Sulla critica. Un contributo "fuori campo"

Sulla critica. Un contributo “fuori campo”

Claver Salizzato, inserendosi nel dibattito sul senso del fare critica, offre un contributo da lui stesso definito “fuori campo”. Con consiglio di lettura finale…

Devo confessare che, nell’affacciarmi all’intrigante (e degno di nota) dibattito introdotto da Piero Spila sul senso del “fare critica” in epoca odierna, mi sento un po’ in imbarazzo per via di un “conflitto di interessi” che rappresenta, ormai da decenni, anche il mio modo di vedere le cose del Cinema. Avendo frequentato da e per lungo tempo, senza mai smettere in realtà, il mondo della critica cinematografica da una parte, e poi (un “poi” cronologico, ma anche contemporaneo) quello opposto della cinematografia vera e propria, ho sempre il timore che questa mia “dissociazione” mi impedisca di capire con sufficiente lucidità la “ragion pura” e “pratica” (uso deliberatamente termini filosofici) dell’uno e dell’altro. Quindi provo a mettere un minimo di ordine.
Chi “fa il Cinema” sono certo che vorrebbe dalla (e cerca nella) Critica, un approccio, e quindi un’etica professionale, senza “condizioni” e soprattutto “condizionamenti”, in ognuna delle proprie manifestazioni di giudizio, dalla semplice recensione giornalistica, alle stellette e palline di gradimento, alla designazione a premi prestigiosi o non. Senza “condizioni”, cioè in un ambiente disinquinato sia dal “Gusto” (e qui sono d’accordo con l’impostazione di Spila), sia dalla sua dolce assenza; un ambiente il più possibile privo, appunto, di “condizionamenti”, in cui tutto ciò che c’è da cercare risiede unicamente nel concetto del Cinema Ars Gratia Artis, così bene compendiato e sintetizzato nella formula che incorona il leone della Metro Goldwyn Mayer hollywoodiana. E tutto ciò, questa “innocenza” della visione critica, non si avvera praticamente mai, perché anche i “preti”, essendo umani, sono preda delle tentazioni a peccare.

D’altro canto, chi “fa la Critica” del Cinema, è sempre, quando non sia intellettualmente disonesto di suo (ma tale lato della faccenda, sia pur presente e sotto gli occhi di tutti, in ogni categoria di professionisti, nemmeno merita di essere considerato), una sorta di Indiana Jones alla spasmodica ricerca di un’Arca perduta, o di un’ultima Crociata, sulla base di mappe e incunaboli che ritiene di saper decifrare solo lui, e le cui chiavi di lettura sente gli appartengano in esclusiva mondiale.
Così ci ritroviamo con una mano destra incapace di condividere ciò che fa la sinistra, anzi peggio, con un rapporto di “vittima/carnefice”, in continuo ribaltamento di fronte, che nemmeno una vita di terapie freudiane sarebbe in grado, non già di risolvere, ma nemmeno di dipanare. E siccome poi siamo tutti dei “peccatori”, alla fine un accordo al ribasso si riesce sempre a trovare e patteggiare (è la condizione che sta vivendo, e l’era geologica che sta attraversando, a mio modestissimo parere, il cinema nostrum da decenni a questa parte).
In tale “paesaggio dopo la battaglia” trovo sia molto difficile distinguere il “caduto” dal “sopravvissuto” (e anche quando fosse, chi può dire quale sia lo status migliore?), il “morto” dal “vivo”, il “nemico” dall’”amico”, ma soprattutto e prima di tutto, il “vincitore” dal “vinto”. In un delirio di disidentificazione e di scarsa conoscenza analitica del sé, che riduce tutto e tutti a non poter essere più né carne, né pesce, né “criticandi”, né “critici”, tale da perdere l’idea stessa di cosa sia davvero il Cinema. Bazin ha cercato di spiegarcelo, una vita fa, ma siamo davvero sicuri di aver capito ciò che abbiamo letto, e siamo davvero sicuri d’averlo letto davvero? Perché io non trovo tracce di quelle letture, di quei “fondamentali” li chiama giustamente Piero Spila, nella “Classe Critica” odierna; e, approposito di “fondamentali”, mi piacerebbe tanto sapere quanti, fra i nostri colleghi critici cinematografici, anche di alto lignaggio, conoscono davvero i segreti della tecnica cinematografica, quanti, ad esempio, sanno che cos’è uno “scavalcamento di campo” o a che cosa corrispondano, linguisticamente, un 38mm rispetto ad un 300; tanto per dire; oppure, quanto alla scrittura di una storia, che cosa sia il “viaggio dell’eroe” ed in quali forme si debba strutturare in forma scenica.

Ai tanti errori (e orrori) della critica del passato, di impostazione ideale ed ideologica (penso alla sottovalutazione quasi unanime del primo Rossellini, costretto ad essere “scoperto” dai cugini d’Oltralpe; alle stroncature del cinema leoniano da parte di eminenti firme ed intellettuali oltre che storici; alla sopravvalutazione di fenomeni “da baraccone” destinati a sopravvivere come stelle cadenti la notte di San Lorenzo e così via), hegeliana, poi lukasiana, poi marcusiana, poi lacaniana e poi e poi…, oggi si risponde con la tremebonda, quasi paralizzante, paura di compierne, per cui tutto può essere relativizzato e, quindi, accettato, a volte addirittura portato all’altare.
Negli anni ho imparato che il Cinema “giusto”, non “buono” o “cattivo”, ma “giusto”, dipende solo da due coefficienti: Tempo e Soldi. Averceli o no, fa la differenza tra un film “giusto” e uno “sbagliato”. Non saprei dire della Critica “giusta”, ma il mio retro pensiero, che abbia valore o no, mi suggerisce che una pratica “giusta” della Critica dipenda anch’essa dalla categoria, ma stavolta, di nuovo, filosofica, del Tempo e da quella, ma stavolta “analogica” dei Soldi in quanto contrassegno di un Valore e di saperlo graduare: senza la cognizione del Tempo e del Valore, credo sia impossibile operare qualsivoglia Critica.

In chiusura mi sento responsabile di segnalare, a chi volesse approfondire l’argomento ed esercitarsi in questa palestra, di tornare al passato (sempre questione di Tempo) e rileggere, o leggere se mai l’ha fatto, qualcuno degli interventi contenuti nel volume Marsilio, intitolato appunto Per una nuova critica. I convegni pesaresi 1965-1967, del giugno 1989. Troverà certamente pane e companatico per i propri denti.