Your Face un film di

“Il volto umano è un paesaggio, devi disegnarlo bene”. Sa bene come si fa, Tsai Ming-liang, il grande regista taiwanese (classe 1957), che ha presentato a Venezia Your Face (Fuori concorso) tornando al festival che lo ha sempre sostenuto e anche premiato: con il Leone d’oro nel 1994 per Vive l’Amour (ma a scoprirlo per l’Italia era già stato il Torino Film Festival nel 1992 con I ribelli del dio Neon, suo esordio nel lungometraggio), più di recente con il Leone d’argento per Stray Dogs.
Proprio Stray Dogs (2013) annunciava (insieme alle dichiarazioni di abbandono del cinema di “finzione”) la svolta del regista verso territori estetici e narrativi ancora più radicali. Il film, pur immerso nel realismo della odierna, caotica Taipei (con il suo tragico carico di lavoro alienato), si torceva nel finale verso una cifra di maggiore astrazione. Il finale era poi una lunghissima inquadratura fissa, non facile da sostenere anche per gli estimatori della magia visuale dei piani statici e dei ritmi lenti, spesso come una “danza immobile”, del suo cinema (percorso però anche da venature ironiche o “umoristiche”). In cerca di nuovi approdi (e dopo alcune opere sperimentali su commissione dell’Hong Kong Film Festival tra cui No No Sleep), a Venezia Tsai Ming-liang era tornato anche l’anno scorso con The Deserted, la sua prima incursione nel cinema in “virtual reality”, ambientata in una casa fatiscente assediata dalla natura dove gli esseri umani soffrono di solitudine e nostalgia (la casa costruita in studio ricordava maledettamente quella di Afternoon, 2015, riflessione e ancor più ‘confessione’ senza veli sul suo cinema e sulla relazione, umana e professionale, con la sua fonte ispiratrice, l’attore Lee Kang-sheng, di cui ha da sempre esplorato il volto).

Dopo aver per circa 30 anni smontato e rimontato forme canoni generi e mescolato finzione, film-art, documento, il regista compie con Your Face un altro scarto in avanti, abbandonando sia la parola fluviale (la sua) che l’afasia (di Lee Kang-sheng) in The Afternoon. Tsai Ming-liang, infatti, si apre qua nuovamente all’ascolto delle storie e delle vite degli altri e, al tempo stesso, anche a un intreccio più ampio tra le immagini e l’autonomia espressiva di altri linguaggi artistici: la musica, in particolare, grazie all’incontro (l’anno scorso proprio a Venezia) con quel geniale e inimitabile compositore (anche per il cinema) che è Ryuichi Sakamoto (al quale il regista, ha chiesto di comporre una vera colonna sonora, come mai gli era accaduto dopo il suo film d’esordio).
“Dopo Deserted, volevo reagire a quell’eccesso di prospettive della “virtual reality” e tornare a fare un film con tanti primi piani”. La macchina da presa ‘disegna’ allora 13 quadri (altrettanti piani-sequenza), variandone la durata e anche, sia pure quasi impercettibilmente, le luci. A essere ritratti sono 13 persone (o ‘personaggi’?), uomini e donne, più o meno anziani, ma dalle età indecifrabili (Kang-sheng appare il più giovane di tutti, eppure adesso ha quasi 50 anni), tutti inquadrati con camera fissa, in primo o primissimo piano, su di uno sfondo nero. Sono stati scelti dalla strada, dopo un casting lungo e accurato, per l’espressività dei loro volti. Ciascuno di essi racconta frammenti di vita (vera o inventata che sia, in fondo un dettaglio) o “solamente” le proprie emozioni, rivelate in primo luogo dalla mimica facciale, come pure da posture e gesti accennati, o da movimenti e tensioni del corpo che si vedono o si intuiscono appena.
Se i volti raccontano la vita e il carattere, spesso più e meglio delle parole, il dispositivo di rappresentazione non può non dirci (molto) altro. L’occhio della camera, così ravvicinato, crea imbarazzo, suscita difese istintive, movimenti incontrollati, sorrisi di circostanza e vere e proprie risate liberatorie (certo si sa che il riso e il sorriso sono comportamenti fortemente connotati dalla cultura di ciascun popolo); oppure spinge a chiudere gli occhi, a serrarli (‘eyes wide shut’?), induce uno stato di trance, o di meditazione, o semplicemente di assopimento. Del resto, la voce fuori quadro del regista marca stretto l’individuo ”oggetto” della rappresentazione, con domande puntuali o provocatorie (“Perché ti viene da ridere?”, “È strano… Quello che si vede sullo schermo è diverso”, risponde la prima donna quando, dopo un piano fisso di cinque minuti, non riesce a frenare una risata…).
Ma se l’occhio del regista inquadra quelle persone, lo sguardo di queste ultime risponde e interpella direttamente anche noi, nell’eterno controcampo, figurato e reale, con lo sguardo dello spettatore. Anche noi siamo messi alla prova: sosteniamo lo sguardo dell’altro? Lo accettiamo, lo cerchiamo? O ci distraiamo, ci assentiamo, magari anche noi ci assopiamo? Domande importanti oggi che le visioni si sono moltiplicate a dismisura, ma sono sempre più sfuggenti, come spesso è diventato sfuggente il nostro sguardo che si posa sempre meno sulle persone, nella loro unica e irripetibile individualità, e più sulle cose e sulle loro icone (o peggio simulacri).

Bisogna essere vigili per ascoltare le storie, le voci, e riconoscere i suoni, nel frastuono dei rumori di fondo, dei lavori in corso, delle urla, degli slogan. E per apprezzare qui anche la narrazione sonora e musicale di Sakamoto, concepita in un rapporto di assoluta libertà reciproca con il regista, come nelle vera collaborazioni creative che, sia pure a distanza come in questo caso, generano il nuovo, l’imprevisto. Il regista ha mandato il film a Sakamoto che dopo un mese ha mandato 13 pezzi musicali senza alcun collegamento rispetto ai singoli “quadri” visivi (come del resto Tsai Ming-liang non aveva dato nessuna indicazione al riguardo). Ma, dopo aver ricevuto il lavoro di Sakamoto, Tsai Ming-liang ha riconsiderato il montaggio dell’intero film (curato da Chang Jhong-yuan).
Con uno stacco, l’epilogo di Your Face ci trasporta in un grande e sontuoso salone, su due livelli, illuminato fiocamente da luci che giungono da tante finestre, specie dall’alto. Il regista ha spiegato che era un salone di rappresentanza del governo giapponese, ancora assai utilizzato circa 80 anni fa, l’età di molte delle persone ritratte nel film, e che con quell’immagine fissa in campo totale voleva sottolineare la permanenza dei luoghi, al di là della più effimera presenza umana. Perché, certamente e insesorabilmente, il paesaggio del nostro volto segnala e scandisce il passaggio del tempo. Ma nel giocare, ancora e sempre, con la realtà e con la finzione, il film evoca anche l’eterno enigma fondativo del cinema (e dei suoi sogni). E quel salone, spazio-contenitore di vita e di storie, a noi faceva pensare anche al suo indimenticabile omaggio al cinema del passato, a quella vecchia sala di Taipei in via di dismissione (e ai suoi fantasmi) del bellissimo Goodbye Dragon Inn (2003).