La mafia uccide solo d’estate un film di

Palermitano, classe ’72, con questo La Mafia uccide solo d’estate il poliedrico Piefrancesco Diliberto approda alla regia dopo una lunga gavetta televisiva ma anche anni spesi dietro le quinte a scrivere per la televisione diventandone poi uno dei volti più noti  grazie alle sue inchieste falsamente naïf a “Le Iene” e a “Il Testimone” nelle quali riesce sempre a mettere a nudo il marcio che dilaga ovunque usando uno stile giornalistico surreale e incalzando gli intervistati con domande brucianti che non lasciano scampo anche se sembrano poste da un novello candido alle prime armi.

Ma con il cinema Diliberto (soprannominato Pif dalla “iena” Marco Berry durante un viaggio di lavoro e da allora noto al pubblico del piccolo schermo con quel nomignolo) aveva già flirtato molto tempo prima di diventare un’icona cult di trasmissioni fatte e pensate per un pubblico giovane e intelligente, visto che nel lontano 1998 aveva partecipato alla produzione di Un tè con Mussolini di Franco Zeffirelli e due anni dopo fatto da aiuto regista a Marco Tullio Giordana ne I Cento passi. Esperienza questa ricca di significati sopratutto se vista nell’ottica del film d’esordio.

Che l’universo della Mafia e la sua onnipresenza nella vita di tutti i giorni fossero un tema destinato a diventare centrale negli anni futuri dell’attività di questa anomala figura di autore/presentatore televisivo lo hanno poi dimostrato non solo le molte inchieste fatte in Sicilia come finto abitante del Nord incredulo di fronte a certi paradossi della convivenza tra società civile e criminalità organizzata, ma anche una singolare esperienza di scrittore. Nel 2012, nel volume miscellaneo Dove Eravamo. Vent’anni dopo Capaci e Via D’Amelio che celebrava i vent’anni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, Diliberto ha infatti partecipato con il racconto Sarà stata una fuga di gas, che ha confermato la sua capacità di essere acuto e graffiante anche a livello narrativo grazie al semplice strumento dell’ironia.

Non deve quindi stupire che per il film d’esordio Diliberto abbia scelto di raccontare la “sua” Sicilia e il male endemico che da sempre l’affligge. Quello che forse in pochi si sarebbero però aspettati da lui (oltre al fatto che potesse convertirsi in regista di sicure speranze) è il modo scelto per affrontare un tema spinosissimo che rischia sempre la pomposità della retorica o, nei casi peggiori, lo sfruttamento del fenomeno criminoso a fini superficialmente spettacolari. Diliberto ha scelto infatti di confrontarsi con la penetrazione della mentalità mafiosa nella società civile e la sua accettazione passiva da parte di quest’ultima raccontandole attraverso la progressiva presa di coscienza di un bambino che viene seguito dalla nascita nel 1969 e accompagnato fino al momento in cui diventa a sua volta padre.

Il film è infatti la storia di Arturo. Concepito nel 1969 da una famiglia borghese (padre bancario, madre casalinga) proprio nel momento in cui un giovane Totò Riina decide di dare inizio alla sanguinosa guerra di Mafia che di lì a poco lo avrebbe portato a essere il capobastone indiscusso di tutta Cosa Nostra sull’isola e dintorni, Arturo nasce mentre a Palermo diventa sindaco Vito Ciancimino. Coincidenze queste troppo singolari per far sì che il bambino, una volta cresciuto, non fosse in qualche modo chiamato a osservare il fenomeno mafioso con un occhio di riguardo.

L’infanzia e l’adolescenza del bambino sono infatti caratterizzate da tre presenze ossessive che non lo abbandonano mai: l’amore per la compagna di classe Flora (destinato a durare per tutta la vita e a sfociare in un matrimonio felice dopo anni di impasse e figuracce), la passione quasi morbosa per Giulio Andreotti (che Arturo mitizza a partire da un intervista all’allora Primo Ministro che in TV racconta come avesse chiesto alla moglie di sposarlo durante una visita a un cimitero romano), e il susseguirsi di omicidi, ammazzamenti, stragi, bombe e attentati di stampo mafioso che lastricano la storia della Sicilia tra il 1969 e il 1992. Ovvero dalla strage di Via Lazio con la quale Riina dà inizio alla sua guerra agli altri boss fino agli attentati che costarono la vita ai giudici Falcone e Borsellino al culmine della guerra apertamente dichiarata dalla Mafia allo Stato.

