Il padre un film di

Presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia, Il Padre (The Cut, 2014) chiude la trilogia sull’amore, la morte e il Diavolo pensata e realizzata in dieci anni dal regista tedesco-turco Fatih Akin.
Il quarantaduenne autore nato ad Amburgo, ma che non ha dimenticato le sue origini, ha realizzato un film difficile, non sempre scorrevole, a tratti poco convincente. Probabilmente sente emotivamente troppo quanto racconta per avere l’indispensabile distacco creativo.

Con il riuscitissimo La sposa turca (Gegen die Wand, 2004) aveva raccontato della lotta disperata di una giovane donna turco-tedesca decisa a vivere la propria vita, che scopre quanto velocemente l’amore possa trasformarsi in dolore, mentre nell’altrettanto bello Ai confini del Paradiso (Auf der anderen Seite, 2007) narrava di sei persone le cui esistenze si incrociavano senza che loro si incontrassero mai, salvo nel momento della morte.

Il padre era sicuramente, a livello di sceneggiatura, il più pretenzioso e difficile, perché tentava di esplorare il mondo che si pasce del male e della sofferenza attraverso molte, troppe, situazioni in cui gli uomini dimostravano il peggio di se stessi.
Il tema del genocidio degli armeni nel 1915, che dà inizio a questo dramma senza fine, è trattato in maniera epidermica, senza coinvolgere emotivamente: non basta fare assistere a massacri, ad esecuzioni di notevole ferocia per riuscire ad emozionare o a fare pensare.

Viene detto che in quell’anno cambiano gli equilibri politici e che le minoranze del, fino ad allora, potente Impero Ottomano diventano nemici da combattere. La notte in cui i poliziotti portano via il fabbro Nazaret assieme a parenti e tanti amici, per loro inizia un incubo fatto di lavori forzati; molti muoiono di stenti, altri che si rifiutano di collaborare e vengono fucilati. Massacri senza pietà che portano allo sviluppo della vicenda personale di un uomo come tanti che la guerra ha tolto alla famiglia. Tutto il resto è più detto che narrato, lasciando lo spettatore tale, senza dargli la possibilità di condividere quanto accade sullo schermo.

Per un film il cui tema, purtroppo, interessa poco a livello della memoria pubblica, si è creata una coproduzione in cui sono veramente tante sia le società che le nazioni coinvolte (c’è anche l’italiana BIM) ma con un budget tutto sommato limitato che si avvicina ai 16 milioni di dollari. L’apporto, probabilmente, è stato legato più per le location e la distribuzione che non per il denaro messo a disposizione per la maggior parte dalla tedesca Bombero International nata proprio per realizzare questo film ed in cui, come del resto nella Corazón International, la presenza del regista è molto importante.

Gran parte del denaro è stato investito per avere quale sceneggiatore l’iraniano Mardik Martin noto soprattutto per Toro scatenato (Raging Bull, 1980) diretto da Scorsese, per ottenere la collaborazione del bravissimo direttore della fotografia Rainer Klausmann già suo sensibile collaboratore per La sposa turca e avere come protagonista il trentatreenne francese Tahar Rahim noto per l’ottima interpretazione ne Il profeta (Un prophète, 2009) di Jacques Audiard. Proprio da lui, però, partono le noti più dolenti. Mai riesce a sembrare sofferente e, col passare degli anni, più anziano. Sotto la folta barba l’inespressività è notevole. Questo non è sicuramente colpa sua, ma appare sempre bene pettinato, con vestiti non troppo rovinati, mai col viso segnato da fame, fatica o dolore.

Il film nel complesso è deludente a causa del racconto di una storia troppo personale per essere considerata come simbolo di un periodo storico, del dramma di un popolo, del suo desiderio di rivalsa. Si seguono le traversie di questo giovane fabbro che viene sempre più umiliato ma che sopporta ogni cosa, e si trasforma all’Avana anche in rapinatore, pur di raggiungere le sue amate figlie.

Il titolo italiano rende giustizia, e semplifica, ad una sceneggiatura monotematica che racconta la storia di un uomo disperato che sogna di potere riabbracciare le sue dolci gemelle. Ma il titolo originale racconta molto di più di quanto, almeno nelle intenzioni, doveva essere il film.

The cut vuole nel titolo fare capire il taglio di tante vite sradicate per le peggiori ragioni, difficilmente per persone morte combattendo in un’iniqua guerra. Non solo, racconta della recisione delle corde vocali del protagonista da parte di un bandito che lo rende muto ma, nello stesso tempo, gli risparmia la vita; secondo le intenzioni degli autori, dovrebbe essere simbolicamente il messaggio di disagio di una persona che, di fronte a cose più grandi di lui, non può parlare, difendersi, dire qualcosa: sopporta muto, col mutismo che è chiaramente simbolico.

L’inizio, pur coi suoi enormi limiti di credibilità, ha nel dramma la sua forza con scene strazianti, morti che si susseguono senza altra ragione se non la violenza. È lo sviluppo successivo che assolutamente non funziona, col melodramma che prende piede ed annienta qualsiasi altra componente narrativa. Ogni posto dove giunge scopre che le figlie sono appena andate via e, a causa di questo, è costretto a itinerarie in giro per il mondo senza denaro, con un’eterna fame e con l’incontro con molte persone cattive e pochissime da potere annoverare nel genere umano dove la pietà ha un significato. Il finale, poi, è fin troppo repentino, e poco riesce ad essere coeso col resto del film. Oltretutto, la scelta del cast non è immune di errori clamorosi, quantomeno se dagli attori si pretendeva un minimo di credibilità.

Per questo grand guignol di scarsa qualità gli autori hanno avuto problemi con i turchi tradizionalisti che tuttora rifiutano di ammettere questo eccidio, e per la stessa ragione ha anche avuto forti problemi distributivi. Quantomeno, lo scarso successo al box office può trovare una giustificazione di facciata non legata alla qualità del prodotto.

Non mettiamo in discussione la buona fede di Fatih Akin che voleva realmente realizzare un film epico, capace di commuovere ma anche di fornire una struttura avventurosa che coinvolgesse il pubblico. Le intenzioni erano sicuramente molto valide, il risultato finale  del film no.

TRAMA

Mardin, 1915: in una notte come tante altre, nel periodo in cui si inizia a parlare della guerra che si combatte lontano da loro, la polizia turca rastrella tutti gli uomini armeni della città, compreso il giovane fabbro Nazaret Manoogian, separandolo dalla moglie e dalle sue gemelle di otto anni. Sopravvissuto agli orrori del genocidio, Nazaret riceve la notizia che le sue due figlie sono ancora vive. Ossessionato dall’idea di ritrovarle si mette sulle loro tracce e la ricerca lo conduce dai deserti della Mesopotamia all’Avana, fino ad arrivare alle praterie aride e desolate del Nord Dakota con un attraversamento da immigrato irregolare con barcone da Cuba alla Florida. Nel corso della sua odissea incontra una serie di personaggi molto diversi fra loro: figure angeliche e generose, ma anche di una perfidia inenarrabile. Finale solo in parte lieto.