What You Gonna Do When the World’s on Fire? recensione

What You Gonna Do When the World’s On Fire? un film di

What You Gonna Do When the World’s on Fire? (letteralmente :”Che fare quando il mondo è in fiamme?”), il titolo scelto da Roberto Minervini per il suo quinto lungometraggio (in concorso a Venezia 75), può sembrare un po’ criptico, ma in realtà richiama il verso di un celebre spiritual. La storia, lontana e recente, dell’oppressione della comunità nera d’America (di questo parla il suo nuovo film) è del resto, altrettanto letteralmente, ‘infernale’, segnata dalle fiamme e dalla violenza, ma al tempo stesso dalla fede, nella giustizia divina prima e più che in quella umana.
A giudicare dalla diversa accoglienza ricevuta nelle proiezioni per la stampa e per il pubblico a Venezia, la verità del film arriva prima al cuore che alla mente dello spettatore ordinario, magari ignaro, in tutto o in parte, del lavoro precedente del regista. Non resta, per verificarlo, che attendere l’annunciata uscita autunnale in Italia (la distribuzione internazionale pianifica intanto già le date, in Francia, ad esempio, il film uscirà intorno al 20 novembre ).

Dopo aver lasciato da giovane l’Italia per studiare cinema a New York, Minervini, che vive ormai da tempo in Texas dove ha ambientato la sua “trilogia texana” (Passage, 2011, Low Tide, 2012, Stop the Pounding Heart, 2013), continua dunque a esplorare i “lati oscuri” dell’America (quegli Stati Uniti guidati oggi da un uomo assai “divisivo”). La fa, come dagli inizi, con grande conoscenza dei luoghi e di chi li abita, cercando però di estrarre dalla sua indagine risonanze anche universali. Qui siamo sempre nel profondo sud della Lousiana, a New Orleans (e in particolare nel quartiere ghetto di Tremé), territorio per tanti versi simbolico: in questi anni, oltre agli effetti della crisi economica che ha continuato come altrove a picchiare duro, si sono aggiunte le devastazioni dell’uragano Katrina del 2005 (il processo di ricostruzione e “gentrification” ha poi amplificato le distanze sociali tra bianchi e neri, ma anche all’interno della comunità nera, risospingendo gli afro-americani più poveri nei sempre più estesi sobborghi periferici o costringendoli a una nuova diaspora, dopo quella immediatamente successiva alle inondazioni). In questo scenario già assai complesso e instabile di suo, era riesplosa (in verità già ai tempi di Barak Obama, e certo non solo in Louisiana) la bomba della irrisolta questione razziale, aggravata, specie dopo la vittoria di Trump, dal ritorno, a viso aperto o sotto i cappucci bianchi mai dismessi, delle idee e pratiche terroristiche di matrice suprematista bianca.

Come nei suoi film precedenti, Minervini non spiega il contesto, il suo cinema è comunque documento e narrazione, vuole semmai incuriosirci, spingerci a colmare gap di conoscenza, e soprattutto sorprenderci ed emozionarci. A differenza di Louisiana (The Other Side) (che nel 2015 era approdato nel Certain Regard a Cannes e aveva vinto in Italia in Nastro d’argento come migliore documentario) al centro del racconto qui non sono più i bianchi. I quali, per quanto ai margini sociali, non stavano poi tutti ‘on the other side’. Insieme ai loro compagni di ventura alcolizzati, la coppia tossica, piena di rabbia e paure sedate dalle droghe, ma portatrice anche di una “disperata vitalità” (lo sguardo del regista ci portava a condividerne, con naturalezza, ogni intimità, anche la più scabrosa), era uno ‘scarto’ del sistema. Fuori ma anche dentro il sistema, come consumatori compulsivi di armi sofisticate ma anche come inconsapevole avanguardia politica (ora lo capiamo meglio), erano invece gli uomini dei gruppi paramilitari neonazisti (l’occhio della camera li seguiva in questo caso con più distacco e distanza, spesso “da dietro”, per ragioni tanto di sicurezza che di diversa empatia); si esercitavano nei boschi per cancellare l’“onta” del primo presidente ‘afro’ e, in una implicita alleanza con il Ku Klux Klan del sempre presente David Duke, creavano le condizioni per l’ascesa alla presidenza di un magnate, o presunto tale, razzista e “machista” (questa storia ce la racconta pure, con ben altri registri ma da par suo, Spike Lee in BlacKkKlansman, premiato a Cannes e in uscita in Italia il 27 settembre).

