Leviathan un film di

Il peggiore dei mondi possibili si affaccia sul mare di Barents, in quel nord della Russia dove le distanze si esprimono in centinaia di chilometri. In questa landa sperduta, battuta dal vento e sferzata da onde gelide, vive la sua parabola Kolia, l’uomo comune finito tra le spire del mostro biblico, il leviatano, presente nel libro di Giobbe, ma che è anche l’immagine del potere dispotico dello Stato. Vadim, il sindaco della sua cittadina, l’autorità di grado più basso ma più vicina all’uomo comune, ha deciso di portargli via casa, officina e terreno per una speculazione edilizia. L’uomo si dibatte, ma le spire del mostro lo avvolgono sempre più stretto. Perderà tutti i suoi beni, la moglie, il figlio, l’amico e la libertà. La potenza della sceneggiatura, premiata a Cannes, è perfettamente strutturata attorno all’incatenarsi dei fatti che conducono Kolia a una rovina orchestrata non solo dal sindaco mafioso, nel cui ufficio troneggia la grande foto a colori di Putin, ma da giudici, politici, poliziotti e, tra le quinte, dall’alto clero della Chiesa ortodossa.

Andrey Zvyagintsev è oggi forse il maggiore regista russo. Nel 2003 la sua opera del’esordio, Il ritorno, vinse il Leone d’oro. I suoi film successivi, Izgnanie e Elena, ebbero riconoscimenti a Cannes, Leviathan è il suo film migliore, più complesso e intransigente. Non stupisce che l’opera, benché coprodotta con fondi pubblici, sia uscita in patria mutilata e solo dopo il premio per la sceneggiatura a Cannes, l’assegnazione del Golden Globe e la candidatura all’Oscar. La Russia di Putin, la “democratura” come è stato definito un sistema democratico solo in superficie, è rappresentata con le tinte fosche del totalitarismo. E non solo per la tragedia individuale di Kolia, ma perché è raffigurata come un Paese di uomini infelici, aggressivi, corrotti, alienati sul lavoro, abbrutiti dall’alcol. Il leviatano del titolo non è solo il mostro biblico che esprime l’aspetto più temibile della potenza divina, ma, come indicato da Thomas Hobbes nel suo omonimo trattato, il potere assoluto del monarca cui i sudditi-cittadini hanno trasferito, in un patto scellerato, parte dei loro diritti per evitare la guerra di tutti contro tutti.

Il film di Zvyagintsev contiene qualcosa che solitamente non si ritrova nel cinema metafisico russo: un messaggio politico diretto. In una gara di tiro a segno, combattuta con l’handicap delle bevute di bicchieri colmi di vodka, vengono proposti come obbiettivi i ritratti dei capi dell’Urss, Gorbaciov compreso. Non figurano i nuovi leader di Mosca, perché “ancora in attesa di una prospettiva storica”. Ma il film ci racconta come ogni speranza si debba rivelare infondata: la Russia è precipitata dalla tirannia ideologica al capitalismo tenebroso e selvaggio. Leviathan non si limita ad emettere un verdetto spietato conto il regime, ma compie un attenta disamina delle interrelazioni tra tutti gangli della società: magistratura, polizia, burocrazia, sistema penitenziario, potere ecclesiastico. La Chiesa ortodossa, presunta massima autorità morale del Paese, sopravvissuta al comunismo, è ritratta potente come in epoca zarista. Il metropolita, al quale per due volte si rivolge il sindaco corrotto in cerca di aiuto, consiglia, indirizza, manipola. Ai fedeli raccolti in chiesa predica il Vangelo, ai potenti ricorda che l’autorità viene da Dio e che quindi possono disporne anche senza renderne conto agli uomini, con il solo limite di non pretendere che la Chiesa, al loro posto, compia il lavoro sporco.

La parabola di Kolia, lo suggerisce il titolo del film prima che lo ricordi un pope, è figlia di quella biblica di Giobbe, ma in una prospettiva tutta laica, anzi atea. Come il protagonista del libro dell’Antico testamento, così anche Kolia, l’uomo giusto, viene colpito da tremende disgrazie. Sostiene di essere innocente e rifiuta di considerare le sue sofferenze come una punizione. Ma il raffronto col personaggio biblico finisce qui: Kolia non vede nulla al di là del suo orizzonte terrestre e temporale. Non crede in Dio e, figuriamoci, nella Chiesa. L’incontro con prete all’uscita della drogheria è esemplare. Il sacerdote gli parla dell’esperienza di Giobbe che si interroga incessantemente “se Dio è giusto perché l’innocente soffre?” fino a quando riconosce il suo errore: aver preteso spiegazioni da Dio senza conoscere quel che Dio veramente è. Ma Kolia non segue questa parabola di redenzione: non crede in un Creatore che possa rendergli giustizia, riabilitarlo e salvarlo. Sa di non poter trovare una risposta al male e al dolore. E’ stritolato da forze alle quali non può contrapporre, dopo qualche soprassalto, che uno sterile rifiuto. Kolia resta isolato in lande remote nelle quale spuntano solo muschi e licheni, di fronte a un mare ostile, livido e grigio. Sull’arenile sassoso giacciono gli scheletri di vecchie imbarcazioni assieme allo scheletro di una balena, “leviathan” nella lingua ebraica moderna. I tempi dell’azione sono dilatati per mettere in luce la solitudine dei personaggi. Di più: l’inizio e la fine del film indulgono su paesaggi sperduti con il solo accompagnamento della musica di Philip Glass.

Trama

Kolia vive in una sperduta cittadina nell’estremo nord della Russia con la moglie e un figlio adolescente. Possiede la vecchia casa paterna, l’annessa officina e un po’ di terreno. Il sindaco Vadim vuole sottrargli la proprietà in cambio di un pugno di rubli per una speculazione edilizia. Kolia si difende ma il giudice lo condanna. Viene in suo soccorso un avvocato di Mosca, suo vecchio commilitone, con un dossier esplosivo sul sindaco mafioso. Ma l’avvocato gli seduce la moglie prima di venire minacciato di morte dal sindaco. La moglie si uccide e Kolia viene condannato per uxoricidio. Un bulldozer gli spianerà la casa.