La lettera del Ministro

La lettera al “Foglio” del ministro Bondi, cui hanno già risposto in tanti, è stata letta da diverse, a volte complementari, angolazioni (politica, etica, istituzionale, della buona educazione, del buon gusto…), ma non mi è parso che sia stata sottoposta a un’analisi logica, che peraltro Bondi merita, appunto in quanto ministro, per di più della cultura. Per non farla lunga, mi limito a qualche esempio. Bondi, per il quale la partecipazione alla “Giornata dello Spettacolo” dev’essere stata un vero e proprio supplizio, se la prende duramente con Giovanna Mezzogiorno, con Massimo Ranieri e con quelli (praticamente tutti, stando alle cronache) che li hanno applauditi. Che cosa ha osato dire Giovanna Mezzogiorno, rivolgendosi dapprima al Presidente Napolitano?
Addirittura, stando alle citazioni riportate dallo stesso Bondi, questo: “Grazie per l’alto onore, motivo per me di orgoglio”. E non contenta, sempre secondo un’altra citazione di Bondi, aggiungeva: “Lei, presidente, rappresenta non solo lo stato, ma i fondamenti etici nei quali tutti noi dovremmo sempre riconoscerci”. Infine, in un crescendo di nefandezze verbali, arrivava persino a criticare, è ancora Bondi che la cita, “l’abuso di potere e il malcostume (…) ché troppo spesso prediligono visibilità, vanità, e nepotismo”. Ora, se la logica ha una logica, per piacere al ministro Bondi, Giovanna Mezzoggiorno avrebbe dovuto dire: “Non mi sento né grata né orgogliosa di essere stata ricevuta dal Presidente della Repubblica, anche perché rappresenta dei fondamenti etici nei quali proprio non mi riconosco” e quindi passare all’encomio dell’abuso di potere e del malcostume, che tra l’altro hanno anche il merito di favorire visibilità, vanità, nepotismo.
Stando ancora alle citazioni di Bondi (che come le precedenti vanno intese come citazioni a carico), non è stato da meno Massimo Ranieri, il quale, con le parole di Garcia Lorca, ha affermato, senza alcun ritegno, che “il Paese che non aiuta il teatro o è morto o è moribondo”. Mentre invece, sempre a filo di logica, un Paese (mettiamo, tanto per dire, l’Italia) che non aiuta il teatro (o il cinema, o la cultura in generale) sarebbe, per Bondi, un paese che scoppia di salute. C’è poi un’altra citazione di Bondi, riferita questa volta, senza intenti polemici, ad alcuni versi di Pasolini, ma debbo confessare che non sono riuscito a trovare nessun nesso logico tra questi versi e il resto della lettera del ministro. Il quale, oltre che tale, è anche poeta e quindi dovrebbe avere più affinità e più strumenti ermeneutici di me – che, come direbbe quel personaggio di Shakespeare, “non sono che un critico” – per interpretare in modo corretto quei versi, e per impiegarli correttamente nel suo scritto. Comunque mi pare di ricordare che Pasolini aveva capito, ed espresso poeticamente, ben prima di molti altri, che “le belle bandiere rosse” erano ormai, come la rivoluzione, “niente più che un ricordo”, il simbolo di un’utopia storicamente non più realizzabile, mentre Bondi continua ossessivamente a “vederle” persino nelle stanze del Quirinale. E infine, sempre come critico, non posso non notare che, almeno in questa lettera, non solo le argomentazioni, ma anche il lessico e il tono di Bondi, il quale miscela locuzioni kitsch come, per dirne un paio, “il fuoco dell’arte” contrapposto al “cieco odio atavico che li strugge” (il riferimento è praticamente a tutto, o quasi tutto, il mondo dello Spettacolo), risultano assai vicini allo stile (si fa per dire) recentemente esibito nell’ultima uscita pubblica dal suo collega Giovanardi – che almeno ha poi chiesto scusa