No, in questo film a essere protagonista dall’inizio alla fine è la comunità afroamericana, unitamente a quella “indiana”, per lo storico connubio esistente tra nativi e afro, ovvero tra le due più grandi comunità represse e oppresse nella storia americana. In città esistono oltre cinquanta “tribù” indiane e il capo di una di queste è ‘Chief Kevin’, uno dei soggetti principali delle vicende del film. Accanto a lui incontriamo Judy, donna forte e coraggiosa, che aveva aperto un bar dove si suonava (poi chiuso a seguito delle speculazioni immobiliari nell’area), i due ragazzi Ronaldo e Titus (14 e 9 anni) e la loro madre single (che cerca di tenerli lontani dai guai in un quartiere dove vige ogni sera un “coprifuoco” di fatto), infine gli attivisti locali del “Nuovo Partito delle Black Panthers” che alternano azioni politiche di strada a interventi di assistenza sociale (li vediamo distribuire pasti e bibite ai clochard di colore, ma anche, particolare non proprio secondario, bianchi) e ad azioni di controllo, indagine e contro-informazione sul territorio (oltre all’uccisione di grandissimo impatto sociale del giovane di colore Alton Sterling nella capitale Baton Rouge, ad opera di due poliziotti bianchi nell’estate 2016, nella zona di New Orleans in tempi più recenti si sono verificati numerose uccisioni efferate di neri, con “firme” e minacce lasciate in maniera visibile dal Ku Klux Klan).

Se la parte finale di Lousiana sembra fare da prologo tematico a questo nuovo film (ma le croci del KKK ardevano anche nel Texas della comunità rurale e religiosa di Stop the Pounding Heart) , sia la struttura formale che la composizione drammaturgica oltre che lo sguardo stesso del regista registrano modifiche e slittamenti rispetto alle opere precedenti. Identico e fondamentale resta però il suo metodo di lavoro: una troupe leggera ma assai committed (e alla quale non difetta il coraggio fisico, come dimostrano alcune scene del film), l’esigenza di un lungo lavoro preparatorio sui luoghi e con le persone e i gruppi, da ascoltare prima di tutto per conquistarne la fiducia e per un lavoro quanto più possibile condiviso e non imposto. Un cinema, con camera quasi sempre a spalla, che è parte integrante della vita stessa di chi lo fa e di chi vi partecipa in vario modo, come hanno ribadito a Venezia sia lo stesso regista che il co-produttore Paolo Benzi di Okta Film per il quale quello di Minervini oltre che sicuramente un “cinema politico” è anche un cinema più che corale, “comunitario”.

Questo approccio (che tutti i protagonisti del film presenti a Venezia hanno voluto testimoniare parlando di un film costruito da una famiglia allargata in cui tutti avevano la stessa dignità e importanza, in un processo di reale e partecipata “auto-narrazione”), consente e giustifica, insieme alla ricchezza di temi e situazioni umane, una drammaturgia che appare qui più articolata ma anche più “ordinata” che in passato, per merito anche del montaggio, Dal materiale magmatico delle riprese Marie-Hélène Dozo individua e cuce sapientemente le storie forti che guidano il racconto, aprendo squarci di vita che rimandano al mistero del non detto e del fuori campo, dunque alla “finzione” (la Dozo è la storica montatrice dei fratelli Dardenne, oltre che dello stesso Minervini, che certo con i due registi belgi condivide una certa visione, umana e stilistica, del fare cinema). Il film presenta poi una struttura circolare che ha come filo rosso la preparazione dei costumi e delle musiche del Mardi Gras, il celebre carnevale di New Orleans con le sue sfilate di variopinti costumi di foggia indiana (il lavoro di tessitura dei costumi e le canzoni tradizionali di sofferenza e resistenza che lo accompagnano è una sorta di metafora che scandisce la trama del film, a nostro avviso in maniera più efficace degli slogan politici urlati insistentemente come un mantra dagli attivisti delle Black Panthers).
A diverse finalità risponde invece la scelta stilistica del bianco e nero. Oltre a quella consueta di marcare una certa atemporalità delle vicende (pur parlando dell’oggi il film riannoda i fili con la memoria storica più atroce, come quella dei linciaggi di un secolo fa) vi era per Minervini l’esigenza di dare un equilibrio estetico e un continuum drammaturgico più omogeneo a storie e situazioni che hanno diverse tonalità e intensità emotiva. Ma soprattutto, la scelta gli consente qui un ulteriore arretramento, quasi un “annullamento” del suo occhio dietro la camera: insieme al metodo di lavoro, generatore di intimità e confidenza, di cui si è detto, questo produce un effetto di naturalezza e spontaneità (ad esempio nei dialoghi dei ragazzini come nelle riunioni politiche al bar di Judy) che potrebbe, paradossalmente, dare la sensazione di rispondere a una “messa in scena”, a un copione pre-costruito.
“Ci sono momenti nel mio film talmente veri… Da sembrare finti”. Così ha detto Minervini in conferenza stampa a Venezia. Una frase che aiuta forse a comprendere meglio il film, sul piano tanto razionale che emozionale. Ma segnala anche il paradosso di un mondo come il nostro, oggi, nel quale, mentre tornano gli spettri peggiori del passato, restiamo spesso “increduli” di fronte alla realtà (che, come si sa, supera sempre di più ogni fantasia, specie le più orribili…), non la riconosciamo più, ma in compenso finiamo per credere a cio che vero non è ma che ci viene – e assai convincentemente – proposto come tale. Oppure la rimuoviamo e piuttosto cerchiamo avidamente sempre più ‘finzioni’ (magari per i nostri binge-watching seriali); o, semplicemente, per ansia od omertà, chiudiamo gli occhi, pensando che non ci riguardi, o che tanto prima o poi passerà…