Moretti, oltre che per le cose che dice e per come le dice, è ammirevole e convincente anche per la tensione morale che lo sostanzia: la sua capacità di indignarsi, che finisce per provocare positivamente lo spettatore e per accrescerne il coinvolgimento emotivo e intellettuale, è una virtù che proviene dall’uomo e che si trasferisce felicemente nell’artista. Moretti, sempre accompagnato dal demone del perfezionismo, non ha voluto fare molti film; ha girato soltanto quelli che riteneva compiutamente elaborati e che sentiva come necessari (non solo per se stesso). Sono stati comunque più che sufficienti a fare di lui il regista italiano, tra quelli esordienti negli ultimi quaranta anni, più apprezzato nel mondo.
Questo volume propone, da diversi angolazioni critiche, analisi, interpretazioni, valutazioni dei film e del cinema di Moretti, quindi della sua attività di regista. Ma Moretti ha operato anche in altri ambiti cinematografici: come produttore (consentendo gli esordi di alcuni giovani registi da lui considerati meritevoli); come distributore (favorendo la diffusione di molti film, italiani e stranieri, artisticamente validi); come gestore di una sala d’essai (il “Nuovo Sacher”, un vero e proprio centro culturale dove tra l’altro vengono organizzati dei festival di cortometraggi con l’intento di scoprire nuovi talenti) – e oggi è anche il direttore del Torino Film Fest. Queste altre attività cinematografiche appaiono più che probanti circa la sua attitudine a coniugare estetica ed etica, atti creativi e azioni promozionali, per affermare concretamente le valenze culturali del cinema e per continuare attivamente a crederlo, oltre che una forma d’arte, un potenziale fattore di emancipazione sociale. Dopo i suoi film, queste altre attività cinematografiche costituiscono una motivazione aggiuntiva per annoverare Nanni Moretti tra i “maestri del cinema”.

Bruno Torri
Presidente SNCCI