Incontro con Francesca Archibugi

Frame tratto da "Il nome del figlio", regia di Francesca Archibugi (2014)

Dopo Questione di cuore (2008), Francesca Archibugi torna al cinema con la commedia Il nome del figlio, scritta a quattro mani con Francesco Piccolo. Tratta da Le prénom di Alexandre De la Atellière e Matthieu Delaporte, prima pièce e poi film (Cena tra amici),la pellicola dell’Archibugi non è il classico remake perché sfoghi ed eccessi della situazione originaria esplodono, qui, in uno spirito tutto italiano in cui si mescolano risate e lacrime, comicità e dramma.

Qual è il suo bilancio per questo film?

Sono contentissima di averlo fatto  e sono grata a Paolo Virzì e a tutti gli altri che mi hanno spinto a realizzarlo.

Come è stato il rapporto con Virzì?

Io e Paolo siamo amici da anni e da anni ci scambiamo i copioni. In questo caso, lui è subentrato in produzione con la sua “Motorino Amaranto” e, quindi, è stato più vicino del solito. Abbiamo cercato di fare un cinema che arrivi in sala, mettendo da parte anche le velleità d’autore ma lo abbiamo fatto con piacere.

Il nome del figlio è un film corale ma in cui ognuno dei personaggi ha il suo assolo. E’ un’idea pensata prima o nata sul set?

Siamo partiti dal testo teatrale Le prénom poi, io e Francesco Piccolo, abbiamo aggiunto cose nuove. Certamente nel film c’è anche l’improvvisazione ma si parte sempre dalla scrittura!

Come è stato lavorare con attori come Gassman, Golino, Lo Cascio, Papaleo, Ramazzotti?

Prima del film abbiamo fatto molte prove e, pur essendo tutti gli attori delle star, si sono spesi completamente. Abbiamo lavorato insieme in modo meticoloso per poi abbandonarci all’improvvisazione.

Nel film, si ritrovano le contrapposizioni tipiche del nostro paese…

La matrice sociale e politica dei personaggi è quello su cui abbiamo parlato di più, io e Francesco Piccolo. Noi abbiamo voluto raccontare e non giudicare: tutti i personaggi – come diceva Jean Renoir – hanno le loro ragioni. Mai, in tutta la mia vita, ho parlato per bocca di un personaggio: lo considererei disdicevole!

Vedendo il film si percepisce l’accordo della regia con la fotografia. Come è stato organizzato il lavoro?

Trovo il lavoro di Fabio Cianchetti straordinario! Io gli ho detto una cosa semplice: voglio fare dei tableaux vivantes, ritratti quasi rinascimentali in movimento.La luce e l’attenzione al volto umano devono essere gli elementi centrali. Abbiamo tirato insieme dalla stessa parte…

E per il montaggio?

Con la montatrice Esmeralda Calabria è avvenuta la stessa cosa: abbiamo lavorato con accuratezza  per dare tono e respiro ai personaggi. Del resto, i film non esisterebbero senza il massiccio apporto dei collaboratori

Nel film, è importante anche la musica..

La musica del film doveva trascinare ma essere, nello stesso tempo, malinconica. Un po’ come i legami stretti che il film racconta:  legami  importanti e che, proprio per questo, possono farci soffrire più degli altri!