Una lunga striscia di violenza che lascia sul campo personaggi del calibro di Boris Giuliano, Vito Chinnici, Pio LaTorre e Carlo Alberto Dalla Chiesa (ma la lista dei servitori dello Stato immolatisi sull’altare della legalità è molto più lunga e nel film li si vede tutti sfilare in un macabro rosario di morte e annientamento) i quali contribuiscono a far sì che Arturo maturi negli anni una propria educazione alla coscienza civile, ritrovandosi poi da adulto a essere consapevole delle dimensioni del fenomeno mafioso e pronto a preparare il proprio figlio ad affrontare la realtà con gli strumenti adeguati e una coscienza allertata quanto basta per non essere connivente.

Mentre Arturo attraversa gli anni della formazione e lo vediamo alternare le frustrazioni amorose con la bella Flora alle prime timide avventure nelle Tv locali palermitane (esilaranti le parti relative all’apprendistato presso la fantomatica “Bonjour TV” e poi in qualità di reporter di fiducia durante la campagna elettorale di Salvo Lima), sullo sfondo si assiste alla metamorfosi della società civile, ovvero quello zoccolo duro della cittadinanza da sempre consapevole dell’esistenza del fenomeno mafioso ma troppo abituata a considerarlo come parte del paesaggio antropologico che la circonda per avere anche solo il coraggio di ammetterne la presenza.

Come la famiglia di Arturo, tutto il resto dei palermitani (la gente comune che è poi il paese reale) vive il periodo compreso tra il 1969 e il 1992 come un lungo stage di scoperta di massa che converte la maggior parte delle persone da cittadini passivi e in parte conniventi proprio perché troppo impauriti trasformandoli a suon di stragi e morti brutali in coscienze critiche capaci di ribellarsi al fenomeno mafioso facendo sentire la propria voce e dimostrando di non poter accettare che i servitori dello Stato muoiano come mosche senza che il loro sacrificio rimanga quello di eroici martiri senza seguito alcuno.

E il titolo stesso del film – che poi è una frase pronunciata dal padre di Arturo quando il bambino è piccolo – allude proprio allo stadio in cui si trova la popolazione palermitana nei primi anni ’70, quando cioè tutti erano consapevoli della presenza della Mafia ma finivano col considerarne l’attività come un qualcosa di estraneo. Un fenomeno reale ma destinato a non sfiorare la gente per bene. E non è un caso lo stesso padre di Arturo a un certo punto dica al figlio che i mafiosi “non ti fanno nulla se non li consideri”. Ovvero l’atteggiamento invalso per anni e che il film attacca come una delle possibili concause della creazione di quell’humus sociale permeabile che ha poi permesso il proliferare della mentalità mafiosa in genere.

La scelta di Diliberto di parlare del fenomeno mafioso e del suo impatto sociale ricostruendone la Storia di uno dei periodi più cupi e feroci attraverso la presa di coscienza di un ragazzino è quanto mai coraggiosa e si sarebbe rivelata di certo avventata se affrontata in modo diverso. Ovvero se Diliberto avesse optato per un approccio irresponsabile nel quale i toni della commedia rischiassero di stemperare la tensione attribuendo al fenomeno della criminalità organizzata in Sicilia il ruolo di un comprimario buffo (vedi casi come il Johnny Stecchino di Benigni) da relegare sullo sfondo sfruttandolo solo in chiave macchiettistica per raccontare l’educazione alla vita che il giovane protagonista fa attraverso la pellicola.

Per fortuna la mafia viene presentata per quello che è. Con la sola variante che lo spettatore ne ripercorre venticinque anni di barbarie selvaggia non come se stesse attraversando le pagine di un documentario-inchiesta (comunque ben fatto), ma appunto come componente integrante e imprescindibile della presa di coscienza da parte del protagonista del film. Un personaggio cui la sceneggiatura affida il delicato compito di farsi interprete e portatore sano di quei valori in cui non si deve smettere di credere se si vuole continuare a pensare che il fenomeno mafioso sia passibile di essere sconfitto solo se si educano le coscienze fin dal momento in cui avviene il difficile passaggio dalle fasi ludiche dell’infanzia a quelle dell’impegno della maturità adulta.

