Il cinema italiano c’è: e la critica?*

ArchibugiLabateMuccino. In attesa del film di Moretti. Nello spazio di poche settimane il cinema italiano continua a dare segni di vitalità (e non uso di proposito la parola risveglio). A parte l’esito commerciale di questi film (che sarà contraddittorio, in qualche caso deludente), per quanto ci riguarda ci sarebbe da augurarsi almeno un’adeguata attenzione, un generoso sostegno da parte della critica.

Purtroppo sono pessimista, e non sono il solo. Nepoti, recensendo Domani su “Repubblica”, si chiedeva quale diversa accoglienza avrebbe avuto il film se fosse stato prodotto in qualche paese straniero. Morandini, nel suo recente intervento al convegno di Saint Vincent (pubblicato sull’ultimo numero di “Cinecritica”), per definire l’atteggiamento della critica nazionale ha usato un termine come “isteria” e ha sottolineato come sempre più spesso le recensioni cinematografiche (le poche sopravvissute) comincino con informazioni e sottolineature sugli incassi del film trattato.

Fino a vent’anni fa, questa sarebbe stata una prassi addirittura disdicevole. Per parte mia aggiungo che fino a vent’anni fa era evidentissima la forbice tra giudizio della critica e favore del pubblico, tranne rare, fortunate e spiegabili eccezioni. Ed era giusto così, perché uno dei ruoli della critica è da una parte approfondire, chiarire, prolungare il senso di un film, dall’altra segnalare al pubblico, testimoniare, quei film che altrimenti passerebbero inosservati.
Oggi, la forbice tra giudizio critico e box office tende ad appiattirsi, e questo non giova certo alla critica che, infatti, è sommersa nell’informazione che circonda il fenomeno cinematografico, ricopre un ruolo sempre più residuale, insegue gli eventi, ne assume spesso le modalità come parametri di giudizio (appunto i record d’incasso, lo scandalo, il nuovo divismo).

In questa situazione ad essere più penalizzati sono proprio i film italiani di qualità, gli autori emergenti che hanno qualcosa da dire. Qualche esempio? La semiclandestinità critica (non solo di pubblico) che ha circondato un film come Estate romana di Matteo Garrone; la poca generosità, anzi il sospetto, con cui è stata salutata la terza opera di Tavarelli (Qui non è il paradiso); l’insufficiente attenzione critica verso un autore sicuramente interessante come Edoardo Winspeare; e così via.

Negli scorsi mesi, nell’ambito di un’iniziativa di promozione del cinema italiano all’estero, mi è capitato di viaggiare insieme con alcuni nostri giovani autori: da CampiottiTambasco, da TavarelliTurco. In tutti ho verificato una delusione forte verso la critica, e non tanto per un giudizio sfavorevole, quanto per la pigrizia, la ritualità (se non addirittura la mancanza) di quel giudizio. L’autore ha certamente bisogno della critica, non per spingere il pubblico ad andare a vedere il suo film (purtroppo non è più tempo di queste illusioni), ma per confrontarsi con il proprio lavoro, ripensarlo, migliorarlo.

Nei momenti migliori del cinema italiano, tra critici e autori il dialogo c’era, magari difficile, non sempre sereno, ideologicamente condizionato, comunque importante. Oggi il discorso è interrotto. E varrebbe la pena riprenderlo.

*Con questo editoriale di Piero Spila, la redazione intende stimolare il dibattito culturale, già in parte avviato, sul cinema italiano contemporaneo. CineCriticaWeb ospiterà gli interventi di critici, registi, produttori ed addetti ai lavori che vorranno fornire il loro contributo.