Hungry Hearts un film di

Al suo quarto lungometraggio – il terzo tratto da un romanzo dopo la scrittura originale del sorprendente e premiato esordio con Private (2004) – Saverio Costanzo (oggi quasi quarantenne, dunque fratello minore della generazione dei Garrone e Sorrentino),  conferma i pregi di un approccio comunque rigoroso e di  uno stile sempre personale, ma anche i limiti di una ispirazione che, come spesso accade, acquista nel tempo padronanza espressiva a scapito del timbro più diretto e appassionato degli inizi.

Ancora una volta, con Hungry Hearts, il segno autoriale del regista si rivela  a pieno nell’uso specifico del linguaggio e della messa in scena oltre che nella cifra ormai distintiva del suo cinema: quella capacità di  gestire la macchina da presa in spazi angusti e claustrofobici dove far muovere le vicende e far dibattere gli attori e le attrici del suo cinema. Così, e in questo film in modo ancor più evidente,  dentro ogni quadro, come nel fuori campo, l’occhio di Costanzo spia di continuo  la realtà e i suoi personaggi, li pedina e si incolla a loro in primi e primissimi piani. Del resto, gli stessi personaggi, reclusi in gabbie reali e immaginarie, non fanno altro che spiarsi e pedinarsi a vicenda (e chissà se questa attenzione alle patologie di natura psicologica lo avrà spinto a dirigere l’edizione italiana della serie tv In treatment,  con  Sergio Castellitto nel ruolo dello psicoterapeuta…).

Gli spazi fisici ristretti simboleggiano ovviamente anche quelli mentali ed evocano i conflitti, da quelli politici tra palestinesi ed israeliani in Private, a quelli etici e spirituali di In memoria di me (2007), sino ai drammi interpersonali e familiari de La solitudine dei numeri primi (2010) e ora di questo nuovo film. Dove tutto o quasi,  si svolge tra le mura domestiche, un appartamento che si snoda in verticale, assecondando i piani ravvicinati e “allungati”,  le immagini anche sgranate (Costanzo sceglie di girare in pellicola super 16mm.), le inquadrature spesso dall’alto e oblique e l’uso spinto del grandangolo (pregevole anche il lavoro fotografico di Fabio Cianchetti). In questo set si gioca la crudele partita a quattro  tra la giovane coppia (Jude e Mina, ovvero il divo emergente Adam Driver e la nostra  Alba Rohrwacher),  il loro bambino, e la sulfurea madre di lui (Roberta Maxwell, attrice che forse il cinema avrebbe dovuto sfruttare di più), mentre il mondo esterno (il caos newyorkese) è solo un insieme di luoghi di transito, indistinti e paurosi,  da cui emergono solo alcuni personaggi minori in rappresentanza delle istituzioni, con la loro supposta razionalità e il loro presunto ordine (il medico “di famiglia”, l’avvocato, i poliziotti). Intrappolato in tanti e diversi conflitti rimane il “baby”, senza un nome, non persona, oggetto e catalizzatore di desideri e nevrosi .
Eppure, l’operazione nel suo complesso non ci ha convinti del tutto, anche a una seconda visione dopo l’anteprima nel concorso veneziano. Scegliendo un set internazionale (sia pure con una produzione a budget contenuto grazie anche alla ambientazione in interni), per un film girato in lingua inglese e pensato per i mercati esteri (che nelle grandi città circuiterà anche in v.o.), Costanzo  abbandona l’ambientazione “provinciale” nel nord-est italiano del libro di riferimento (“Il bambino indaco” di Marco Franzoso, edito da Einaudi) a favore di una dimensione per così dire “globalizzata”.

Non a caso, a  nostro avviso, i problemi del film risiedono proprio nella costruzione narrativa e nella drammaturgia emotiva del racconto. Dopo un azzecato incipit  in piano-sequenza e le belle scene dal matrimonio, con gli  effimeri sprazzi di felicità, la gravidanza improvvisa e poi la nascita del bambino fanno piombare sin troppo bruscamente la relazione tra i due e  il film in un’altra dimensione – raggelata,  priva di affettività, piena solo di paura e sospetto – ma che pure non riesce a catturare davvero le nostre emozioni. I successivi snodi narrativi e i continui cambi di stile – dal dramma coniugale al thriller psicologico sino all’ horror domestico (complice anche l’uso deformante del fish-eye) – risultano, compreso lo show down e il simil happy-end finali, un po’ meccanici e preordinati (mentre risuona un po’ invasiva la pur bella colonna sonora di Nicola Piovani, peraltro “alleggerita” da incursioni musicali di diverso segno, da Flashdance a Domenico Modugno).

Costanzo sa maneggiare i diversi registri, è attento ai dettagli e alla creazione di atmosfere particolari (tutto questo fa parte del talento di cui si diceva). Ma proprio questa attenzione finisce per soffocare o non nutrire a sufficienza (per riprendere la metafora principale del film) il ritratto delle psicologie dei due protagonisti. D’altra parte, proprio la cornice metropolitana e internazionale del racconto fa sì che la descrizione delle paure della madre verso l’esterno (sulla natura e qualità del cibo, le fonti di inquinamento, le tecniche mediche, ecc.), risulti  un po’ approssimativa, quando non fuorviante. In particolare, anche se il regista ha inteso stigmatizzare il pericolo di ogni credenza o ideologia “fondamentalista”, il film non spiega le ossessioni nutrizionistiche o le tendenze all’ “isolamento” di Mina, ma tende a confonderle e sovrapporle ad altre e più profonde pulsioni di esclusività nel rapporto col neonato e di esclusione del padre (a sua volta influenzato dal peso delal figura materna). Se ne ricava una visione a tratti misogina, ma anche il suggerimento di una equazione preconcetta e quasi caricaturale tra, ad esempio, l’approccio vegano, o la consapevolezza di certi rischi insiti nella tecnologia, e la sanità mentale… Una maggiore analisi e messa a fuoco di questi aspetti avrebbe reso più comprensibili e soprattutto più plausibili le  motivazioni, i gesti, le azioni e le omissioni di Mina, ma anche di Jude.

Il regista ha detto di essersi ispirato a Una moglie di Cassavetes e a Rosemary’s Baby di Polanski. Riferimenti alti, a cui i pregi stilistici del film rendono omaggio, anche se purtroppo gli esiti non ci sembrano comparabili. E pensando alle performance di un Peter Falk, di una Mia Farrow, o della sempre immensa Gene Rowlands, le interpretazioni di Driver e Rohrwacher (sebbene quella della nostra attrice finisca per ben aderire alla nevroticità a tratti catatonica del personaggio) un po’ sbiadiscono e la doppia coppa Volpi che li ha premiati a Venezia.71 risulta probabilmente eccessiva.

TRAMA

Jude è americano, Mina è italiana. S’incontrano per caso a New York. S’innamorano, si sposano e presto avranno un bambino. Si trovano così in poco tempo dentro una nuova vita. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. E’ un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Suo figlio deve essere protetto dall’inquinamento del mondo esterno e per rispettarne la natura bisogna preservarne la purezza. Jude, per amore di Mina, la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte ad una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve fare presto per salvarlo.