Krino quindi sono. Un intervento sul ruolo della critica

Krino quindi sono

Cos’è la critica? Il critico è poeta e artista o scienziato? Ci si deve attenere a delle regole, e se sì chi le ha redatte? Sono solo alcune delle domande che (si) pone Giuseppe Ghigi, intervenendo nel dibattito aperto un paio di mesi fa da Piero Spila.

Vediamo un po’: cos’è la critica? Dato che non sono un misologo, provo ad entrare nel dibattito aperto da Cinecriticaweb chiedendo spiegazioni più che darle (dato che non sono in grado di darle) e in modo disordinato.
Partiamo dall’inizio. Se leggiamo l’etimo, il termine “critica” deriva dal greco krino, ovvero l’Arte o la Scienza di giudicare i principi del Vero, del Buono e del Bello. Anche: separare, cernere, valutare. Arte o Scienza? C’è una bella differenza. Se è un’Arte (non intesa come semplice capacità) essa non avrebbe un immediato bisogno di fare riferimento a un paradigma e di restare coerente a dei postulati. Il critico dovrebbe solo attenersi alle pur blande regole dell’arte narratoria lasciando tuttavia campo libero alla sua creatività di “artista”. Più narra bene e più è convincente; più è maldestro nella scrittura e meno autorità ha. Il kritikós, in questo caso è un “poeta”.
Il “critico-poeta” può, se argomenta con buona scrittura, sostenere che Alvaro Vitali è il più talentuoso degli attori italiani, che Umberto Lenzi è un maestro del genere poliziettesco e che i film di Tarkovskij sono di una inutile noia mortale. Why not? Può anche scrivere che i film di Tarkovskij sono un capolavoro, ma senza dover dare argomentate (ovvero riferite a postulati e paradigmi epistemici) ragioni poiché non è una formula scientifica la sua recensione, ma un saggio di scrittura. Siamo nella doxa ed entriamo nel regno del gusto.
Se invece l’atto critico è una Scienza, ovvero qualcosa che ha a che fare con l’episteme, dovrà attenersi a un paradigma di riferimento (come si sa, la Scienza si muove attorno a paradigmi), avere coerente rigore, perché il suo fine è sfornare la “legge” interpretativa del film di cui tratta che ne riveli l’essenza. Bisogna essere, in questo caso, efficaci nel trovare “la verità” dell’oggetto indagato. Il critico è un “critico-scienziato” che si pone al di sopra e al di là del proprio gusto (la sua doxa) e del gusto altrui per trovare ciò che non diviene, ma è.

Il problema in seconda battuta è se l’oggetto dell’atto critico, il film, abbia o meno una “verità”, una ontologia che una volta indagata e rivelata porti a una inoppugnabile certezza che vale per tutti al di là del gusto. Mi spiego: se metto una certa quantità di sale in una pentola, ci sarà che a chi piace sapido dirà che è poca, a chi insipido che è molta, ma nessuno potrà negare che nella pentola vi sia una determinata quantità di sale. Al “critico-scienziato” spetta il compito di spiegare e trovare la quantità di sale in un film (non se gli piace sapido o insipido).
Se invece l’oggetto dell’atto critico è strutturalmente ambiguo, così privo di un’ossatura oggettiva da renderlo un oggetto non oggettivabile, difficile sarà che vi possa essere una scrittura epistemica. Si resterà nella doxa.
Quando i “critici-scienziati” scrivono che un film non segue correttamente la “grammatica del cinema” (sceneggiatura, inquadratura, raccordi, ecc.) presuppongono che esista “una” grammatica del cinema. Ma è così? Se per la lingua scritta questo è vero (già parzialmente meno in letteratura, altrimenti dovremmo buttar via Joyce e compagnia), per il cinema esiste davvero “una” grammatica o le codificazioni grammaticali del cinema possono essere date solo a livello di grandi unità discorsive, all’interno di un tempo del film e del periodo in cui esso è girato? Se è così, dovremmo chiarire di quale tipo di sgrammaticatura si tratti e in base a quale grammatica (ammesso poi che una certa parte dei critici ne siano a conoscenza) e non tanto, come qualcuno ha preteso in queste pagine di Cinecriticaweb, degli strumenti tecnici del fare pratico del cinema (non m’importa personalmente nulla o poco del pennello usato da Leonardo per dipingere la Gioconda, ne riconosco il capolavoro e cerco casomai di capire perché è un capolavoro e per fare questo non ho, in linea di massima, bisogno di sapere il tipo di pennello usato).

Dunque, se il film possiede una “verità” (la quantità oggettiva di sale) la critica è una Scienza, se non la possiede è oggetto dell’Arte. Non saprei scegliere. A leggere e a far critica della critica si scopre che in molti casi le armi della critica usano l’Arte del linguaggio (la “poesia”) convinte però di produrre Scienza (la “legge”) in una vaga citazione di postulati generici e finendo poi a ridurre il tutto alle famigerate “stelline”, sorta di algoritmo imperfetto di questa ambiguità. È una critica che oscilla tra techne-doxa e presunzione di scienza-episteme.
Mi sembra di individuare un’altra tipologia di kritikós: il “critico-cercatore di funghi”, quello specializzato a vedere in anticipo il film di tendenza, la novità, la rivoluzione linguistica e tematica (dotati di quel “retino per farfalle” che citava sempre Gillo Pontecorvo quando era direttore della Mostra di Venezia). Esso ha in testa, o presume di avere, la cosmografia cinematografica (l’intero “bosco-cinema”), pensa di sapere cosa potrebbe o è discordante e non ama di solito il genere, la produzione media, la buona fattura consolidata dal gusto medio. È un pioniere che eleva il proprio gusto (o visione del mondo) a paradigma universale e pensa di illuminare il futuro (è un po’ “critico-faro”, e un po’ “critico-on the road”). In molti casi il “critico-cercatore di funghi” fa un buon raccolto, ma a volte infila un’amanita falloide che si rivela alla lunga letale.
La presunzione di essere un “critico-pastore” del gregge-pubblico porta spesso alla frustrazione per colpa del mercato, del cattivo gusto imperante, della distribuzione ottusa che non permette loro di far conoscere l’Arte buona, bella e significante. In epoca post-post-moderna pensano di essere barriera al relativismo del gusto, o del cattivo gusto, e a volte restano frustrati dal fatto che “l’estetica della sorpresa” che si accompagna alla scoperta del nuovo si frange di fronte alla difficoltà di stabilire gerarchie di valori dominanti. Ma sono utili, lo riconosciamo.

Per quel che penso io, la peggiore delle categorie è il “critico-giardiniere”, quello che si adegua, mette i fiori come crede piacciano al padrone, ovvero al mercato, al pubblico, ai distributori. In genere si limita a raccontare la storia, il plot, ben attento a non fare spoiler (che potrebbe turbare l’effetto sorpresa con danno al bilancio del botteghino), e si limita a qualche notazione generica sulle qualità della fotografia, della recitazione, dei dialoghi. Sono fondamentalmente inutili.
Che dire? Forse alle armi della critica, di questi tempi bisognerebbe ritornare alla vecchia critica delle armi perché, ricordiamolo, le immagini hanno potere e sono spesso immagini che il potere vuole (si dirà che questo ritorno alla critica delle armi è un desiderio vetero, ma proviamo a ragionarci). Che cosa sia la critica, tuttavia, non l’ho davvero ancora ben capito. Che qualcuno mi aiuti.