Forza maggiore un film di

Grazie al  premio della giuria di “Un Certain Regard” a Cannes 2014 giunge in sala grazie a Teodora Film questo quarto lungometraggio del regista svedese Ruben Östlund (classe 1974) il quale,  come nei suoi film precedenti, continua a esplorare i  confini tra libertà individuale e responsabilità sociale. Temi questi, come si sa, centrali per la cultura e l’etica protestante e che, oltre che la letteratura e il teatro, hanno da sempre ispirato anche gli autori del cinema nord-europeo. Il regista sembra comunque più interessato agli aspetti sociologici che alle istanze morali e i fatti di cronaca gli offrono pretesti narrativi per affrontare, senza remore, temi assai scivolosi sul piano del politicamente corretto  come i rapporti tra i sessi in Involuntary (2008),  il bullismo interrazziale tra adolescenti in Play (2011), la famiglia e il matrimonio indagati ora da Forza maggiore. Ciò che più importa, in ogni caso, è che Östlund è un autore (non a caso premiato dalla critica sin dagli esordi) di grande talento narrativo e ammirevole rigore compositivo, doti che questo film conferma e segnala come prova di una raggiunta maturità espressiva.

Se le vacanze restano per le famiglie un importante status symbol – cafonal o affluent che sia lo status – quella che arriva nell’Alta Savoia francese, davanti all’obiettivo implacabile di Östlund, è una famiglia in apparenza più che perfetta. Padre, madre, una coppia di figli (una bambina e un bambino più piccolo),  economicamente  agiata, tanto da permettersi cinque giorni lontano da casa, in un esclusivo resort di montagna (una sorta di residence privo di concierge). Ma quei cinque giorni (scanditi sullo schermo da didascalie e dissolvenze in nero) si riveleranno per la famiglia tutta un interminabile incubo.

Östlund  è assai abile nel disseminare sin dall’inizio indizi narrativi, visivi e ancor più sonori dell’inquietudine che come una crepa in lento ma costante movimento ben presto distruggerà l’immagine  esteriore, da brochure turistica, dei quattro: dagli archi che rimandano a un Vivaldi ben più straniante del consueto agli spari continui delle cannonate di neve artificiale per le valanghe “controllate”,  sino ai più comuni rumori quotidiani, come gli spazzolini elettrici che i due coniugi armeggiano spesso e con perizia. L’incidente drammatico arriva già al secondo giorno, e nel momento – il pranzo in terrazza di fronte allo spettacolo immoto della natura – del massimo relax: una valanga in movimento, che si immaginava controllata, tracima e invade lo schermo, come possente e spaventoso “effetto speciale”. Tutti resteranno illesi, solo ricoperti da una coltre bianca. Ma, proprio in quel frangente, Tomas, il padre, aveva inaspettatamente abdicato al suo ruolo, scappando istintivamente e lasciando  Ebba, la madre, a proteggere i bambini, per ritornare solo dopo, a pericolo scampato.

A detta del regista, del resto, il film vuole riflettere sulle implicazioni di un fatto, statisticamente dimostrato, ovvero che in situazioni improvvise e inaspettate, come un evento catastrofico, sono gli uomini a  reagire più spesso con la fuga, a dispetto dei codici e delle convenzioni culturali. Quello che è certo è che da quel momento  la moglie (e anche i figli) si rivolteranno contro il marito (e padre) e il film assumerà le sembianze di uno psicodramma che ruota ossessivamente attorno a quell’episodio “emblematico” e coinvolgerà in lunghe discussioni anche altri ospiti dell’albergo, compresa una strana coppia già in precedenza compagna di vacanze sulla neve.

Östlund alterna bene le atmosfere, tra  commedia di costume, dramma familiare  e  thriller psicologico, che a tratti accenna persino all’horror.  Tanto la fotografia dell’ambiente (le nebbie grigie, i biancori accecanti della montagna) che le scenografie degli interni (specialmente quei lunghi corridoi deserti del residence, spesso ripresi dall’alto, ovvero dalla prospettiva da “guardone” di un inquietante uomo tuttofare dell’albergo) sono coerentemente al servizio del mutevole clima emotivo del racconto. Ma il distacco programmatico rispetto ai suoi personaggi, esibito e sottolineato dall’uso dei piani fissi e a tratti venato di sarcasmo, man mano che la storia procede si attenua e cede all’empatia, come dimostra la scena in cui – dopo il crollo nervoso del padre – i figli ricompongono plasticamente il gruppo di famiglia.

Eppure, di fronte alla maestosità del paesaggio, la macchina da presa non può che registrare le esatte proporzioni tra la natura e gli umani, che appaiono spesso come puntini all’orizzonte, con le  loro fragilità, meschinerie, astuzie. Tra queste ultime va annoverata la “messa in scena” che la madre, con ogni probabilità complice il marito, architetta nell’ultimo giorno di vacanza per riabilitare il ruolo paterno agli occhi dei figli, ricomporre le fratture e permettere così il ritorno a casa, e alla “normalità”, della famiglia, di nuovo schierata a squadra. Un finale che avremmo sottoscritto,  ma a cui invece il regista sovrappone (aggiungendo un ulteriore livello di lettura) un’ultima, lunga sequenza corale – che non raccontiamo – ma che, oltre che un po’ forzata, ci è parsa quasi contraddire la cifra di senso che percorre tutto il film. Che ci offre un ritratto credibile e senza concessioni della solitudine contemporanea, nutrita da ansie ed emozioni inespresse, trattenute, dissimulate (in Scandinavia, per ragioni culturali, forse più che altrove); quella solitudine che è incapacità di comunicare, che sembra unire adulti e bambini (che a volte si scambiano persino le parti), che ci  segue spesso  anche nei luoghi del divertimento e del consumo collettivi, e che nessuna realtà virtuale o “social network” (dove per definizione tutti fanno a gara a essere felici o, più precisamente, a far finta di esserlo) potrà mai lenire.

Trama

Una famiglia svedese – Tomas, sua moglie Ebba e i loro due bambini – è in vacanza per una settimana di sci sulle Alpi francesi. Il sole splende, la vista è spettacolare, ma durante un pranzo sulla terrazza dell’albergo una valanga improvvisa sembra sul punto di travolgere i villeggianti. Mentre la gente fugge terrorizzata e il panico paralizza Ebba e i figli, Tomas reagisce in un modo che sconvolgerà il suo matrimonio e lo obbligherà a fare i conti con se stesso e a lottare duramente per riconquistare il suo ruolo di padre e marito.