La critica come autonomia del pensiero

La critica come autonomia del pensiero

Continuano i contributi al dibattito attorno al ruolo dei critici e della critica sollevato dall’intervento di Piero Spila della settimana scorsa. La parola la prende Paola Casella.

Che cos’è la critica cinematografica nel 2018? È emblematico che mi senta chiamata ad affrontare questo quesito in risposta all’amichevole (e rispettoso) scontro avvenuto su queste pagine a partire dall’editoriale di Piero Spila intitolato Contro la critica e i critici del gusto, cui ha risposto Giulio Sangiorgio con il suo articolo intitolato Sulla critica del gusto. Perché invece di pormi questa domanda sic et simpliciter mi ritrovo nel mezzo di una dinamica oppositiva che mi sento chiamata a ricomporre, forse anche per motivi anagrafici, essendo di età intermedia rispetto a Piero e a Giulio.
Mi pare che entrambi sostengano la stessa tesi di fondo: che una critica è un ragionamento opportunamente argomentato, e non una semplice tirata narcisistica. Da un lato però Piero Spila contesta “la soggettività e l’indiscutibilità del giudizio” e “il gusto impressionistico del ‘mi piace’ o ‘non mi piace’”, invocando la necessità di tornare a “i fondamentali” ovvero “la grammatica cinematografica, la drammaturgia della messinscena, l’interesse del tema, la qualità delle interpretazioni, lo stile di regia e in più, quando ci sono (e allora c’è la meraviglia), l’innovazione del linguaggio e la capacità di sorprendere”.
Dall’altro Giulio Sangiorgio sottolinea l’importanza di “competenza, autorevolezza dell’argomentazione, cura dedicata alla ricerca e fatica dell’interrogare l’opera” in contrapposizione a quelle “due o tre categorie basate sulla beltà della sceneggiatura, l’armonia delle parti, l’innovazione del linguaggio (come) sole coordinate con cui emettere un giudizio”.

A ben guardare non sono pensieri antitetici, perché i criteri del “mi piace”/”non mi piace”, che trovano la loro (inevitabilmente riduttiva) espressione in stellette, pallini e pollici alzati o abbassati, rappresentano certamente una soggettività di gusto, ma anche una responsabilità di valutazione, più efficacemente argomentata nella recensione che li segue o li precede. Forse, invece che del personalistico “mi piace”/”non mi piace”, sarebbe più corretto parlare del (relativamente) impersonale “vale la pena”/”non vale la pena”, che sottintende un “secondo me”, ma anche un “per lo spettatore”, che potrebbe avere parametri assai diversi del critico nell’apprezzamento di un film.
A mio parere è proprio lo spettatore il faro guida nello scrivere una recensione che non sia un solipsistico esercizio di stile, o una chiacchierata fra cognoscenti (il latinorum viene spontaneo, parlando di critica autocompiaciuta). Non nel senso che il gusto del pubblico vada lusingato, abbassandosi ad un minimo comun denominatore etico ed estetico, ma nel senso che al pubblico che vanno estese quelle chiavi di lettura che gli permettono di “leggere” un film e formarsi un’opinione autonomamente, di capire da solo se personalmente “vale la pena/non vale la pena”.

Quelle chiavi di lettura comportano tanto una conoscenza dei fondamentali illustrati da Spila quanto la fatica di interrogare l’opera citata da Sangiorgio, implicano competenza e autorevolezza nell’accettare la responsabilità di esprimere un giudizio di valore a partire dagli elementi suindicati, e non dal proprio ego o dal proprio desiderio di affermarsi come maître à penser. E vanno applicate ad ogni singola opera dell’ingegno, anche quando non risponde affatto ai nostri canoni, valutandola secondo i suoi intenti e le sue modalità espressive, e non su una scala assoluta dove Paul Thomas Anderson stazionerebbe invariabilmente ai piani alti, e gran parte dei cineasti molti gradini più sotto.
Il problema non è, IMHO (come si “acronimerebbe” oggi), generazionale, e non è neppure legato al proliferare di piattaforme open source dove ognuno può improvvisarsi critico senza averne la preparazione, gli strumenti o le capacità. I criteri base restano l’autonomia di pensiero accompagnata dalla serietà di impegno, l’umiltà nel mettersi a servizio dello spettatore e accantonare la propria autoreferenzialità, la competenza nel contestualizzare un film all’interno della sua epoca, della storia del cinema e della poetica di quell’autore, anche se quell’autore non rientra nelle nostre corde e non incontrerà mai il nostro gusto personale.