Youth – La Giovinezza un film di

L’idea della fugacità del tempo, della conturbante potenza e insieme della fragilità della giovinezza non cesserà mai di affascinare, ispirare e ossessionare tanto il pensiero quanto l’espressione artistica in ogni sua declinazione. Sorrentino padroneggia con levità e rigore questa materia plasmata e trattata già infinite volte, facendola propria senza prolissità, lasciando che si adagi placidamente tra quelle coordinate estetiche che ben conosciamo: uno studio dello spazio e del movimento della macchina da presa controllatissimo, elegante, perfino superbo; un ritmo pronto a sospendersi per accogliere suggestive epifanie ed estatiche visioni – che rivelano uno sguardo spesso volto a rintracciare il surreale nel quotidiano; una realtà tutta letta, visivamente, in termini di linee, geometrie e simmetrie, popolata da personaggi straniati o stranianti costretti a cercare, strenuamente, un equilibrio segreto e salvifico nel fondo di se stessi o un senso (ultimo, definitivo?) delle cose.

In Youth, attraverso una ammaliante lucentezza formale, prendono corpo con la necessaria e disincantata ironia da un lato l’amarezza e il rimpianto, dall’altro il desiderio e l’impulso, tutto positivo e fecondo, a continuare a lottare, a reagire, a creare. I protagonisti del film, gli amici di vecchia data Fred Ballinger e Mick Boyle (rispettivamente Michael Caine, freddo e compunto, e Harvey Keitel più gioviale e vivace) sono due poli complementari, due opposti che si bilanciano. Fred è un noto compositore e direttore d’orchestra che ha deciso di ritirarsi dalle scene, esacerbando la sua durezza e aumentando sempre più la distanza che lo separa dalle emozioni e dagli affetti, distanza che solo a tratti la figlia Leda (Rachel Weisz) e l’amico Mick riescono a colmare. Quest’ultimo, regista cinematografico, è invece ancora convinto della necessità di gettarsi a capofitto nel lavoro che lo appassiona, e assieme a un gruppo di sceneggiatori lavora entusiasticamente al suo nuovo film.

I due amici trascorrono insieme un periodo di riposo in un lussuoso albergo svizzero, dove alternano sedute di massaggi, bagni in piscina e passeggiate nel verde. Questo non-luogo dorato, dove il tempo sembra essersi fermato, fa da sfondo alle loro riflessioni sulla vita passata e su un presente che appare sempre più impalpabile e fuggevole. Attorno a loro, una “fauna” interessante e a volte misteriosa che Sorrentino fotografa con straordinario acume, con il suo sguardo teso tra una viva esigenza di realismo e la tentazione, tutta felliniana, alla visione magica e straordinaria.

Dovendo scegliere tra l’orrore e il desiderio, per citare una delle molte riflessioni che trovano spazio nel film, Sorrentino preferisce dunque raccontare il desiderio, elemento per forza di cose associato alla giovinezza, sempre perduta e inafferrabile come quei sinuosi e perfetti corpi di donna che incantano – in sonno e in veglia – la mente dei protagonisti. Ma è un desiderio, questo, che si nutre verosimilmente anche di sottili inquietudini, che si manifestano in forme ora grottesche (memorabile la comparsa di “Hitler” al ristorante dell’albergo) ora liriche, come nella simbolica, meravigliosa e angosciante scena sognata da Fred, dove la giovinezza non è altro che una donna altera e sensuale, che dopo averlo sfiorato in un gesto carico di promesse, lo abbandona rapidamente mentre l’acqua che era ai suoi piedi – fino a quel momento placida, quasi immobile – improvvisamente gli sale alla gola.

La seducente perfezione stilistica, la brillantezza nitida della fotografia e l’uso accurato e sempre coinvolgente del commento sonoro caratterizzano il cinema di Sorrentino pressoché nella sua interezza; con Youth i dialoghi si fanno sempre più asciutti e taglienti (a tratti letterari, ma non per questo meno efficaci e ricchi di implicazioni), imbevuti di quelle note umoristiche squisitamente mordaci che, associate alla maestria degli interpreti, stemperano i toni più dolenti e sofferti di questa commovente riflessione sul tempo che fugge, depurandola da ogni residuo di pesantezza e facendola librare nella trasparenza dell’aria.

Ma nel film non ci sono solo gli abissi di pensiero spalancati dal sapore delle madeleine. L’amore e l’incapacità di amare, la delusione, il tradimento, l’egoismo; la disamina terribilmente negativa del mondo del cinema (eccezionale Jane Fonda nel ruolo della diva “traditrice”, consumata e sopra le righe) assieme alla riflessione sull’arte e sulla creatività; l’infanzia come isola incorrotta di purezza, gentilezza e sincerità; il dilemma insolvibile tra la necessità di sporcarsi le mani e di soffrire, che accompagna l’istinto di amare e combattere, e la tentazione di rinunciare, negarsi, appartarsi, finendo per rifiutare in blocco tanto la gioia quanto il dolore. Un corpus di temi ottimamente amalgamati e orchestrati insomma, che fanno di quest’opera uno dei tasselli più complessi del cinema sorrentiniano, insieme al cast eccellente (ricordiamo anche  Paul Dano nel ruolo di un giovane attore hollywodiano) e alla sempre intatta e fascinosa capacità di tradurre in immagini di fortissimo impatto i contenuti di un discorso fitto, denso, profondo.

Trama

Fred Ballinger e Mick Boyle sono due amici di vecchia data, il primo direttore d’orchestra e compositore ora in pensione, il secondo regista cinematografico. Trascorrono le vacanze in un lussuoso albergo svizzero, assieme alla figlia di Fred – di passaggio – e a un giovane attore hollywoodiano. Tra passeggiate e trattamenti per il benessere, rievocano le glorie del passato ora con amarezza ora con ironia, interrogandosi su come affrontare un presente sempre più labile. Ma mentre Mick si appassiona a un nuovo progetto insieme a un gruppo di sceneggiatori, Fred decide di rifiutare una eccezionale, strabiliante occasione per tornare a dirigere.