Jerry Goldsmith, una vita tra musica e cinema

Coma profondo (Coma - 1978), regia di Michael Crichton - Musiche di Jerry Goldsmth

La recente dedica di una stella a Jerry Goldsmith (Pasadena, 10 febbraio 1929 – Los Angeles, 21 luglio 2004) sulla Walk of Fame non è solo l’omaggio postumo di Hollywood ad uno dei suoi più prolifici e celebrati compositori, l’autore delle partiture di Star Trek, Alien, Rambo, Il presagio (Oscar nel ’76), Basic instinct, La mummia e decine di altri titoli. Si tratta in realtà di un riconoscimento dall’importante valore simbolico conferito al compositore che meglio e più di chiunque altro ha saputo mettere in comunicazione le istanze delle avanguardie musicali, soprattutto europee e mitteleuropee, con le esigenze e la tradizione della musica cinematografica hollywoodiana.

Infatti, malgrado la storia della grande musica per film americana sia costellata di personalità che provenivano proprio dalla cultura europea e viennese (Max Steiner, Franz Waxman, Miklós Rózsa, Bronislau Kaper e tante altre figure minori), il rapporto fra queste due dimensioni è sempre stato difficile, per usare un eufemismo: e i falliti abboccamenti con le majors di Arnold Schönberg e Igor Stravinsky, per citare i due protagonisti del Novecento musicale, stanno a dimostrarlo. In particolare, la rivoluzione schönberghiana con l’adozione della tecnica seriale o sistema dei dodici suoni (dodecafonia) fu bandita da Hollywood come ontologicamente contraria alle esigenze di immediata comunicazione e sollecitazione emotiva dei propri apparati narrativi: soprattutto perché quel sistema negava – o meglio occultava sapientemente – il pilastro fondamentale della musica cinematografica più tradizionale: il leit-motiv, ossia il “tema”.

Questo non impedì ad alcuni compositori di ricorrere egualmente, in determinate circostanze, a quella tecnica, che veniva però associata – non a caso – a situazioni “negative”, minacciose, spesso orrorifiche. Ad esempio Leonard Rosenman compose una partitura interamente dodecafonica per il dramma La tela del ragno (The cobweb, 1955, Vincente Minnelli), che però era ambientato in un manicomio, secondo l’equazione dodecafonia = follia…

L’avvento di Goldsmith a partire dalla fine degli anni ’50 modifica sostanzialmente questo stato di cose, più dell’altro grande protagonista della musica per film americana contemporanea, John Williams. E questo perché Goldsmith, che è stato pupillo del grande Bernard Herrmann – il compositore di fiducia di Hitchcock – nonché allievo di Mario Castelnuovo-Tedesco, maestro di due generazioni di compositori hollywoodiani, sembra in grado di coniugare sin dalle sue prime prove di rilievo (Solo sotto le stelle, Lonely are the brave, 1962, David Miller) una felicissima ispirazione lirica, melodica, leitmotivica, con una temerarietà di scrittura sino a quel momento sconosciuta soprattutto nel cinema “di genere”. Le spigolosità armoniche muovono progressivamente dall’iniziale politonalismo al rifiuto radicale del sistema tonale mantenendosi tuttavia sempre in un àmbito di grande espressività; la ritmica si fa spesso sincopata (celebri le sue marce “zoppe”, irregolari), l’impiego spregiudicato degli strumenti (gli archi sul ponticello, i flautandi lividi di Alien o Coma profondo – Coma, 1978, Michael Crichton) afferisce a tecniche tipiche dell’avanguardia pre e post-darmstadtiana, così come l’utilizzo dell’elettronica. Così da un lato si ha l’epica ariosa, lussureggiante, straussiana (riferito a Richard Strauss, ampiamente citato anche in I ragazzi venuti dal Brasile, The boys from Brazil, 1978, Franklin J. Schaffner) di La caduta delle aquile (The blue Max, 1966, John Guillermin), e dall’altro una perfetta simbiosi con la cultura e le suggestioni più inquiete della Mitteleuropa tra Otto e Novecento in Freud, passioni segrete (Freud, 1962, John Huston). A suo agio in qualsiasi genere, dal western al cartoon (Mulan, Brisby e il segreto di NIMH), dalla commedia più disimpegnata (Dennis la minaccia) a fantascienza e horror, Goldsmith trova proprio nell’adesione ai generi più forti e popolari la fonte d’ispirazione più limpida. Nascono così i corali allucinati, gelidi di Il presagio (The omen, 1976, Richard Donner), o l’accordo morto, inerte degli archi con cui inizia Alien (Id., 1979, Ridley Scott), su cui si alza lo spettrale tema della tromba, o il viluppo maligno e seducente insieme di Basic instinct (Id., 1992, Paul Verhoeven) o il furibondo “galop” orchestrale di Atmosfera zero (Outland, 1981, Peter Hyams) o il romanticismo squillante eppure inquieto della saga “Star Trek”, così diverso dal wagnerismo complesso e intricato della quasi coeva saga “stellare” del rivale Williams.

Negli ultimi anni di una carriera inesauribile, Goldsmith non esita ad applicarsi a film di qualità men che mediocre, sfoderando sempre partiture di stupefacente fascinazione e incessante ansia di ricerca: Il primo cavaliere, Al vertice della tensione, Nella morsa del ragno… Testimonianze di una dedizione totale alla causa della musica per film ma anche a quella dell’innovazione linguistica, da parte del compositore che esattamente vent’anni fa, nel ’97, regalò anche alla Universal il suo attuale “logo” musicale.