Zero Dark Thirty un film di

Negli USA ha diviso il pubblico come pochi altri prodotti più o meno patriottici (almeno all’apparenza) e comunque legati ad analizzare fatti storici che hanno avuto grande impatto emotivo sull’opinione pubblica e sulla gente comune. E sarebbe stato difficile che un film sulla ricostruzione della lunga marcia di avvicinamento da parte dei servizi segreti americani alla figura di Osama Bin Laden (il Male assoluto) e sulla sua esecuzione finale non avesse avuto effetti di questo tipo. Certo però che stupisce leggere che la povera Catherine Bigelow (forse una delle poche donne registe che abbia voce in capitolo nel maschilistico universo hollywoodiano nonché la prima ad aver vinto un Oscar) sia stata accusata -anche se da una minoranza di intellettuali e opinionisti – di essere una sostenitrice della tortura come strumento di estorsione delle confessione o addirittura di poter essere paragonata a una novella Leni Riefenstahl per certe sue posizioni presuntamente faziose nella ricostruzione della più affannosa e incessante caccia all’uomo che un paese della potenza degli USA abbia mai organizzato.

Zero Dark Thirty, diciamolo subito chiaramente, non è affatto un film patriottico né un prodotto sbilanciato. Partendo dal punto di vista di una giovane analista della CIA entrata a far parte di un ristretto pool di uomini che, a partire dal 2003 e fino al 2001, organizza la caccia al terrorista numero uno al mondo portandola a termine con successo, il film ripercorre infatti otto anni di indagini, pedinamenti, errori, incertezze e sacrifici al termine dei quali l’Occidente vince una delle tante battaglie contro il fanatismo e l’orrore del terrore di marca islamica. Ma lo fa senza toni trionfalistici né cercando di indorare la pillola. E cioè facendo credere al pubblico che i risultati siano arrivati solo grazie all’efficienza dei servizi segreti americani e al gioco di squadra tra i vari gruppi di paladini del Bene coalizzati contro il demonio saudita. Tutt’altro.

Il film della Bigelow – scritto e coprodotto da quel Mark Boal (forse ex fidanzato della sessantunenne regista californiana) col quale cinque anni fa aveva condiviso ben tre Oscar per il riuscitissimo The Hurt Locker – è a tutti gli effetti un diario oggettivo dei vari momenti e stadi attraverso i quali l’intelligence americana e i corpi speciali del’esercito più potente del mondo sono arrivati a stanare Osama Bin Laden nel suo inarrivabile rifugio-bunker di Abbottabad. In quanto tale, inteso cioè come documento cronachistico di un evento, il film non risparmia nulla agli occhi dello spettatore. Ed ecco perché tutta la prima parte riproduce fedelmente una serie di interrogatori condotti con i più feroci sistemi di tortura al fine di estorcere confessioni ai detenuti ritenuti vicini allo sceicco del Male e quindi potenziali depositari di informazioni decisive per raggiungere lo scopo ultimo della missione, ovvero la cattura dell’architetto dell’11 settembre e di molti odiosissimi attentati che hanno sconquassato Oriente e Occidente negli ultimi vent’anni.

11 settembre che arriva come un pugno nello stomaco come spiacevole introibo al tutto prima ancora che scorrano i titoli di testa: mentre lo schermo nero precipita la sala in un buio carico di sinistri disagi e presagi, in sottofondo si sentono le registrazioni di alcune delle conversazioni tra i passeggeri a bordo dei due voli dirottati quel tragico mattino e destinati a terminare il loro folle tragitto contro le newyorkesi Torri Gemelle e i loro congiunti a casa. L’effetto è devastante, pur prestando ovviamente il fianco ai detrattori che non hanno esitato a parlare di captatio benevolentiae al contrario, come se Bigelow e Boal volessero giustificare a priori la caccia che viene data in giro per il Medio Oriente al responsabile primo di quegli orrori ma sopratutto ai sistemi coi quali quella caccia è stata condotta e portata a termine.

