Inchiesta SNCCI – 100 film italiani da salvare…ancora una riflessione

Ancora una riflessione sulla questione dei “100 film da salvare”(italiani), iniziativa organizzata da Le Giornate degli Autori. Sul prossimo numero di Cinecritica, in uscita in contemporanea alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, la nostra rivista proporrà alcuni pareri di critici cinematografici sull’argomento. Film mancanti e registi sottovalutati. Cineasti sovresposti e pellicole di culto. Autori e registi più commerciali. Le analisi che si potrebbero fare sono infinite e tutte potenzialmente significative. Ma andiamo con ordine.
Possiedo un bel volume Mondadori, curato da Fernaldo Di Giammatteo, intitolato proprio “100 film da salvare”. Si tratta dell’esito editoriale di un referendum tra i maggiori critici internazionali attivi alla fine degli anni settanta. Diciannove “grandi esperti” provenienti da otto paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna, USA, Svizzera, URSS), tra i quali trovarono spazio ben sei critici italiani: Ugo Casiraghi, Adelio Ferrero, Giovanni Grazzini, Tullio Kezich, Lino Micciché e Morando Morandini. Ancora oggi è un libro che sfoglio e consulto con molta attenzione, e anche piacere. Si tratta di una sorta di “mini Bibbia” della storia del cinema mondiale, costruita con passione e competenza. Scheda tecnica, analisi e interpretazione dell’opera. Da notare che in fondo al volume è pubblicata la classifica dei pareri espressi dai giurati, comprendente anche i 27 lungometraggi che si sono classificati dalla posizione 101 alla posizione 127.
Questo “antico” referendum mi ha sempre dato l’impressione di assoluta correttezza, proprio per il fatto che la classifica, generata dalle indicazioni dei giurati, appare ad un primo sguardo oggettivamente equilibrata. Ad ottenere l’unanimità (19 voti) furono solo quattro opere: “Intolerance” di David W. Griffith, “La corazzata Potemkin” di Sergej M. Ejzenstein, “La madre” di Vsevolod J. Pudovkin e “Quarto Potere” di Orson Welles. Se si leggono gli esclusi, ci si può accorgere però che sono rimasti fuori titoli come “Viaggio in Italia” di Rossellini, “Les enfants du Paradis” di Carné, “Aurora” di Murnau, “L’eclisse” di Antonioni, “La Grande Abbuffata” di Ferreri.

Ebbene, prendendo spunto da questo esperimento del 1978, è possibile affermare come una delle ossessioni tipiche di cinephiles, critici, addetti ai lavori sia sempre stata quella delle classifiche. Una sorta di pallino verso il “gioco al massacro” di inclusioni ed esclusioni, di volontà di catalogare e riposizionare film e autori secondo criteri cangianti e di conseguenza sempre discutibili.
Ritornando a oggi, anche l’iniziativa proposta dalle Giornate degli Autori non è ovviamente esente da difetti. A parte l’inevitabile mancanza di film importantissimi e il non equilibrio tra la super presenza di alcuni registi (vedi Fellini) e la scarsità di titoli di altri (vedi Antonioni o Bertolucci), mi sembra che i problemi maggiori derivino dal fatto che risulta poco chiaro il metodo di lavori dei giurati. Conoscendo tale metodo probabilmente si potrebbe anche giudicare in maniera più sensata questa operazione che, seppur lodevole nelle intenzioni, appare un po’ confusa.
Proprio in questi giorni ho ricevuto da Marsilio il libro di Irene Bignardi intitolato “Le cento e uno sera”. Un libro agile e fresco, nel quale l’ex direttore del Festival di Locarno compone una lista di film in dvd, selezionati direttamente dalla sua rubrica tenuta sulle pagine de Il Venerdì. Una lista parziale e assolutamente personale, come ha tenuto a precisare chiaramente e correttamente l’autrice. Ed ancora ultimamente sono state rese pubbliche le ultime classiche dell’American Film Institute sui migliori film americani suddivisi per generi (Animation, Romantic Comedies, Western, Sport, Mistery, Fantasy, Sci-fi, Gangster, Courtroom Drama, Epic), mentre solo un anno fa sempre l’AFI dichiarava che il miglior film della storia del cinema americano era, guarda caso, “Quarto Potere” di Orson Welles.
Questi ultimi due esempi (libro Bignardi e American Film Institute) ci servono per capire come la questione della catalogazione/classificazione dei film più importanti (per chi?) possa riguardare iniziative ultra personali come, anche, manifestazioni che vorrebbero avere un grande respiro culturale.

Come orientarsi in questo labirinto? Non ci sono atteggiamenti sicuri da tenere per certificare la bontà di un giudizio, proprio perché ogni giudizio è perfettamente opinabile. Non resta che considerare questo tipo di attività come una sorta di alta operazione “ludico/culturale” (magari ispirata da nobilissimi motivi e portata a termine da professionisti indiscutibili per onestà e capacità) che poco ha a che fare con un tentativo realmente storico-critico di “ordinare” le vicende del cinema mondiale e delle varie cinematografie nazionali.
Mi sembra così veramente illuminante chiudere citando l’incipit del messaggio di saluto che Marco Bellocchio ha inviato a Le Giornate degli Autori proprio in occasione dei “100 film da salvare”. Le parole del regista di “Buongiorno, notte” mi appaiono chiarificatrici e limpide e sintetizzano in poche battute tutti dubbi fin qui espressi: “Sono ben contento di non essere tra i “dimenticati”, ma, non per generosità ipocrita l’elenco meriterebbe di essere di molto allungato. Andrebbero salvati non 100 ma almeno 1000 film.
Sono ben contento e un po’ stupito che i miei 40 anni e più di carriera siano concentrati nei primi 3 film…(spero di aver fatto anche altre cose di un certo interesse….).