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Gomorra un film di

gomorra-matteo_garroneGomorra di Matteo Garrone (libera ma coerente trascrizione del fortunatissimo libro di Saviano) racconta lo strapotere economico, finanziario, militare e politico della camorra in Campania, ma soprattutto prefigura il destino segnato di un intero paese, dove violenza, sopraffazione, controllo armato del territorio si traducono anche nella vitalità compromessa, nell’ingegno sprecato di tante persone che potrebbero salvarsi e sono invece costrette a sottostare agli ingranaggi perversi di una vita che non lascia scampo.
Per rappresentare una materia così ribollente e feroce, Garrone adotta a sua volta un progetto stilistico che “non lascia scampo”, con la macchina a mano sempre attaccata sui volti, sui corpi, sui gesti e gli sguardi della “gens campana” protagonista del film, con una sequenza interminabile di campi stretti e claustrofobici, anche quando la macchina finalmente si allarga a inquadrare dall’alto i tetti di Scampia (presidiati dagli uomini armati), gli specchi di mare (che sembrano paludi) o le campagne del circondario (intossicate dai veleni). Una estesa prigione fatta di gabbie casalinghe, corridoi e passaggi bagnati dall’umidità, cortili, fabbriche, che Garrone indaga con uno sguardo da entomologo, freddo e neutrale, senza pietismi, giudizi morali o compiacimenti formali.

A differenza del libro di Saviano, dove è rappresentata l’intera geografia del sistema camorristico, con le sue alleanze internazionali, gli intrecci con l’alta finanza e il radicamento sul territorio, il film di Garrone sceglie di seguire cinque storie di piccoli uomini, giovani e vecchi, di volta in volta vittime o carnefici: un “ pagatore” che ha il compito di portare i soldi alle famiglie degli affiliati in carcere, un sarto geniale, inconsapevole collaboratore degli stilisti dell’alta moda, un ragazzino che comincia a salire i gradini dell’organizzazione, con i cerimoniali e i tradimenti che ne conseguono, due giovani banditi troppo liberi e intraprendenti per vivere a lungo, e infine un manager del grande smaltimento dei rifiuti tossici, che gira il mondo convinto di essere un benefattore della sua gente che invece condanna. In primo piano l’orrore quotidiano della bassa manovalanza, i luoghi in cui si svolgono gli agguati e le mattanze, fuori campo (ma sempre incombenti) le decisioni dei vertici della piramide criminale, le sedi asettiche del potere finanziario e industriale dove si mette in atto la corruzione su grande scala, si lucrano i profitti ed innescano le devastazioni e le carneficine.

Una vera tragedia nazionale quella di cui parla Gomorra, che ci mostra non la punta dell’iceberg, come ottimisticamente si sarebbe portati a credere, ma la consistenza spaventosa di un fenomeno che ha prodotto radici e guasti irreversibili.
Grande film, grande cinema, che riporta indietro l’orologio a quando i film di Rosi, Petri e Volonté sapevano raccontare (e denunciare) le patologie del paese reale, ma lo fa purtroppo con una cupezza e un senso di impotenza del tutto nuovi. Come i personaggi del film, anche lo spettatore di Gomorra, alla fine, ha l’impressione che è quasi impossibile alzare lo sguardo e guardare al di là. Film senza luce e senza futuro, tetro, respingente, brutale. Ma questo non è colpa del film, è la realtà con cui si deve fare i conti.

Piero Spila

Un film senza speranza
di Mariella Cruciani

Se già nelle opere precedenti Garrone aveva privilegiato personaggi maledetti e destinati alla tragedia, con il recente Gomorra, tratto dal libro di Roberto Saviano, supera se stesso e ci consegna un film che non lascia tregua, speranza, prospettive .I protagonisti di L’Imbalsamatore o di Primo amore erano imprigionati in un universo chiuso da cui era impossibile uscire ma tutto questo, in Gomorra, assume una connotazione definitiva, si fa statuto ontologico, diventa il vivere stesso. Ammesso che di vita si possa parlare, facendo riferimento alle disperate esistenze di Don Ciro, Pasquale, Roberto, Totò, Marco e Ciro. Garrone intreccia , infatti, cinque vicende ispirate a fatti realmente accaduti e che continuano ad accadere nei quartieri napoletani come Scampia o nelle zone del Casertano.

Don Ciro (Gianfelice Imparato) è il “ragioniere”, paga le famiglie dei detenuti affiliati al suo clan ma, quando il potere si sfalda,deve pensare alla propria sopravvivenza. Pasquale (Salvatore Cantalupo) è un sarto che accetta di insegnare i segreti del mestiere alla concorrenza cinese e, per questo, compromette la propria vita. Roberto (Carmine Paternoster), neo-laureato, trova lavoro, al servizio di Franco (Toni Servillo) nel campo dei rifiuti tossici, un lavoro sicuro e con grandi possibilità di guadagno. Totò (Salvatore Abruzzese), 13 anni, fa il suo apprendistato con i “grandi” del quartiere finchè, un giorno, è costretto a fare una scelta decisiva. Infine, Marco (Marco Macor) e Ciro (Ciro Petrone), due “cani sciolti”, due “mocciosi” che, con le loro bravate, disturbano gli affari del Sistema. Attraverso le loro storie, entriamo in un mondo spietato, brutale, oggettivo e visionario, un abisso che anche l’immaginazione più fervida rifiuta di accettare.

La materia da cui sono partito – ha dichiarato il regista – era così potente visivamente che mi sono limitato a riprenderla come se fossi uno spettatore capitato lì per caso. In effetti, la macchina da presa sembra quasi trattenere il respiro, annullarsi, sparire per lasciar spazio al contesto sociale: palazzoni di cemento, quartieri sfigurati, paesaggi senza traccia di natura, un territorio che intrappola e impedisce una vita “normale”. Un mondo in cui gli unici valori sono i soldi, il potere, il sangue, un mondo che angoscia e paralizza perché non lascia alternative di sorta. In definitiva, Gomorra è una vera e propria discesa agli inferi, senza risalita e senza riscatto. Unico barlume di speranza la “conversione”, seppur tardiva, di Roberto: “Non sono adatto a questo lavoro. Non sono come te, sono diverso!”.