Se anche fosse così, sarebbe comunque difficile accusare regista e sceneggiatore di essere dei sostenitori dell’efficacia della tortura come strumento per estorcere con la violenza fisica e psicologica informazioni decisive per arrivare a centrare l’obiettivo prefissatosi. I primi venti minuti del film sono quasi insostenibili per la brutalità delle sequenze di interrogatori al cui confronto certe scene del tarantiniano Le iene sembrano un cartone animato per bambini dell’asilo.

Sequenze nelle quali non c’è però alcun compiacimento malato perché il film si limita a ripercorrere le fasi di un lungo progetto che, nei suoi momenti iniziali immediatamente alla tragedia dell’11 settembre, aveva previsto di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di ottenere informazioni decisive per arrivare alla cattura di Bin Laden.

Così come non c’è alcun trionfalismo nell’ancora più lunga e movimentatissima sequenza finale (oltre 40 minuti) che ricostruisce il drammatico attacco al bunker dello sceicco saudita e alla sua morte ingloriosa sotto le pallottole dei Navy Seals piovuti dal cielo nella notte pakistana come fantasmi di un incubo al contrario. Anche in quel caso, allo stesso modo che in quello della tortura, l’accusa di aver confezionato un prodotto di regime (per cui una scrittrice del calibro di Naomi Wolf ha paragonato Catherine Bigelow alla regista di regime Leni Riefenstahl) cade immediatamente di fronte all’urgenza di documentare nella maniera più accurata possibile l’accaduto evitando la pompa della celebrazione ma anche l’eccesso di virtuosismo tecnico tramite l’ausilio dell’artefazione computerizzata.

Zero Dark Thirty – forse fin troppo lungo per il fatto di voler riassumere in due ore e quaranta otto anni di indagini e azioni militari cercando di far star dentro tutto senza praticamente rinunciare a nulla – è un film molto onesto che cerca di coniugare le atmosfere del thriller politico con quelle del cinema d’azione a loro volta corroborate dal dinamismo un po’ stereotipato tipico dei lungometraggi bellici dei quali non manca nessuno dei sottotemi canonici. Il tutto impreziosito da un tono vagamente documentaristico (vengono infatti passati in rassegna gli attentati più odiosi messi in atto dal terrore islamico a Madrid nel 2004, a Londra un anno dopo e all’Hotel Marriot di Islamabad nel 2008) che attribuisce all’intera operazione i crismi della massima credibilità proprio perché dichiara in maniera scoperta le proprie intenzioni.

Zero Dark Thirty – che in gergo militare indica l’ora della notte (00.30) preferita dagli incursori per portare a termine le operazioni più delicate – è un prodotto che pesca da generi diversi e nel quale Bigelow, come sempre, dimostra grande rigore nel ricostruire ambienti e codici che ne governano la vita (come già fatto in passato con vampiri, motociclisti, surfisti con la rapina facile o ancora soldati esperti nel disinnescare ordigni), evitando con cura di confezionare una semplice ma scontata riflessione sull’orrore sopraffatto dalla positività del bene e offrendo invece uno sguardo sul domani e sull’angoscia dell’angoscia che ci attende. Ovvero quel buio che si avvicina (titolo di uno dei primi film della Bigelow) e che annuncia un futuro di certo privo dell’ombra minacciosa di Bin Laden ma probabilmente foriero di altre minacce che i cacciatori del futuro dovranno attrezzarsi a rintuzzare con nuove tecniche sempre in linea con l’evolversi del terrore. Come fa la protagonista del film che, nell’ultima scena e pur avendo appena riconosciuto ufficialmente che il cadavere rinchiuso in un body bag qualunque è quello dell’uomo più ricercato al mondo (il solo momento in cui Bin Laden si intraveda), piange con lo sguardo fisso nel vuoto come se dicesse a se stessa e al resto del mondo: “E adesso?”.

Trama

Ricostruzione meticolosa della caccia data dai servizi segreti USA a Osama Bin Laden a partire dal 2003 per arrivare fino alla sua esecuzione nel rifugio di Abbottabad la notte del 2 maggio 2011.