La sola concessione che Diliberto fa in questa direzione è la rappresentazione dei boss, che vengono sbeffeggiati nella loro crassa ignoranza e nelle loro nature di uomini prossimi alla barbarie (e non solo per la ferocia con cui agiscono quanto per essere in pratica degli australopitechi piovuti per sbaglio nel nostro mondo). Anche se non si può dimenticare chi siano e cos’abbiano rappresentato per la Storia del paese personaggi del calibro di Riina e di Leoluca Bagarella, è impossibile rimanere indifferenti quando li si vede il primo incapace di capire come funzioni il telecomando di un impianto di condizionamento dell’aria e il secondo impegnato a ritagliare foto della cantante Ivana Spagna di cui è invaghito.

A questi ceffi presi in giro nelle loro debolezze che non li rendono affatto più umani fanno da contraltare i ritratti (splendidi) di alcuni dei servitori dello Stato coi quali Arturo ha la fortuna di incrociare i propri passi: da Boris Giuliano che un giorno in un bar lo introduce al culto di un certo tipo di pasta da mangiare a colazione col cappuccino al bar al Generale Dalla Chiesa che accetta bonario di farsi intervistare da un bambino delle elementari reduce dall’aver vinto un concorso giornalistico su “Il Giornale di Sicilia”, per finire col giudice Rocco Chinnici che abita vicino a casa di Arturo e assiste bonario alle pene d’amore del bambino finendo crivellato da cento chili di tritolo proprio davanti al palazzo dove abita la Flora di cui Arturo è fatalmente innamorato.

Quasi perfetto nel bilanciamento degli elementi che ne sorreggono la struttura (ovvero il mix equilibrato di commedia di formazione fatta però con adeguata ironia, cinema d’impegno civile e assenza radicale di enfasi retorica), proprio per questo La Mafia uccide solo d’estate non ha praticamente nessuno dei difetti tipici che di solito affliggono le opere d’esordio. Calibrato e misurato nel non voler dire più di quel che è giusto affermare solo per il desiderio tipico dei neofiti di infilare tutto nel prodotto d’esordio, il film di Diliberto mostra la corda soltanto nella sua parte centrale. Quando cioè da un fotogramma all’altro si passa da un bambino di quinta elementare a quello che dovrebbe essere un giovane adulto e che invece ha le fattezze di Diliberto stesso che, avendo invece quarant’anni, risulta poco credibile in quei panni e oltretutto mostra di non essere un attore vero ma solo un personaggio abituato alle telecamere per la lunga militanza in TV.

Se si eccettuano queste piccole pecche, La Mafia uccide solo d’estate è un prodotto di cui si dovrà parlare in futuro ancora a lungo e che probabilmente – pur trattandosi soltanto dell’opera di esordio di un outsider di lusso – diventerà un film di culto da proiettare nelle scuole insieme a titoli del peso de I cento passi o di Alla luce del sole. Perché come tutti i film in cui l’impegno è vero e non solo una maschera di comodo dietro la quale si celano furberie commerciali e atteggiamenti registicamente ruffiani per accattivarsi le simpatie di un certo tipo di pubblico engagé, anche questa sorprendente commedia di formazione ha la forza di denunciare col sorriso sulle labbra, riuscendo nell’impresa proibitiva di far uscire dalla sala (si veda la magnifica sequenza finale con l’educazione al senso civico che Arturo impartisce al proprio figlio) convinti che la mafia vada e debba essere combattuta più che altro con l’arma del risveglio delle coscienze.

Trama

Nato nel 1969, Arturo cresce nella Palermo degli anni caldi delle guerre di mafia e della salita al potere di Totò Riina e della sua sfida allo Stato. Diventato adulto e sposatosi con la donna amata fin dai tempi delle elementari, proprio mentre i delitti Falcone e Borsellino seminano nuovo terrore nell’isola, Arturo inizia a educare alla coscienza civile il figlio che gli nasce quella tragica estate.